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Una storia di Paulmichel

... non so che dire

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22 minuti

Pubblicato il 30 dicembre 2018 in Storie d’amore

Tags: #lei

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chi sei
chi sei

Ma che cosa vi credete di essere, vacca troia: pazzi?

Davvero? Invece no! Invece no: voi non siete più pazzi

della media dei coglioni che vanno in

giro per la strada,ve lo dico io!


Qualcuno volò sul nido del cuculo


i pazzi sono fuori non cercateli qui, il mondo dietro i muri è più disperato di qui(forse è meglio, se fin da ora, si sappia che il Professor Vecchioni mi toglie spesso le parole di bocca).




Prologo


Messaggio all’innominata




Ho rivisto quel film un numero spropositato di volte ma evidentemente un numero non ancora sufficiente per vergognarmene. E’ per questo motivo che la notte scorsa ho dormito pochissimo; ancora una volta - e non sarà certo l’ultima - non me lo volevo perdere e anche se lo davano in seconda serata l’ho dovuto guardare fino alla fine, titoli di coda compresi, con la stessa angoscia rabbiosa e soffocante della prima volta.

La sveglia l’avevo puntata alle cinque e quaranta anziché alla mezza, accordandomi dieci minuti di sonno in più che avrei comunque dovuto recuperare durante il viaggio, ma - a causa di un ostinato orologio biologico - ero in piedi molto prima che il suo antipatico appello rovinasse insistente e molesto nei sogni mattutini: i migliori, i più reali, gli unici che a volte ricordo - Jerome ha dedicato un capitolo in Loro ed ioal proprio orologio biologico e ti lascio immaginare la freschezza e l’ironia che frigge in quelle pagine.

Poco dopo le sei ero già alle prese con un volante sotto-zero ma il freddo, almeno quello che io pensavo fosse il vero freddo, mi aspettava paziente a Merano accompagnandomi fino a sera quando, avvolto e ubriacato da un’insistente nebbia novembrina, la tua voce, per una volta calda e impacciata, mi ha raggiunto inattesa al cellulare: sei davvero imprevedibile o forse così presente che non ti potrò aspettare mai.


Appena a casa ti scrissi una lunga lettera ma l’ho appena cancellata dalla memoria del mio portatile; in quella e-mail mi ero maltrattato senza risparmio e senza un vero perché; il buon umore di oggi, però, mi suggerisce un po’ di dignità e allora niente: ricomincio da Cortona.

Sì è così, lo farò con calma. Voglio partire da lì per cercare di afferrare un tempo fin’ora indecifrabile e ormai lontano, eppure così presente, anche adesso mentre scrivo, che al solo pensiero mi ritrovo laggiù.

Se avessi dovuto dirti in anticipo come immaginavo i nostri tre giorni, non credo che avrei mai potuto inventare niente di quello che poi è avvenuto. In realtà sono ancora tante le cose che non conosci: ti manca un prima, è ovvio; ti mancherà per sempre un dopo, anche questo sai; ma non fingere sorpresa quando dico che ti manca ancora molto dei miei giorni con Te.

Mi costerà del tempo e molta fatica, questo lo so, ma se voglio venirne fuori te li dovrò raccontare quei tre giorni: lo farò senza nominarti perché il non aver un nome l’hai sempre voluto Tu ed è strano visto che ne porti uno bellissimo.




1


Quel venerdì sera, verso le sette, mentre, sotto casa sua, aspettavo in auto che scendesse, sfogliavo l’inserto Viaggidi Repubblica, così, per tenermi occupato ma senza crederci molto; arrivai all’ultima pagina convinto di trovarci la solita lettera ironica e demenziale firmata Lillo e Grege invece no: niente Lillo, niente Greg e nessuna demenzialità delle loro: in fondo a quel giornale mi ritrovai nei campi di sterminio di Birkenau e Auschwitz. Peccato! Mi piaceva leggere quel pezzo. Richiudo e aspetto.

