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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine PICCOLI OMICIDI QUOTIDIANI

MOMENTI D'INGLORIOSA VITALITA'

(..nella speranza di non dover morire d'inedia).

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11 minuti

Pubblicato il 19 aprile 2020 in Erotici

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Un attimo dopo.

Il cobra e la farfalla, (..Rosaura chi?).


Un’altra volta chiama prima di arrivare! Ma se ti avessi chiamato non mi saresti venuta ad aprire seminuda. Bel colpo d’occhio, credimi. Niente da ridire sull'armonia del tutto, il tuoi bei seni, vogliamo parlarne. Due perfetti calici colmi di champagne per un brindisi alla patonza. Patonza? Sì, quella. Per non dire delle chiappe, rosate come un granbiscotto ancora da affettare, piene e armoniose, che sembrano il frutto di attente riflessioni, che esulano dallo scrupoloso osservatore quale io sono, per rivolgersi a pratiche a dir poco oscene, quanto ingorde, degne di un opificio di insaccati: dal prosciutto dolce, al culatello, alla lonza (che fa rima con patonza).

Non c’è che dire Rosaura N. è molto più di un affascinante involucro femminile, con quel sorrisetto insolente che altera appena il disegno felice delle sue labbra carnose. Lei sì, ha sicuramente trovato il mezzo per ingannare anche il demonio dei salami: dal Fabriano al Milano, alla nodosa corallina, ai 'coglioni di mulo'. La pelle vellutata poi, lascia increduli per la sua bresaola naturalezza, anche merito del suo impegno a contrastare gli insulti del tempo. Perché, come purtroppo è risaputo, il tempo che passa influisce e come, anche sullo spirito ribelle del salame, devo dire.

Che Rosaura N. è in gran forma lo si vede, il passo sicuro e il petto sodo e imperioso come due caci cavallo che sbucano dal bell’abito bianco, due poppe colme di latte ancora da scremare, meravigliose. Ma no George non è un abito è solo il lenzuolo. Che sbadato! Neanche il mio è un pantalone, è solo il rivestimento del cazzo – dico, e trac, lo scendo fino alle caviglie e resto in mutande, mostrando la mia erezione incontrollata. Il viso di Rosaura N. subisce una metamorfosi rapidissima e s’illumina di gratitudine. Ama vedere l’uomo fornicare con la mente, filtrarle le vesti con gli occhi e i sensi estranei a tutto fuorché al modo di inneggiare al sesso.

Cos’è un pistola quella o sei soltanto felice di vedermi?” – dice lei, rifacendo il verso a una esplosiva Mae West. L’idea della pistola mi punzecchia. Incapace di muovermi, mostro un sorriso sciocco sulle labbra che, oltre all’intramontabile fascino e molte promesse, la dice lunga nell’acquisire onori. Rosaura N. mi rassicura col suo profumo di donna matura capace di inebriare, infilando una parola dietro l’altra con garbo, lasciando intravedere quel tanto capace di stimolare certi istinti ma con moderazione. Non ho più dubbi, mi abbandono al suo linguaggio forbito e all’affettuosa cordialità che ormai ci unisce. Sei una donna stupenda – gli sussurro nell’orecchio, quando mi prono su di lei e m’immergo nel lenzuolo che ha aperto lasciandosi vedere senza più veli.

Salomè! – quasi grido trovandola disposta a concedersi, come tuffato in una fontana di delizie, con gli occhi abbagliati dal sole, come immerso nell’acqua santa delle Esperidi … Mi ricorderò di queste parole, George, è una promessa. Poi un urlo, una mano alla gola, un cobra contro una farfalla – mi dico, mentre il mio cazzo, poveretto, crolla dibattendosi come un pesce all’amo. La seconda volta l’inganno mi coglie di sorpresa, mi fa vedere immagini deformate, per cui Rosaura N., nonostante le solite affettive dicerie di certi momenti e certi slanci dovuti a particolari situazioni, si conduce pian piano verso mete più ambite.

Mi rendo conto che vuole essere considerata di più, anche se la trovo più assetata di potere che di sesso, anche se trovo qualcosa di cambiato in lei – mi dico – mentre prona tra le mie gambe si dilunga in una pompa magnifica che sembra senza fine. Rosaura, aspetta! – non mi da il tempo di dire che già la sua lingua lambisce il succo che la bagna. Pausa. Forzata o no la ripresa è più dura che mai, ci vuole qualcosa per riprendermi – dico. Un caffè? Perché no! – esclamo. È bell’è pronto, immediatamente, tu intanto riprenditi, come dire, rianimati! Ma non è l’anima che mi manca – penso nella solitudine della stanza – piuttosto sono i coglioni, che nella foga devono essere finiti in fondo al letto.

Eccomi! Faccio spazio a Rosaura N. che torna col vassoio. Due tazzine due, due piattini due, due cucchiaini due, una zuccheriera di porcellana, un porta-biscuit in silver plate, il tutto di un gusto molto raffinato. L’odore fragrante e aromatico della miscela mi “rianima”, lo bevo con gusto. Rosaura N., elegante nella sottoveste di raso perla, sembra raggiante, quasi fosse pronta per la sua prima notte di sposa. Come la prima? – mi chiedo, pur senza esagerare. Quando l’ultimo ritaglio di sole scende oltre la linea dell’orizzonte dei tetti, penso che non c’è ombra o tenebra capace di nascondere cosa sta succedendo sotto le lenzuola.

