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Una storia di MirianaKuntz

Tranquilla

379 visualizzazioni

6 minuti

Pubblicato il 21 settembre 2018 in Spiritualità

Tags: #riflessione #carattere #emozioni #paure

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Tranquilla.


E’ un termine che ad oggi equivale ad un insulto. La gente in due minuti di chiacchierata crede di poterti fare uno screen completo e dirti chi sei, trascurando milioni di sé e i milioni di ma. Talvolta basta scrollare le spalle e pensare alla vita di sempre, dimenticare, semplicemente, dimenticare parole che non ti caratterizzano. Qualcuna fa più male di altre, però, in base alle spille che qualcuno precedentemente ti ha appuntato dentro. -tranquilla- per me è una di quelle spille. Dentro ho un mondo che in pochi hanno visto, e che in pochi riescono a vedere in modo continuo. Qualcuno non lo vede mai, e qualcun altro lo vede solo ogni tanto, quando la mia spalla si schioda dal muro, o quando i miei occhi profondi diventano liquidi. Ho segni, croci, e santi appesi dentro. Forse la mia fobia per questa parola deriva dal fatto che da quando ne ho memoria, le persone mi hanno sempre definito -troppo calma-, questo per quanto riguarda gli studi inferiori e i primi due anni di liceo. I professori oltre al fatto di non avere una grande autostima, riscontravano in me una tranquillità eccessiva. Non parlavo mai con loro se non interpellata, non mi alzavo senza permesso, non parlavo ad alta voce, avevo pochissimi amici, e non uscivo mai dalla mia comfort zone. Per quanto fossi una brava studentessa, per quanto i miei temi fossero eccellenti, io per loro restavo una che non si esponeva mai abbastanza, una che restava nei grigi, piuttosto che tra i neri o i bianchi. Questa – reputazione- ortodossa me la sono portata anche all’esterno, alcune persone infatti mi reputavano -una strana-, una che vestiva in modo diverso, una che piuttosto di sbaciucchiarsi in bagno scriveva su pezzi di carta nascosta nell’angolo della palestra, una che se -solo guardata- incuteva quasi paura. Odiavo quelle idee che le persone avevano di me, chi mi conosceva bene sapeva che ero matta, divertente, aperta, che sapevo parlare tanto, ed anche ascoltare. Che ero decisamente – esplosiva- Forse quella sorta di -bullismo concettuale- mi ha fatto costruire un guscio resistente, e ad oggi la gente fa un po’ fatica a vedermi lì sotto. Più mi tenevo lontana dagli altri, più pensavo di essere – fuori- dal mondo. Così ho iniziato a pensare sempre di più cose spiacevoli sulla mia persona, mi dicevo spesso che se non avevo la simpatia di tutti i miei compagni, era perché ero problematica e difficile. Mi dicevo che il mio aspetto non fosse piacevole da guardare, che il mio scrivere cose incutesse timore negli altri. Mi dicevo, nonostante le cose brutte che mi succedevano, che il problema ero io, e non gli altri. Vedevo il punto delle cose all’interno e mai all’esterno. Pensavo di non essere una buona amica, una buona figlia, una brava studentessa, ed una brava persona. In terza liceo con la conoscenza di persone nuove sono esplosa, i professori non mi definivano più -tranquilla- ma i miei progressi emotivi per loro erano solo la normalità di un’adolescente. In concomitanza con i miei problemi familiari, la mia rabbia emotiva, le mie crisi di panico, le micro disperazioni, e la vicinanza di persone diverse, avevano fatto di me – una dei normali- Mi alzavo senza permesso, ridevo forte, marinavo la scuola, sbattevo le sedie ed avevo battibecchi con i professori se qualcosa non mi stava bene. Mi difendevo, ed ero brava a farlo, ma non ero totalmente io, era solo il mostro rabbioso del mio stomaco che si mangiava le persone, che mangiava i loro nasi, le loro bocche, le loro mani. Più lui mangiava, e più mi sentivo meglio. Col senno di poi non ho ancora ben capito il confine tra normale e anormale. Ancora non ho capito se il mio cambiamento mi avesse peggiorata o migliorata. Tutti erano fieri di me, per quanto i miei comportamenti fossero disdicevoli, tranne me. Io non ero fiera, nemmeno triste, ero solo annoiata e arrabbiata. Nel mondo in cui viviamo essere – tranquilli- è un peccato. La mia rabbia si è incanalata nell’arte, e nelle cose che mi piacciono e in quelle che proprio detesto. Sono cresciuta all’anagrafe e nella testa, e ho dovuto affrontare cose ben peggiori di un bullo all’uscita della scuola. I miei bulli avevano armi più forti, e grida più feroci. Al male standard mi ci sono abituata, perché il male superior era devastante. Ho dovuto tornare ad essere più tranquilla, perché la mia versione – normale- quella che tutti consideravano in linea col mondo, faceva solo danni. A volte sbuca fuori con tutta la sua fierezza, da risposte sbagliate, ha atteggiamenti violenti. Quella me è una dei bulli, e non una delle vittime. Quella versione di me è scritta in aramaico antico, e sa solo difendersi. Allora sono tranquilla perché se mi arrabbio spacco le cose, allora sono tranquilla perché se rispondo ti mando a fanculo. Allora sono tranquilla perché se mi fai qualcosa di male, potrei vendicarmi fino all’infinito. Per essere – tranquilla- mi sono allenata tanto tempo, ho ridistribuito le forze, ho chiuso i canali in tempesta, e rinforzato alcuni argini cadenti. Ma se questo mio sforzo viene considerato male, allora forse non vale la pena di compierlo, né la pena di sforzarsi tanto. Forse dovrei essere – sveglia- e cattiva. Dovrei essere prepotente, egoista, fuori dalle righe di ogni cosa, chiacchierona, amante di tutti. Forse la gente sarebbe fiera di me, come quei vecchi professori che delle mie parole capivano solo la bellezza fonetica e la sintassi perfetta, ma non il sotto rigo. Il mio essere tranquilla è quasi una terapia che mi concedo a piccole dosi per non impazzire. E’ una via d’uscita per non fare del male a me stessa e agli altri, è una garanzia per chi vuole sedermi accanto.

Ho sempre pensato che la vera me spettasse solo chi mi ama e a chi amo. Che la versione integrale di me stessa, compresa di bene e male, fosse destinata solo a quelli vicini, a quelli che ai miei mostri tendono la mano, a quelli che stanno viso a viso con la spada della mia armeria conscii che non affonderei mai fin in fondo. Pensavo che la mia follia fosse solo per pochi, per quelli che in un letto non mi giudicano, che seduti ad un tavolo mi sorridono. Pensavo che la mia tranquillità fosse un pregio, fosse la giusta parvenza di chi invece dentro ha un inferno che brucia. Pensavo che il mio mondo fosse un regalo bellissimo e profondo, da fare solo a chi accetta regali pericolosi e duraturi.


A volte mi chiedo se questo mondo sia fatto per tutti, e se invece non ci sia un altro posto dove vivere.

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