Il tempo passa e comincio ad avere freddo. Riaccendo il motore per un paio di minuti. Non arriva. Riprendo svogliatamente il giornale; ma perché poi quell’articolo? Lo sfoglio nuovamente dall’inizio ma per arrivare in fretta e ancora una volta a quell’ultima pagina; non sono concentrato ma decido comunque di leggere. Parla di un gruppo di studenti romani in visita ai campi di sterminio. Leggo velocemente. Ogni tanto vengo distratto dai passanti che devono rallentare per superare l’ostacolo formato dalla fiancata della mia auto e i carrelli del supermercato: ognuno trova un modo diverso per risolvere quel piccolo disagio: i più frettolosi scelgono di abbandonare il marciapiede. Un signore malvestito con un’espressione incerta e sciupata, seguito da una donna in apparenza più anziana e e anche lei visibilmente stanca, mi guarda malvolentieri; per un attimo incrociamo gli sguardi, intuisco i suoi pensieri ma assumo l’espressione di chi non capisce. Lei non arriva e riprendo a leggere: … anche gli Hutu in Ruanda chiamavano i Tutsi scarafaggi e ne massacrarono oltre un milione in tre mesi. Il nazismo e le istituzioni che gli somigliano cercano di convincere la vittima che non è più umana. Gli si toglie tutto fino a renderla un uomo vuoto poiché, scrive P. Levi, accade facilmente a chi ha perso tutto di perdere se stesso… a chi ha perso tutto … perdere se stesso! E poi quel freddo che i deportati raccontano più della fame: il freddo! Penso a Merano e un po’ me ne vergogno.

Mi accade sempre più spesso, anche senza essere richiamato da nulla, di avvertire del fastidio per la mia esistenza comoda e tutto sommato serena. Che ho fatto per conquistarmela e soprattutto: che hanno fatto loroper procurarsene una così terribile? Poi penso o spero, con un po’ di invidia, che lorosaranno già in qualche angolo di Paradiso ed è giusto così: sì, ma io?

Giro lo sguardo e per caso la vedo! … ?

Pooorc

Confuso scendo dall’auto. Mi ero ripromesso di pensare se le avrebbe fatto piacere un bacio amichevole quando ci fossimo rivisti ma la lettura di quell’articolo me l’ha impedito; la guardo e lei mi sorride: mio Dio non la ricordavo tanto bella e ora? Scelgo di non fare nulla e delego tutti i convenevoli a lei. L’imbarazzo comincia a montare e a dipingermi il viso, allora per tenermi occupato prendo la valigia che le corre accanto (la valigia? … ma non dovevamo star via due notti? Che penserà nel vedere il mio microscopico zainetto: semivuoto) e la ripongo dietro il mio sedile: niente bacio e poi siamo già ai nostri posti.

Poteva andare peggio dai! Ma sì, ho tre giorni e due notti da passare con Lei, tre giorni e due notti, già, sembra un sacco di tempo; ho anche dimenticato il motivo ufficiale di questa breve vacanza; più tardi se si presenterà l’occasione e senza che se ne accorga, proverò a chiederglielo: forse lei lo sa.

Tolgo il giornale che ho lasciato cadere poco prima sul mio sedile e ancora per un attimo mi ritrovo tra di loroe l’ultima cosa che penso è: “Chissà se l’amore può salvare un uomo dal perdere se stesso”.

“E tu?”, le sento dire, “Che mi racconti?”

“Ehhh? … Siii dai, bene … uuun po’ stanco ...”

Silenzio.

Mi sembra di non aver più fiato oltre che saliva e ricomincio a pensare ad un Paradiso irraggiungibile e ad un inferno che mi sorride a braccia aperte; poi, decido di impegnare l’ultima riserva d’aria e così anche l’ultima goccia di saliva sacrificandole a quella che avrebbe dovuto essere la mia battuta risolutiva: “… maaa … dov’è che si va alla fine?”

Mi guarda, scuote il capo e le esce un modestissimo: “Scemo”.


Per fortuna durante i primi minuti ho la scusa di restare in silenzio intento come sono ad ascoltare un navigatore prodigo di consigli nel guidarmi all’imbocco dell’autostrada per la via più lunga e trafficata.