Non credi che dovremmo ovviare alla noia George, e mettere la terza? Non pensi che dovresti concedermi qualche altra cosa? Sono timida lo sai, ma adesso sì, lo vorrei, fai tu. Allora che fai, dai, prendimi. Solitamente mi do lo sai. E già mi batte il cuore, lo senti? Che sia perché sono pazza di te? Dai, non ci avrei creduto … che tu ... volessi farlo ancora … che meraviglia! – dice scoprendo il lenzuolo. Oh mamma mia, senti che gran casino, è come un cuore che batte, sembra rosso di vino! Tocco . . . sembra ancora più grosso! Dai, cosa vuoi che sia – dico voltandola di spalle e mettendola con le mani contro la spalliera sul muro. George che fai? Non è come tu credi … quello è il buco del culo!

Rosaura N. s’agita un poco e accusa l’affondo. Eh! Oh! – esclama, poi ride, ride, e ride ancora. Mi chiedo cosa avrà mai da ridere. Forse per le pacche che gli assesto sulle chiappe, poco più forti di massaggi, meno forti di risoluti schiaffi. Lei sa che se prende a me di ridere non la finiamo più. Che dici mai George, già che ci siamo arriviamo fino in fondo. La prendo come una sfida. Lei sa che è come scavare in un pozzo senza fondo. E quando mi chiede se non ce n’è più, sono costretto ad ammettere che la sirena è suonata e il minatore sta ormai risalendo in superficie, anche se stavolta ha lasciato l’attrezzo del mestiere nell’alveo della miniera, portando indietro solo due palle di carbone.

Spossato ma felice resto disteso nel letto godendomi il necessario riposo. Rosaura N. sparisce dietro la porta del bagno. A leccarsi le ferite – penso. In verità, librandosi nell’aria come una farfalla che ha avuto la meglio, sfuggendo al cobra che s’era eretto per agguantarla e che ormai s’è ammosciato, ridotto a un cencio di pelle senz’anima. Senza anima e senza pudore è Rosaura N. che, col sorriso sulle labbra, dopo un po’ mi sveglia dicendomi che s’è fatto tardi. Hallo George! Faccio per alzarmi quando mi accorgo che mi tremano le gambe. Mentre mi rivesto penso al solito regalino da lasciare sul comodino.

Sai George, prima di andare c’è un conticino che dovresti saldare. Rosaura che vuol dire, prima ti accontentavi di un.. I tempi cambiano George, anche tu ti accontentavi del solito pompino, adesso invece. Sì, ma qui c’è elencato il servizio di porcellana, la zuccheriera d’argento, il porta biscuit.. Be sai, da quando mi sono messa in proprio, per mantenermi così stupenda come tu dici, ho dovuto darmi un prezzo.


All’anima del prezzo, con queste tariffe ben presto sarai campionessa d’incassi!


Un attimp prima.
Un attimp prima.

Un attimo prima.

Therése, (..wherever you go, there you are).


Ah eccoti, ti fai vivo, finalmente! Pensavo ti fossi dimenticato di me, m’ingiunge Terése venendomi incontro col viso aristocratico e altero atteggiato a un caldo sorriso di benvenuto. Tuttavia col capo lievemente inclinato, quasi per non lasciar osservare un principio di pappagorgia che le pronuncia appena il sottogola, sfoggiando il suo portamento impeccabile e fiero, quasi regale, di chi un tempo è stata senz’altro una ‘fata’. Ne è passato di tempo George, che quasi non ti ricordavo più, dice, alzando la testa per darmi un bacio. È vero, ma non lo crederai, da quando ho rimesso gli ormeggi, non trovo più il tempo neppure per una scappatella (imperdonabile gaffe non c’è che dire).

Sicché hai smesso anche di essere quel gentleman che conoscevo, se questo è diventato il tuo abituale modo di esprimerti nei confronti di una signora. Sei sempre splendida! Dico, cercando di recuperare con sincerità. Non ti sembra un po’ tardi per farmi la corte? Indubbiamente, ma la bellezza può scomparire con l’età, il fascino mai! (altra insopportabile gaffe). E dire che credevo di farle un complimento, dico tra me, porgendole la mano perché mi accompagnasse nel suo boudoir. Ma non era di colore giallo? Ricordi bene George, l’ho appena fatto ricolorare, trovo che il giallo a lungo andare mi sbattesse un poco, in verità il rosso pompeiano accresce di molto la mia voluttuosità.

