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Una storia di Stegia18

Questa storia è presente nel magazine Fiabe, favole e racconti

L'enigma svelato

Dedicato ai miei pochissimi lettori

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14 minuti

Pubblicato il 02 gennaio 2021 in Altro

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Nella foto: Tiziano Vecellio, Ritratto di Isabella d'Este, 1534-1536, Vienna, Kunsthistorisches Museum


La fiaba:

https://www.intertwine.it/it/read/LgaDfRUb/eumonia


Isabella d’Este, la marchesana di Mantova, amava la bellezza in tutte le sue forme, da quelle che caratterizzavano la quotidianità, come gli abiti, i gioielli e le acconciature, a quelle destinate all’immortalità come le opere d’arte, la letteratura e la musica. Suo marito, il marchese Francesco II, meno incline alla cultura, preferiva dedicarsi alla cura dei suoi famosi cavalli, alla caccia e ai tornei. Il loro matrimonio, combinato dalle rispettive famiglie per suggellare l’alleanza tra i due piccoli, ma strategici stati di Mantova e Ferrara, si rivelò una sinergia di caratteri che, seppure opposti, tendevano ambedue ad un unico scopo: la salvaguardia del marchesato e il suo rafforzamento culturale e politico. Mentre Isabella trasformava la sua corte in uno dei più prestigiosi centri artistici del Rinascimento, Francesco si muoveva tra le diplomazie degli altri governi italiani, offrendo i propri servigi come capitano di ventura, in cambio di lucrose condotte che costituivano le maggiori entrate del suo piccolo stato.

Era al soldo della Repubblica Veneziana quando, nel 1492, Carlo VIII, re di Francia decise di scendere in Italia, con un poderoso esercito, alla conquista della corona del Regno di Napoli, che rivendicava come sua, in virtù di una sua lontana discendenza dalla casata degli Angioini. Vista la potenza e la ferocia dell’esercito francese, oltre alla rapidità con cui aveva raggiunto Napoli, tutti gli stati italiani, compreso il Ducato di Milano, che in un primo momento ne aveva favorito la discesa, si riunirono nella lega antifrancese e costituirono un esercito a capo del quale venne posto proprio Francesco II. Gli italiani cominciarono ad attaccare i vari presidi che il re aveva lasciato lungo la penisola a salvaguardia delle sue conquiste. Il messaggio fu recepito e Carlo capì che era ormai giunto, per lui, il momento di ritornare in Francia. Ma la lega prese sul serio il suo compito di sbarrargli il passo prima che si mettesse al sicuro nei suoi domini d’oltralpe, con il cospicuo malloppo che aveva raccolto depredando le ricche città di Firenze, Roma e Napoli. Così, il 6 luglio 1495, ci fu uno scontro campale tra i due eserciti nei pressi di Fornovo. La battaglia ebbe un esito incerto poiché, al termine del massacro, si contarono circa 3000 morti, due terzi dei quali furono uomini della lega italica, ma la retroguardia francese fu sbaragliata e conquistata. Perciò, Carlo decise di raccogliere i resti del suo esercito e, nottetempo, abbandonare il campo di battaglia per tornarsene in Francia. Infatti, tra le sue truppe, un altro feroce nemico imperversava: la sifilide che aveva accompagnato i francesi durante tutta l’avventura italiana, raccoglieva quotidianamente la sua messe di vittime. Avendo perso il bottino, avendo perse le salmerie, col pericolo di restare intrappolato in terra straniera, cos’altro gli restava da fare? Le enormi perdite umane e il fatto di non essere riuscito ad impedire la ritirata francese, ci farebbero, oggi, dire che fu una sconfitta per l’esercito della lega. Ma, secondo i canoni dell’epoca la fuga del nemico dai campi di battaglia equivaleva ad una vittoria e le ingenti prede di guerra, che comprendevano anche l’elmo del re, la sua raccolta di disegni erotici e le bandiere reali, equivaleva ad una vittoria. Né Francesco, proclamato “l’eroe di Fornovo” dimenticò di farsene propaganda facendo costruire, in tutta fretta, a Mantova, la chiesetta della Vittoria e commissionando al divino pittore di corte, il Mantegna, la pala d’altare che lo ritrae, in armi, mentre prega, inginocchiato, la Vergine Maria. Fu, quindi, accolto con grandi festeggiamenti a Venezia, nominato generalissimo delle truppe della Serenissima, e gli fu concesso un grosso aumento annuo del compenso militare.