“Dai, ora non serve più, spegni quel coso: mi dà fastidio … mi ricorda il mio ex”.

Ecco! Cominciamo bene. Allungo la mano alla ricerca del tasto power, ma,ma dove cazz... non lo becco mai quel pulsantino, e anche in questa occasione mi chiedo se si stia prendendo gioco di me evitandomi in ogni modo per ricomparire all’improvviso quando ho già deciso di fermarmi e stanarlo dal suo nascondiglio; a quel punto ci guardiamo e lui sembra dirmi: “Be’? Cos’è quella faccia? Sono sempre stato qui!” e in effetti è lì che me lo ricordavo; il trambusto per lo spegnimento mi suggerisce la possibilità di un breve e involontario contatto ma solo in quel momento mi accorgo che è troppo lontana e mi chiedo cosa ci faccia laggiù appiattita sul finestrino del passeggero; guardo il pulsante, lo stramaledico, finalmente lo premo, ancora un attimo e con un leggero lamento il navigatore è OFF … più o meno come me.

Il casello dell'autostrada che vedo in lontananza mi ridà speranza ….


All’altezza di Bologna reputiamo di aver ormai riconquistato un parziale affiatamento che ci aiuta a riempire dei silenzi che non avevo previsto. Mi aggiorna sul suo lavoro elencandomi anche le nuove possibilità che quasi quotidianamente le vengono offerte in giro per il mondo. La sua voce è quella di sempre e l’entusiasmo non accenna a diminuire. Mi affascina l’argomento delle sue ricerche e mi incuriosisce sapere come le organizza; si sforza di rendere comprensibili materie che altrimenti non sarebbero alla mia portata e dentro di me sorrido: capisco tutto. E’ brava!

I camion che affollano le prime due corsie e la pioggia battente mi impediscono di disegnare le curve dell’Appennino come avrei voluto convinto di poter esibire una guida superiore a quella di qualsiasi uomo da lei conosciuto prima di me; una guida che nei miei piani doveva infondere fiducia e tranquillità al mio passeggero, ma la vedo spesso aggrapparsi al sedile durante i sorpassi e ogni volta chiede scusa.


Ancora un po’ e siamo a Firenze. Finiscono le curve. Non piove più. La musica si lascia ascoltare e per alcuni chilometri restiamo in silenzio.

Ogni tanto mi giro verso di lei, con lo sguardo, sfioro il suo profilo; lei sembra non accorgersene. Chissà perché, penso, non le piace il suo naso? Se lo farà rimodellare? Ed è una delle tante domande che tengo per me, non si sa mai come la potrebbe impugnare e di imbarazzo in questa macchina ce n’è già al bisogno senza produrne di nuovo.

Infatti:

“Chi è questo che canta?” , mi chiede, “Come chi è?” le rispondo incredulo, “Michael Bublè, non lo conosci?” e mi esce un tono così odioso da disc-jockeyso tutto ioche prego si trasformi in un’intonazione accettabile prima che la possa raggiungere.

“Pensavo fosse Mario, fa una musica simile” mi risponde storcendo la bocca per riprodurre il mio tono … che nel frattempo l’ha raggiunta.

Mario? … e chi è ‘sto Mario? mi chiedo mentre sento le orecchie prendere fuoco.

…Mario … Mario … Mario …

Allora, come un kamikaze imbottito di fesserie a cui ho già tolto la sicura, e con le orecchie ormai carbonizzate dal disagio, insisto nella parte di chi sa e ... “Ahhh Mario, sì in effetti ci assomiglia ... m-m ... è un po’ che non si sente però, no?”

Questa volta mi guarda, scettica ma quasi senza sorpresa: “Di’ pure che è da un po’ che non ascolti la radio: è quasi un mese che lo si sente ovunque!” mi risponde canticchiandoci sotto il ritornello di Comin' Home Baby che nel frattempo ha già imparato.

Sorrido come chi sapeva ma voleva solo vedere se … Mentre si gira nuovamente verso di me noto un impercettibile movimento della testa che assomiglia ad un no: no caro, non ci casco!

