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Una storia di MirianaKuntz

Control

Disturbo ossessivo compulsivo da controllo

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10 minuti

Pubblicato il 14 agosto 2019 in Altro

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La prima volta che ho capito di essere malata è stata quando all’età di 10 anni ho controllato per dieci volte di fila la stessa finestra, per guardare lo stesso cane, in procinto di fare la stessa pipì, sullo stesso marciapiede, di ogni giorno. La prima volta era solo per sbirciare chi fosse dall’altra parte della strada, la seconda per assicurarmi che ci fosse bel tempo e che il cane non si ammalasse, poi per assicurarmi che il suo padrone lo tenesse saldamente al guinzaglio, la restante parte delle volte, era per assicurarmi delle stesse cose, ma in modo più intenso. Il cane, il padrone, il guinzaglio e il bel tempo. Una successione di cose che nella mia testa suonavano come una melodia armoniosa senza errori. Col tempo il cane si è sostituito alle persone, il guinzaglio al controllo che ho bisogno di avere su di loro, il bel tempo, la condizione ottima in cui le cose che decido avvengono, e quelle che detesto svaniscono.

Una delle cose che faccio più spesso è controllare i social. Niente di diverso dai miei coetanei qualcuno potrebbe dire, eppure il modo in cui lo faccio si differenzia dagli altri perché ha cadenze precise. Ogni dieci passi di balcone controllo l’ultimo accesso dell’amore della mia vita, ogni dieci, mi concedo un altro controllo, dieci ancora e posso sperare di vederlo -online- dieci e forse lui mi scriverà, e se tra dieci passi non accadrà nulla, forse sarò io a scrivergli un messaggio. A volte lui mi scrive, a volte non accede su whatsapp, a volte al decimo passo invio un emoticon. A volte mi risponde in tempo, altre volte svanisce. Queste sono cose che non mi destabilizzano perché sono nel -piano- fin dall’inizio. Lui potrebbe scrivermi come non farlo, potrebbe rispondermi in tempo o potrebbero passare ore. Il fatto che tutto sia preventivato non rimuove in me la voglia di controllare i suoi passi.

La gente mi dice che sono -diffidente- perché lui mi ha tradita. Perché durante una sera di festa dopo la seconda bottiglia di vino è andato a letto con la sua ex. La gente mi giustifica: -non ti fidi, ti ha ferita-

Non mi fido e mi ha ferita tanto. Quella sera ho bevuto anche io due bottiglie di vino dopo averli visti scopare contro un albero. I miei mi tenevano in punizione per aver fatto a botte con una mia ex compagna di scuola, anche lei lo aveva guardato troppo. Loro mi tenevano in gabbia, ma quell’affare che lui aveva tra le gambe non se ne stava in gabbia. Volava, volava. Fino a posarsi sul vecchio ramo dove gli ultimi sette natali si era tenuto al caldo. Più li osservavo dalla mia finestra, più bevevo, più sentivo le vene della mia testa pulsare come troppo piene di carburante. Riuscivo persino a sentire il battito del mio cuore, il saliscendi del mio sangue venoso, il modo in cui la gola si apre e si chiude ogni volta che si ingoia la saliva. Le piccole gocce di sudore cadermi sull’incavo del collo, lo stomaco contrarsi in una serie di spasmi nervosi. Quando ebbi finito la mia seconda bottiglia di un ottimo vino di un volume troppo alto per una come me, feci il tiro più preciso che avessi mai fatto. La bottiglia raggiunse i loro piedi, mentre lui forse stava raggiungendo l’orgasmo. L’impatto fu così violento che i due si staccarono come dopo un’esplosione. Lui rimase a guardarmi fisso, spaventato, come un animale braccato, con le braghe ai piedi. Lei aveva sulla faccia una strana risata di scherno, si tirò su la spallina del vestito, si aggiustò le mutande, e andò via, lentamente, come a farmi sentire l’odore stantio di chi ha ancora il -guinzaglio-

Quella sera ho avuto la mia prima crisi psicotica. I miei mi hanno sentita urlare, hanno visto in quella finestra rotta tutto il dolore che non riuscivo a dire a parole. Quando ho urlato lui non c’era più, l’ho rivisto solo dopo, ai piedi del mio letto, quando sulla faccia avevo tutto il bianco di chi resta a dormire sotto tranquillanti per tre giorni di fila. Lui era lì ad accarezzarmi, mi spostava i capelli dalla fronte, nella stanza c’era un odore nauseante di rose di serra. La mia bocca era così secca che le parole sembravano non aggrapparsi alla lingua. I miei muscoli erano flosci, forse mezza parte di me stava ancora dormendo.

L’ospedale suggerì ai miei di tenermi sotto cura, il che significava che avrei dovuto prendere merda per il resto della mia vita, mia madre la pensava diversamente: l’amore può tutto.

Mi trovai d’accordo, l’amore può davvero tutto, persino distruggerti, ed è quello che è successo a me.

Lui non l’ha più vista, almeno è ciò che ha giurato a me durante un lunghissimo pianto. Io li immagino ancora lì, contro quell’albero, a cosce aperte, mentre io bevo, bevo, e impazzisco.