Ma nel Cinquecento e le alleanze tra gli stati, talvolta sancite da matrimoni combinati, si facevano e si disfacevano in breve tempo. Francesco, pur restando al soldo della Repubblica, si recò ad omaggiare Papa Alessandro VI Borgia, in quel momento notoriamente filo-francese, al fine ottenere il cardinalato per il fratello Sigismondo, s’intrattenne con Cesare Borgia, temendo le sue mire espansionistiche sul mantovano, ospitò, a corte, un transfuga dall’esercito veneziano per cameratismo militaresco, fece riaccompagnare, con una scorta, in Francia, la sorella rimasta vedova del Conte di Borbone, morto a Napoli. Atti compiuti in buona fede, ma, naturalmente a Venezia cominciò a serpeggiare il dubbio che prima o poi volesse passare nel campo avversario. Perciò, alla scadenza, non gli venne riconfermata la carica di capitano generale della Serenissima.

Gran brutto momento per il marchesato! Senza una condotta che gli permettesse di sostenere le spese e con una moglie che, avida di cose belle, non si faceva scrupolo di ricorrere ai prestiti degli usurai, Francesco non sapeva davvero come muoversi in un mondo politico così variegato e pieno di pericoli per il suo staterello.

Ma il destino venne in suo soccorso. Il 18 agosto 1503 morì Alessandro VI Borgia e, dopo un breve intermezzo, salì, al soglio pontificio Giulio II Della Rovere, di spirito combattivo e guerriero. Il matrimonio tra Eleonora, figlia primogenita di Francesco e Isabella, con il nipote del Papa, ne favorì la nomina a luogotenente generale dell’esercito pontificio. E non fu una nomina solo di facciata! Il Papa era, infatti, deciso a riportare sotto il suo dominio tutti quei territori che, pur essendo vicariati pontifici, erano in realtà governati da signorotti locali, e quelli che, liberatosi dal giogo dei Borgia, si erano posti sotto la protezione di Venezia: ricche città lungo la costa adriatica ed in particolare romagnola.

E poiché la calata di Carlo VIII in Italia aveva risvegliato gli appetiti delle grandi potenze europee verso una terra naturalmente ricca e impreziosita dal fascino che i geni rinascimentali le donavano, ma politicamente debole perché frammentata in tanti stati, c’erano tutte le premesse per la formazione di una lega tendente alla spartizione della penisola.

Il 10 dicembre 1508 fu stipulato a Cambrai un accordo segreto tra:

- la Francia del nuovo re Luigi XII, preso da fame di italiche terre, dopo la conquista del Ducato di Milano, e la cattura di Ludovico il Moro che ne era stato il signore

- il Sacro Romano Impero che aspirava a strappare il Friuli e il Veneto alla Repubblica veneziana

- il re d’Ungheria che ambiva a possedere la Dalmazia, anch’essa terra della Serenissima

- il viceré spagnolo di Napoli e Sicilia che rivoleva i porti pugliesi occupati dai veneziani

Alle potenze straniere si aggiunsero anche

- Giulio II, più soldato che uomo di Chiesa, che si dichiarava padrone delle terre romagnole cadute sotto l’influenza di Venezia

- Alfonso I d’Este, duca di Ferrara, che sognava di riprendersi il Polesine che gli era stato sottratto nel 1481 dalla Repubblica

- Francesco II che chiedeva l’annessione di Peschiera, Asola e Lonato per ampliare e meglio difendere i confini del mantovano.

Insomma tutti uniti contro la città lagunare che con la sua ricchezza e la smania di conquista si era creata tanti nemici e aveva messo in allarme tutta l’Europa.

Si giunse infine allo scontro in armi. L’esercito francese, del pontefice e degli alleati incontrò i veneziani nei pressi di Agnadello, nel cremonese, dove questi ultimi subirono una sonora sconfitta. Ma alla vittoriosa battaglia non partecipò Francesco II, costretto a letto da una recrudescenza del male che da tempo l’affliggeva: la sifilide, questa sì, vittoriosamente conquistata sul campo dei numerosi amorazzi che, frequentemente, lo tenevano occupato!

«Alzati e lotta, poltrone!» gli fece sapere, scherzosamente, il re di Francia

«Si finge spesso malato per non combattere» aggiungeva, sarcastico, lo sconfitto, ma valoroso, capo dell’esercito veneziano, prigioniero di Luigi XII.

E giunse, infine, l’ordine perentorio di recarsi a Verona, conquistare la città e presidiarla contro eventuali attacchi nemici. Ancora convalescente, Francesco si apprestò ad eseguire il comando. Poi, deciso a riscattarsi, si accinse, con un piccolo contingente militare, a conquistare la vicina cittadina di Legnago. Ma, poiché l’imprudenza si paga, dovette ben presto accorgersi della pericolosità delle sue azioni. Perciò fuggì, nascondendosi presso alcuni contadini. Mal gliene incolse, perché fu tradito e catturato mentre, di notte dormiva in compagnia di una delle sue innumerevoli conquiste femminili. Così, senza né armi né armatura, fu portato prigioniero a Venezia. Qui fu fatto sfilare in catene, tra le ingiurie e i lazzi della popolazione.