Non so più come uscirne e così complice un po’ di foschia fingo di disinteressarmi completamente della questione e recito la parte del guidatore attento e preoccupato ma l’ombra del suo viso sul cruscotto insiste in quel lento e inequivocabile NO!


Da un mese lo si sente ovunque …

…mario ha detto che si chiama

…mario …

…ma-va-affanculo-mario!

Mar


Vacanze, viaggi, amicizie … mi racconta di un suo recente viaggio in Perù durante il quale un ragazzo poco più che ventenne perse la testa per lei; la cosa non mi ingelosisce e perché dovrebbe? Eppure era un gran bel ragazzo, insiste: uno skipper!

Perché mi racconta di lui? E’ forse un modo per non farmi capire che sono nei suoi pensieri? Eh sì, non mi dispiacerebbe che fosse così: ognuno trova un modo per attaccare o solo per difendersi. In Come un romanzoPennac esordisce dicendo che: “Il verbo leggere non sopporta l’imperativo, un’avversione che condivide con alcuni altri verbi: il verbo amare, il verbo sognare …” - è così! Non posso obbligare nessuno ad amare, ad amarmi, ma mi piace sapere che legge ciò che scrivo e non lo considero un consolante ripiego ma piuttosto un modo perché mi possa osservare da vicino senza che io la veda.

Abbandono quei pensieri e mi concentro sul percorso. Ci affidiamo ai cartelli anche se il navigatore - al diavolo anche gli ex - a cui ho ridato fiato appena usciti dall’autostrada, suggerisce rotte alternative. Per l’occasione gli avevo fatto assumere una voce maschile visto che la volta precedente, la collega, ci guidò in una Vignola deserta e collocata per l’occasione ai bordi di un campo arato di recente e qualche albero spoglio che mal ricordavano la descrizione di una cittadina vivace con Roccamedioevale e tortaBarozzi: “Destinazione a destra!” Ricordare quell’episodio, sembra divertirla. Le battute sulla nostra guidale abbiamo esaurite da un po’ e la lasciamo di nuovo riposare.

Finalmente vediamo Cortona. Alta, illuminata: bellissima! Ci appare alla nostra sinistra. Alcuni addobbi natalizi ci ricordano che le feste sono più vicine di quello che avvertiamo. Ho ripreso ad assaporare l’atmosfera del Natale da quando sono arrivate le bimbe ma stanno crescendo, Babbo Natale e Gesù Bambino non esistono più, e così quella magia l’ho perduta per la seconda volta.

A casa mia non si faceva l’albero di natale ma solo il presepio ed era un compito esclusivo della mamma che durante l’allestimento non voleva nessuno attorno e consigli meno che mai! Il presepio poggiava sul piano di lavoro della cucina con la capanna a ridosso del frigorifero: un vero colpo basso per bue e asinello costretti agli straordinari per tenere testa agli spifferi gelidi provenienti da un elettrodomestico la cui porta non si era mai chiusa bene.

Le vacanze le si passava dai nonni materni; dormivamo tutti assieme in una soffitta con un pavimento in cotto posato a secco e sopra alla testa enormi travi rotondi dai quali pioveva una impalpabile polverina di segatura che i tarli sbattevano fuori dalle loro elaborate gallerie. La notte della vigilia, i grandi, costringevano noi bambini ad andare a letto molto presto con la raccomandazione di dormire “subit adess” – come diceva il nonno nel suo dialetto.

Mi rivedo con gli occhi aperti in attesa che giunga il mattino confortato dalla luce di una stufetta a gas che però non mi impedisce di godere del peso di due voluminose coperte di lana coloratissima e dall’intenso odore di canfora. Gesù Bambino è al lavoro, devo dormire altrimenti non troverò nulla per me domattina; vorrei spiarlo, vedere la sua luce, come si veste: chi è! Ma i doni, alla fine, hanno la meglio sulla curiosità e mi addormento prima di tutti.