Rido per quel colore rosso pompeiano che avrei tradotto in “pompinaro” ma che non oso dirlo. Ti vedo particolarmente allegro George, c’è una qualche ragione specifica? Oh, nulla di che, ricordavo quando sono venuto qui la prima volta, allora devo esserti sembrato davvero un imbranato. Beh sai, ne è passata d’acqua sotto i ponti e uomini sul mio letto, che non me ne rammento. Aspetta, se non ricordo male arrivasti qui dopo una giovinezza piuttosto dissipata (enorme gaffe da parte sua). No, non ero io, quello. Aspetta, sì, ricordo, eri così timoroso che te la facevi addosso, dice cinica (altra gaffe, la sua intendo). No, no, quello era l’amico che mi accompagnava (bugia madornale). Comunque non sarebbe poi tanto una disgrazia, si sa che la prima volta, capita. Forse perché spesso, invece di pensare alla casualità, è più conveniente pensare a lasciarsi andare, dico.

Scusa, conveniente per chi? Piuttosto dì sconveniente, qui a forza di vivere fra gli “uccelli” malsani, sono cadute anche le ultime penne, tant’è che ne ho mutuato i tratti salienti, sì da somigliare a una nuda poiana. Non capisco, cos’è una poiana? Un uccello George, per di più floscio e raggrinzito. Intimorito stento per un momento a mostrarle il mio, ridotto com’è dopo anni di consumato matrimonio. Povero, che ne sarà di me?, sembra gridare senza voce. Stupendo! Esclama, ripagandomi con la mia stessa moneta, mentre si gongola in silenzio, con un’ombra di mesta soddisfazione sul viso. Mentr’io, invero, tento d’immaginarmi nelle vesti di un principe addormentato, che la “fata” risveglia con un bacio.

E che bacio, per poco non sapevo più dov’ero finito, chi fossi, da dove venivo. George, non stare così rigido, svegliati, sei ancora qui! Esclama preoccupata. Per fortuna Terése mi ha ripetuto il mio nome, altrimenti.. Poi si dice che un uomo viene ritrovato morto affogato nel rosso pompeiano? Ma allora le fate sono cattive? Uccidono per sfamarsi? Che dire degli uomini George, che invece ammazzano i loro simili per ragioni molto meno valide? Scommetto che hai massacrati più uccelli tu che tutta la lunga guerra nel Vietnam! (mia ennesima gaffe senza ritegno).

Terése ride. Che creatura bizzarra! Dice, additando l’uccello, che ha piegato graziosamente la testa da un lato, quasi li lì per essere defunto. Faccio lesto a rimetterlo al sicuro nelle mutande, prima che la ‘fata’ uccellatrice, apparecchi nuovamente la tavola. E fai bene George, del resto sarebbe orribile mettere in tavola un simile esemplare per soddisfare la gola! Dice senza alcun imbarazzo (ben ripagandomi della gaffe di prima). E lo credo, dico, con tutte le libagioni che sempre ti offrono i tuoi barbagianni!

Comincio a pensare che la mia verginità serva più a tener lontani gli uomini come te, piuttosto che avvicinarli, dice Terése con spregiudicatezza inusitata. Ho capito bene, hai detto verginità? Faresti bene ad ammaestrare la tua poiana a salutare gli ospiti nella guardiola del portinaio, quando se ne vanno! Col pericolo che i rudi cacciatori come te colgano l’occasione per mostrare la loro virilità uccidendola, mai! Comprendo di averle fatto un torto imperdonabile che non posso riparare se non procurandole un’amara delusione.

Conosci forse un modo migliore? Mi chiede, atteggiando un’espressione imbronciata. Posso confidartene uno, molto personale per tenere alta la tua reputazione. Sto aspettando George, ma forse prima, dovresti dirmi che ne è della tua se sei venuto a cercarmi, non ti pare? Potresti darla a me, dico, protraendo il gioco lusinghiero, pur dovendo ammettere di aver colpito nel segno. Sì, forse potrei darti quello che cerchi, ma adesso non più, lo dicevo così, semplicemente per constatare la tua fama di uomo maturo, un po’ vecchio magari, ma comunque sempre attraente, anche se rotto a ogni esperienza.

Vecchio, io? Non ti pare di esagerare? E a te immagino non sembra di essere alquanto impertinente, dice, con l’amaro in bocca di femmina ferita. Lo dice ansimando quasi, in modo che l’irregolarità del respiro le fa alzare e abbassare il seno a un ritmo fremente. Ora sarò pure un presuntuoso ma, davanti a un seno tronfio, provo un brivido di desiderio che di solito mi smuove dentro un orgasmo concitato. Terése se ne accorge e sfodera un sorriso seducente che eccita la mia fantasia. Faccio per abbracciarla di nuovo, ma lei si libera con una certa riluttanza.

All’improvviso ho l’impressione di aver già vissuto questa stessa scena, rammento che il gioco non era stato poi così lusinghiero. E adesso vaffanculo George! – dice, con l’espressione fiorita di chi insulta senza lasciare dubbi sulle sue intenzioni. Infatti, dopo aver riscosso la dovuta parcella, riacquistando in extremis la propria dignità, aggiunge: non voglio più vederti George, la prossima volta stai lontano da casa mia, anzi ti consiglio di provare a farti una sega.


Peccato, forse sperava di divertirsi di più – mi dico rammaricato, non nascondendo, tuttavia, un pizzico di delusione per la sua imperturbabilità.









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