«Eccolo “l’eroe di Fornovo”! Traditore, meriti la morte»

«Il sorcio è in gabbia, adesso impicchiamolo»

Qualcuno lo salutò schernendolo: «Benvenuto Marchese di Mantova!» al che lui rispose: «Io sono solo Francesco, il Marchese di Mantova, a quanto ne so, si trova attualmente a Mantova» riferendosi al figlio ed erede Federico di soli nove anni. Sembrava quasi che avesse presagito le successive azioni di Isabella. E forse fu proprio così, data l’intesa che il matrimonio aveva creato tra loro. Isabella, infatti, appena le giunse la notizia della cattura del marito, fece indossare al figlioletto i suoi abiti più splendidi, lo mise in sella al miglior destriero delle loro scuderie e gli fece compiere il giro delle piazze e delle vie, dove il popolo, rassicurato che non ci sarebbe stato un vuoto di potere, lo acclamò festante.

Contrariamente alla volontà dei suoi sudditi, il Doge veneziano decise di non giustiziare Francesco, ma di tenerlo prigioniero, come preziosa merce di scambio, fino al momento opportuno. Il Santo Padre Giulio II, ricevendo la notizia della sua cattura, scagliò per terra la sua berretta e si mise a bestemmiare San Pietro e tutta la corte celeste. Ma poco dopo ricevette, senza indugiare, gli ambasciatori veneziani, intuendo che gli eventi stavano prendendo una nuova piega.

Il re di Francia si affrettò a proporre ad Isabella l’invio di un contingente militare per difendere le sue terre, già pregustando il delizioso bocconcino mantovano.

«No, grazie, ci difenderemo da soli» rispose lei, che, con la lungimiranza politica che la contraddistingueva, ne intuiva i segreti disegni dietro le cordiali proposte d’aiuto. E, per non apparire sdegnosa nel suo rifiuto a salvaguardia della propria indipendenza, gli fece giungere preziosi doni, come ringraziamento della sua apparente cortesia.

Le giornate a Mantova si fecero convulse, ma Isabella mantenne, in ogni momento il suo sangue freddo: faceva rispettare le leggi, amministrava la giustizia, imponeva bassi prezzi per il pane e gli altri generi di prima necessità, impegnava i suoi gioielli per fare scorte di cibo da distribuire alla popolazione. Sapeva che per mantenere il potere un signore doveva innanzitutto occuparsi del suo popolo, dedicandogli tutte le sue energie.

«Vi prometto che presto il nostro amato Francesco tornerà tra noi» diceva alla folla che incontrava girando i paesi del marchesato per rassicurarne gli abitanti e approntarne la difesa. E in effetti fu grande l’impegno che a tale scopo profuse, scrivendo lettere a tutti i potenti del tempo per chiederne il sostegno, proponendo scambi di prigionieri, implorando il papa di togliere la scomunica a Venezia in cambio del rilascio del prigioniero.

Tuttavia diede ordine a tutti i comandanti delle fortezze di frontiera di sbarrarne le porte e non aprirle ai veneziani nemmeno se questi si presentassero con il marchese in catene, minacciando di ucciderlo, anteponendo la razionalità politica agli istinti del cuore, per salvaguardare la libertà dello stato per il marito e il figlio.

La prigionia di Francesco II nelle carceri della città di San Marco durò un anno e molti furono gli eventi che si susseguirono.

Giulio II, che Santo non era, ma nemmeno stupido, avendo riconquistato le terre romagnole, cominciò a riconsiderare l’opportunità della presenza straniera sul suolo italiano. Perciò dichiarò la fine della guerra e cercò l’alleanza con Venezia, unico stato italiano che aveva la potenza per contrapporsi all’esercito straniero. Venezia accettò prontamente.

Al grido “Fuori i barbari! Ripeteremo i Vespri siciliani” l’esercito papalino e quello lagunare si prepararono ad una nuova guerra.

E Mantova?

Appena risaputa la notizia, Luigi XII richiese in ostaggio il marchesino Federico Gonzaga, a garanzia degli accordi precedentemente presi col padre, suggerendo che sarebbe stato meglio istruito nell’arte del governare, se la sua educazione si fosse svolta presso la prestigiosa corte parigina. Le motivazioni al diniego opposte da Isabella sono un alto esempio di diplomazia:

«…non neghiamo che starebbe meglio presso Sua Maestà che con noi, per quanto sia l’imparare virtù e pratiche convenienti ai signori… ma siamo certe che morirebbe non potendo, per la tenera età e delicata complessione sua, comportare il mutamento d’aria e di costumi, essendo ancora in cura e governo di donne. Se per caso accadesse sinistro alcuno alla persona sua, noi moriremmo di dolore e Sua Maestà ne sentirebbe dispiacere. Ma quando sarà in età adulta saremmo onorata che si degnasse di volerlo ai suoi servizi… A seguito dell’infelice cattura del padre suo, il popolo lo riconobbe per Signore, né sappiamo come potremmo darlo senza tumulto, vedendosi i sudditi senza capo». E accompagnò la missiva con ricchi doni per il re, la corte e, soprattutto la regina, fidando nella sua solidarietà di donna e madre.