Siamo giunti ad una delle porte di questo antico borgo toscano che abbiamo scelto come meta per il nostro indecifrabile fine settimana, tra pochi minuti saremo soli in una stanza e ho la netta sensazione di essermi messo in un gran casino; un altro. E’ la prima volta che mi trovo in compagnia di una ragazza conosciuta quasi per caso e come se non bastasse passerò le prossime due notti nello stesso letto e, da quel che dice, per lei sarà lo stesso; ci penseremo mangiando anche se non ho fame, eppure a mezzogiorno ho lasciato il mio piatto a D.

Sono un po’ teso, … sono molto teso ma finge di non notarlo.

Lasciamo la macchina in un parcheggio appena fuori le mura e prima di raggiungere la locanda dove ho prenotato decidiamo di mangiare qualcosa in un’osteria, sempre che a quell’ora ce ne siano ancora di aperte. Ce ne indicano una a un centinaio di metri … più su! Impareremo presto che a Cortona più che di distanze si parla di dislivelli.

Ha il fiatone. Impreca! Ma quando finisce questa salita?


Siamo in camera.

La cena non era male, ma che stanchezza! Non ho la forza di spogliarmi, nemmeno quella di preoccuparmi di cosa mi stia accadendo.

Lei, silenziosa, prende possesso dei suoi spazi, dandomi le spalle armeggia all’interno della propria valigia e dopo un tempo che a me pare infinito la vedo raggiungere il bagno. Trattengo il respiro e rimango in ascolto. Doccia!

Per qualche minuto posso starmene solo: e allora, che ci faccio qua? Provo a guardarmi dentro, cerco in qualche modo di interrogarmi pretendendo da me delle risposte sincere ma non riesco proprio a rendermi conto del perché mi trovo lì.

Penso a un monte di cose. Penso a come stavo bene con B. Penso a B. che se non la smetti di dire cavolate ti mangia in un boccone, a lei, che un giorno mi chiese: “Senti, ma devo proprio dire per favoree grazietutte le volte che ho bisogno di qualcosa?”, io la guardo con la faccia seria ma mi viene da ridere, lo intuisce e scattano le percosse! Non mi difendo e ridiamo fino alle lacrime.

Riappare. Ha un bel pigiama in tela, spezzato: carino, ma non la disegna bene, anzi! Meglio così …

Aspetto che si sistemi. Non la guardo. Mi dirigo verso il bagno e non sarebbe male se già dormisse al mio ritorno: ci resterò il più possibile.

Ho freddo. Lascio correre l’acqua per portarla ad una temperatura che mi possa riscaldare e per qualche istante rimango fermo con la bocca semiaperta e gli occhi chiusi appena, in attesa di ritrovarmi altrove. Ho lavato B. decine di volte, con cura, con passione, con curiosità, credo; l’ho asciugata, vestita e pettinata come si fa con un bimbo; ho letto per lei e ascoltato le sue favole … riapro gli occhi: ma cosa ci faccio io sotto a questa doccia?

Rassegnato mi rivesto, decido per una maglia a manica lunga. Sono più rilassato. Prendo posto sul letto. Mi avvicino e la guardo. Ho dimenticato gli occhiali ma vorrei leggerle Jerome, mi invita a farlo mentre ripone il cellulare sul comodino. Leggo qualche pagina, mi escono lacrime di stanchezza che mi annebbiano la vista, non riesco a dare le intonazioni che vorrei ma in qualche modo arrivo alla fine del primo episodio e mi fermo. Sorride. La bacio su una guancia, aspetto da dentro un segnale … nessuna emozione: Lei si gira e mi da la buona notte!

Buona notte?

Ma che ci faccio in questo letto? E lei si starà chiedendo la stessa cosa?


Sono passate da poco le due del mattino. L’abatjour dalla sua parte è spenta. Mi avvicino ancora un po’ per incontrare il suo calore, non si muove, lascia fare. E’ rigida ma non riluttante: in attesa. Qualche minuto ancora e il suo respiro sembra dormire, qualche minuto ancora e respiroanch’io.


