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Una storia di AlessandroCiviero

"Dio di illusioni" di Donna Tartt

Recensione

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4 minuti

Pubblicato il 27 gennaio 2019 in Recensioni

Tags: #crisi #cultura #giovinezza #illusioni #valori

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Leggo questo romanzo a oltre venticinque anni dalla sua pubblicazione, avvenuta nel 1992. In quel periodo, all’incirca, usciva il film “L’attimo fuggente” e il collegamento è emerso quasi naturalmente, nella mia testa, visto che l’ambientazione e il tema del romanzo sono simili a quelli della famosa pellicola con l’insuperabile e indimenticabile Robin Williams nella parte dello stimolante professore di letteratura.

Il romanzo di Donna Tartt si apre in effetti con i ricordi di un ex studente dell’immaginario Hampden College, esclusiva scuola universitaria sperduta tra le selvagge e fredde montagne del Vermont, con il classico clima cupo e rigido del Nord Est degli Stati Uniti. Ad anni di distanza dai fatti, il protagonista che narra in prima persona, ci parla innanzitutto di un omicidio. Cosa sconcertante, che però sembra passare in secondo piano, quando il protagonista narrante, ci introduce in un ambiente allettante e culturalmente elevato, dove la classe agiata manda i propri rampolli a compiere gli studi classici e dove egli si sente in obbligo d’essere accettato e introdotto, essendo d’estrazione sociale piccolo borghese, quasi fuggito dall’opprimente e piatta routine di un villaggio della California assolata e polverosa, dove la sua inaffettiva e assente famiglia non lo valorizzava. Grazie alla propria voglia di emergere e al suo talento per le lettere antiche, egli viene accettato nella ristretta cerchia del professore di greco, Julian Morrow, un personaggio tanto eccentrico quanto selettivo, che sceglie con estrema cura le menti da plasmare. Sono infatti solo sei i componenti della sua classe: il volitivo Henry, il riflessivo Francis, il pacioso Bunny, gli affascinanti gemelli Charles e Camilla ed appunto Richard, io narrante, che è individualmente attratto dalle peculiarità di ogni suo compagno di corso. Tra questi personaggi e il loro mentore, nasce subito una sorta di alchimia d’altri tempi, in cui l’insegnante diventa anche maestro di vita, ma non solo, addirittura li incita ad apprezzare talmente gli ideali letterari e mitologici, tanto da indurli a provare su se stessi le esperienze e le emozioni che da secoli impregnano la civiltà occidentale, figlia della tradizione greco-classica. Ed ecco che, fra sconsiderate bevute, feste studentesche, esperienze con ogni sorta di droga e anche una certa promiscuità sessuale e sensuale, i punti di contatto eroici con il famoso film di Peter Weir finiscono e si sostituisce un’atmosfera molto più da “Twin Peaks”, per chi rammenta la serie TV di culto, appartenente sempre a quel periodo degli anni Novanta. Infatti, la setta dionisiaca quasi istintivamente sorta tra gli affiatati compagni di corso, non tarda a produrre frutti aberranti, dovuti all’abuso di sostanze, ma anche alle ossessioni delle irrequiete e tormentate anime dei ventenni, calate negli stessi miti greci e in altre sublimazioni letterarie, in un rincorrersi di citazioni, immagini suggestive, immedesimazioni, che portano ad azioni irrazionali e sconsiderate, fino al compimento di un delitto.

"La mente moderna è capricciosa e digressiva, mentre la mente classica è mirata, risoluta, inesorabile"

Quando i protagonisti si renderanno conto della casualità e l’incoscienza con cui si è consumata la prima tragedia, il loro lato razionale li attirerà in una sorta di gorgo, anziché verso una lucida richiesta di aiuto o di redenzione, fino a trasportarli ad un punto buio di non ritorno, dove l’unica soluzione sarà quella di commettere un nuovo delitto, ancor più grave del primo, in quanto cinico e deliberato, e di unirsi, apparentemente, ancor più l’uno con l’altro attorno a questo fatto di sangue che li accompagnerà a scoprire quale sia il sottile confine tra il bene ed il male, quali siano i tormenti della coscienza, e quanto inutile possa rivelarsi l’appartenere ad un’elevata classe sociale, quando il cinismo e l’assenza di valori, priva la vita di qualsiasi significato. Si scopre infatti, verso il concludersi della vicenda, che l’individualismo prevale sullo spirito di gruppo, che la passione e l’incitamento accademico dell’insegnante sono solo una facciata, che la realtà è molto più prosaica di tutte le aspettative, e che le azioni apparentemente cariche di empatia non sono altro che piccoli segni di tradimento, gelosia, grettezza, pusillanimità e sconfitta. Nemmeno il tragico finale riuscirà a restituire alla coscienze dei protagonisti una qualsivoglia sorta di catarsi.

Non c’è nulla di sbagliato nell’amore per la Bellezza; ma la Bellezza – se non è sposata a qualcosa di più profondo – è sempre superficiale.

Un romanzo di formazione di raffinato stile e ricercatezza, ma che è anche e soprattutto una profonda denuncia della crisi dei valori dell'individuo, in prima analisi, e quindi dell'intera società moderna, e pertanto, più che un romanzo di formazione, lo ritengo uno spunto di riflessione sulla disgregazione della personalità e sul bisogno di autenticità nei sempre più difficili rapporti umani.


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