Sia come sia, il re rinunciò alla sua pretesa. Ma a quel punto si fece avanti Francesco che, stanco della prigionia, le chiese di inviargli il figlio per darlo ai veneziani in cambio della sua liberazione. Tanto più che questi intendevano anche conferirgli l’incarico di Capitano Generale.

Capitano Generale? Per tenerlo sotto sorveglianza e ancora più prigioniero? E con Federico in ostaggio per impedirgli qualunque voltafaccia!

Con lui Isabella fu meno diplomatica:

«La Signoria Vostra deve essere certa che io non desidero alcuna cosa al mondo più che vedervi libero, ma mi dolgo e mi cruccio di non poterlo fare, conoscendo il manifesto pericolo della rovina dello Stato, dei figlioli e della persona vostra, considerando che se Federico si ritrovasse a Venezia, non avremmo però la sicurezza della libertà di Vostra Signoria».

A questa risposta Francesco si infuriò:

«Ho perso l’onore, lo stato e la libertà in una botta sola per quella puttana di mia moglie» e minacciò di “tagliarle le canne della gola”.

Per una volta senza strepitare, Giulio II cercò di giustificarla:

«Non ha dato il signor Federico suo figlio a causa della conservazione dello stato».

Tra gli sghignazzi dei veneziani, le urla di Francesco, le lettere di diniego di Isabella, la situazione non si sbloccava. E perfino la scarsa pazienza del Papa cominciò a scemare:

«Quella puttana della Marchesana non vuol darlo: non la scuserò più col Marchese, il quale uscito la castigherà, il marchese è prigioniero suo, non più dei veneziani, ma di ‘sta ribalda».

Ed infine arrivò la proposta che Isabella, seppure col cuore sanguinante di una madre che si vedeva privare del suo amato figlioletto, si risolse ad accettare.

Federico sarebbe stato mandato a Bologna, affidato alle cure della sorella Eleonora e del di lei marito, il Duca d’Urbino, fino al ritorno di Francesco a Mantova. Avrebbe poi proseguito per Roma, ospite di Sua Santità, a garanzia della fedeltà dei Gonzaga. E, tornato finalmente libero nella sua patria, Francesco fu nominato Capitano Generale dell’esercito veneziano e Gonfaloniere della Chiesa.

Giunto a Roma, Federico conquistò, con la sua bellezza e grazia, tutta la curia romana e perfino i letterati e gli artisti, che all’epoca popolavano Roma attratti dal mecenatismo papale, lo ammiravano e lo elogiavano. Raffaello lo ritrasse, giovane fanciullo vicino ad Averroè, nel famoso dipinto “La scuola di Atene”. L’iracondo Giulio II soleva placare le sue stizze, quando gli annunciavano le visite del bambinetto: «Ben venga il signor Federico bello!» anche se non rinunciò mai a definire Isabella “quella puttana ribalda”, mentre lei gli rispondeva che le sue azioni erano state pubblicamente lodate e commentate da tutto il mondo.

Francesco, tornato a casa, in auge presso le maggiori potenze italiche, si guardò bene dal “tagliarle le canne della gola”, anzi continuò a seguire i suoi consigli nella gestione del marchesato, a riprova che i loro contrasti altro non erano che la facciata, costruita ad arte, che permettesse alla moglie di perseguire la sua politica, che infine si dimostrò vincente.

Alla sua morte, Federico, che nel frattempo aveva continuato l’educazione politica alla corte del nuovo re di Francia, Francesco I, divenne signore di Mantova e del Monferrato, sposando l’ultima erede di quelle ricche terre, Margherita Paleologa. Dietro il pagamento di una forte somma all’imperatore, riuscì anche a trasformare il marchesato in ducato. Amò, come la madre, la bellezza e l’arte, ospitando alla sua corte letterati ed artisti. Ma non raggiunse mai l’eccellenza politica di Isabella, né ebbe l’umiltà dimostrata dal padre nell’accogliere le proposte del suoi consiglieri.


Nelle favole ci sono i buoni e i cattivi, ma comunque tutto finisce sempre bene.

La realtà è tutt’altra Storia!

Raffaello Sanzio, La scuola di Atene, affresco, 1509-1511 circa, Musei Vaticani, Città del Vaticano
Raffaello Sanzio, La scuola di Atene, affresco, 1509-1511 circa, Musei Vaticani, Città del Vaticano

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