Si è alzato il vento, sono sveglio, che ore saranno? Mi ritrovo a guardare la luce filtrata da una piccola apertura che assomiglia alla spioncino di una prigione, è inserita in una nicchia su di una parete in sasso. Ha spento la luce sul mio comodino, ha dovuto alzarsi e non l’ho sentita. Vengo raggiunto dai miei pensieri; sono cambiati: sto bene. La tocco. Sto bene.

Ora sembra sveglia, provo a chiamarla … risponde piano un . Vorrei chiederle a cosa stava pensando, ma non mi esce nulla. Avrà avuto gli occhi aperti? … ma no, niente: lascio stare.

Allungo braccia e gambe e lei fai lo stesso, i nostri piedi, semplici, non temono fraintendimenti, nessuna implicazione tra loro, e senza guardare si lasciano accarezzare.

Ha una bella pelle sottile e colorata: vorrei toccarla ma rimango immobile.

Dopo tanto tempo volevo sentire il calore di una donna e invece desidero toccare il suo corpo: non solo una donna ma proprio lei. Allora lascio che le mie mani l’accarezzino, fanno fatica, le coperte impediscono loro di muoversi naturalmente e la tela del suo pigiama isola qualsiasi contatto. Raggiungo il suo viso, un viso magro, liscio, morbido, ma lo abbandono rapidamente. Mi sale un dubbio e le chiedo se posso continuare, mi rassicura che la cosa non la infastidisce: mi dedico ai capelli e così come ho iniziato la osservo mentre il sonno la raggiunge di nuovo. Rivolgo lo sguardo alla nicchia di fronte a me che ora mi sembra più un cantuccio di speranze, una luce discreta a cui affidare i miei pensieri.

La raggiungo, metto a terra il bollitore dell’acqua e un piattino con alcune bustine di zucchero e di te, c’è dell’altro ma è di carta e non rischio di romperlo. Mi siedo sul davanzale, alzo le gambe e le appoggio al muro che ho di fronte: muri grossi a prolungamento delle fondamenta. Sono scalzo e sento tutto il freddo della notte nei piedi. Aspetto.

Con cautela cerco di aprire il piccolo serramento oscurante, spero non cigoli e che non entri troppa luce. Vedo un tetto davanti a me, pochi metri più in là una pianta ormai spoglia, ma questo non mi impedisce di avere uno scorcio su di un cielo gonfio di nuvole abbagliato da una luna giovane ma luminosissima e già so che scriverò per lei quello che ora non può né vedere né sentire. La guardo. E’ girata verso la porta d’ingresso, ma il suo braccio destro è abbandonato nella parte vuota del letto: sta cercando me? Penso a Selinuntee a quell’omino che portò parole nuove ma che solo un bimbo capì, penso alle mie di parole che spesso intendo solo io, e penso a lei che qualcosa, spero, avrà già capito di me.

Poi senza suoni canticchio:


Notte lunga, notte breve. Notte impossibile per la neve. Notte nera come il mare. Notte che correvo senza mai arrivare. Fa che sia una notte breve, fa che l’inverno gli sia lieve. Quando puoi, se ce l’hai un momento, digli che io c’ero e non ho fatto in tempo”.


Il vento è seguito a breve dalle prime gocce di pioggia, apro la finestra, voglio toccarle; allungo il dorso della mano sinistra, il palmo è ghiacciato e non le sentirei, l’ho usato a mo’ di sedile e da un po’ è a contatto con la pietra del davanzale. Toccate!

Richiudo finestra e oscurante, aspetto ancora qualche minuto per riabituarmi al buio, faccio fatica a vederla, poi ripongo bollitore e piattino al suo posto e con la massima lentezza ritorno … da lei.

Cerco di non toccarla e mi sistemo su di un fianco, metto le mani giunte tra le gambe e aspetto che si riscaldino, rimango così per un tempo indefinito senza fare nulla, senza pensieri, senza preghiere; guardo la sua mano di cui ora vedo solo le unghie che riflettono la poca luce che è rimasta nella stanza. Che belle mani e che buon odore. Sto bene.

Il rumore del vento si confonde con quello più forte della pioggia che ora cade pesante e non risparmia nemmeno il suo respiro che da quando si è girata verso di me riesco ad intuire solo per quella brezza leggera che mi accarezza il viso ritmicamente. Provo a prendere i suoi tempi, ma il mio cuore batte più lento … più lento … Sonno e veglia si alternano. La ritrovo ad ogni mio risveglio. C’è più luce nella stanza. Sto veramente bene.


Sono uscito a cavallo con Mn. lungo il fiume A., riconosco il punto in cui lo attraversiamo dove l’acqua tocca appena gli stivali. Lei porta un cappellino di lana, regalo di un’amica del suo paese, ma che normalmente non vuole indossare perché troppo diverso da quelli che si usano qui. Ci fermiamo, fa caldo. Mi tolgo i guanti e stacco le maniche del piumino, la invito a fare altrettanto ma non vuole e lascio stare. Ripartiamo ad un trotto sostenuto perché la salita ci impedisce un’andatura più lenta. Mi chiama, è rimasta indietro; aspetto che mi raggiunga, sento che si avvicina alla mia destra da dietro, mi giro a controllare se è tutto a posto: Mn. guarda dalla mia parte senza espressione, non porta più il suo berretto e non ha più i capelli.

Apro gli occhi e senza guardare se è sveglia le dico che ho sognato Mn. che perdeva i capelli. “Che brutto sogno” dice e finalmente risento la sua voce.

Ci sistemiamo a capannuccia, una posizione fetale ad incastro che già la sera prima avevo desiderato assumere ma che ora mi sembra più naturale. Sedotti dal sonno riusciamo a non farci coinvolgere dal buon senso e lasciamo che i nostri corpi vivano qualche istante di intimo contatto. Ho voglia di stringerla, mi trattengo; intuisce, o forse no, con movimenti dolci prende la mia mano destra e se la porta tra il seno e il collo, ci passa sopra e la protegge con il suo avambraccio così non posso più muoverla: non si sta poi male in prigione.

Si appisola e la mia mano scivola lentamente sul suo seno, piccolo e ben disegnato. Il suo respiro si interrompe; ci mancava solo che avesse un seno così! Si muove, sento distintamente il suo odore, rivedo il suo profilo e non rinuncio a sfiorarle il viso con la mano libera; vorrei parlarle ancora delle sue labbra, vorrei spogliarla, accarezzarla, disegnare tutto il suo corpo con le mie mani: vorrei dirle un classico ho voglia di fare l’amore con te! Nemmeno il tempo di pensarlo e subito mi vengono in mente le parole che mi rivolse la prima volta che le chiesi un bacio: “Ma scherzi? Non si può mica!” … Eh? … ed era solo un bacio.

Provo a distrarmi. Mi sforzo di ricordare una battuta di Benigni: Attilio, quando cerca goffamente di sedurre quella che sa essere la donna della sua vita e che tutte le notti sogna di sposare, ma siamo all’inizio della storia ed è impossibile prevederne gli sviluppi: “Come sono belle le donne quando decidono di fare l’amore … FRA POOOCO!”.

Non riesco a stare fermo e ricomincio ad accarezzarle la schiena, la illudo che sia un massaggio ma non lo è; mi concentro sulle sue forme, seguo la spina dorsale e ad ogni anello esercito una piccola pressione, prima con il pollice e poi con le altre dita, tutte insieme. Mi fermo molto prima dell’ultima vertebra, preferisco pensare che mi lascerbbe fare piuttosto che assumermi il rischio di essere fermato. Mi fermo. Cerca di nuovo un contatto con i piedi: che devo fare? Mi lascio andare?

Ripercorro la spina dorsale dalla parte opposta e in senso inverso, mi accorgo che il mio cuore sta battendo con un ritmo insolito, anche il respiro non è quello di sempre. Se ne sarà accorta? Cerco di interpretare ogni segnale che mi lancia il suo corpo, mi ostino a credere che tutto ciò lei lo viva con indifferenza poi all’improvviso qualcosa mi induce a fermarmi: il suo telefonino ci da il buon giorno! Non adesso cazzoooo!!!! …

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