Quando facciamo l’amore sono sempre nervosa, finisco per fargli del male e a volte mi dispiace un po’. Mi mancano quelle notti in cui sembravo un orsacchiotto di peluche, mi stringevo al suo petto e respiravo piano. Adesso è tutto un mordersi, stringersi fino a farsi male, lasciare i segni di un passaggio che non deve sbiadire. Quando lui è dentro di me, immagino che dentro di lei forse si stava meglio, che l’albero era più fresco del letto, che il suo vestito ricamato fosse più sexy del mio pigiama di cotone. Quando lui finisce, finisco anche io, e mi addormento. Ma non dormo mai per più di due ore di fila. Ogni 120 minuti mi sveglio, mi lavo la faccia, guardo l’albero fuori dalla finestra, e poi controllo il suo telefono. Prima i social, poi la rubrica, poi la galleria delle foto. Ogni cosa deve essere in un ordine preciso, ogni data coincidere, ogni telefonata raccontata nelle minuzie.

Per un po’ è andata bene, forse perché le mie richieste facevano pernio sul suo senso di colpa. Col tempo anche lui è cambiato, ha iniziato a dirmi che anche se ha sbagliato, ho sbagliato anche io, che lei è una sua ex e le vuole bene come ad una sorella, che è giusto salutarsi per strada quando ci sarà un incontro, che la gente parla, e che non vuole passare come -infame-

Ogni volta che volevo i racconti dettagliati della giornata era tutto una noia, un -mi togli l’aria- .

Ogni volta che stavo zitta, e non facevo domande, ero io quella a togliere l’aria a me stessa. Più non chiedevo, più lui non parlava, maggiore era la mia immaginazione. A volte succedeva che entrambi fossero online nello stesso momento e tremavo di paura. A volte qualche like sconosciuto mi faceva impazzire. I suoi non racconti, producevano nella mia testa i racconti peggiori.

Quanto avrei voluto sentirmi dire -ora ci mettiamo a letto e ti racconto tutto- sentire le sue mani accarezzare i miei fianchi, avere addosso il profumo delle sue parole, la certezza che qualunque cosa accada saremmo stati sempre lì a fine giornata, nel nostro letto, sotto le lenzuola leggere, con le ombre sul muro.

Quando decise di studiare chitarra con le lezioni private a me non stava bene. Non mi stava bene perché non l’avevo saputo in anticipo, e perché l’insegnante era piuttosto giovane e carina. Avrei voluto sceglierla vecchia, brutta, con un carattere burbero. Avrei voluto essere seduta lì accanto ad ogni accordo o gittata di voce. Ma lui suonava, tre volte alla settimana, insieme a lei, nella sua camera, coi fiori piazzati a centrotavola, le risate esplosive tra un errore ed un altro. La immaginavo spostarsi i capelli da una parte all’altra, con i vestiti umidi di sudore in piena estate, a mordersi la bocca, spiegare il movimento delle mani sulla chitarra toccando le sue.

Odiavo la musica in quel periodo. Non la ascoltavo più. Feci a pezzi due radio, disattivai spotify. Volevo un mondo fatto di silenzio, dove l’unica persona a suonare come musica fossi io per lui.

Col tempo perse interesse per l’insegnante e la chitarra. Decise di iscriversi in palestra, anche quello per me fu tragico. Voleva fare -i muscoli- essere più bello per me, e mi chiedevo come avrebbe potuto risultare più bello di così ai miei occhi. Nemmeno lì c’ero io. Quando alzava i pesi immaginavo che le ragazze si fermassero in un angolo, che tirassero più su i leggings trasparenti, che facessero roteare le cosce, i glutei, che lo aspettassero nello spogliatoio degli uomini.

In quel periodo mangiavo, tanto e male. Ogni volta che spariva per due o tre ore in palestra, io facevo sparire due o tre buste di patatine. Non mi sentivo all’altezza di quelle ragazze, né della sua, pensavo che mangiando male sarei arrivata in una condizione di degrado fisico tale da essere sul serio ciò che pensavo di essere: brutta e grassa, ma soprattutto senza speranze.

Quando decideva di partire per un posto non includeva mai me, come se a me stesse bene tutto, come se fosse normale essere sempre lo zaino e mai il tipo che lo porta sulle spalle.

Volevo controllare le cose che mangiava, scegliere i suoi vestiti, decidere cosa fare e cosa non fare, quali persone avrebbe potuto vedere e frequentare, quali bandire dalla -nostra- vita. Utilizzavo il termine -nostra- per cose che in verità erano solo sue. Questo mi faceva sentire più amata ma piuttosto sola. Lui non usava mai il plurale, e quando lo faceva era solo per dividere me da lui.

Questo mi faceva impazzire.

Il fatto che avesse su solo i vestiti che preferiva mi faceva sentire la scema del villaggio, volevo solo spogliarlo e tenerlo nudo come un bambino. Quando mangiava le cose che voleva, mi aspettavo sempre che me lo chiedesse -che ne dici?-

Ma lui è selvaggio e libero. Ha impiegato tanto tempo per capire l’amore semplice, che l’amore -extra- gli viene piuttosto difficile.

Volevo essere in tutti i suoi discorsi, essere l’inizio e il mezzo per giungere alla fine delle giornate.

Desideravo decidere i suoi sorrisi, e volevo fosse sempre felice. Che non piangesse mai, che non avesse mai paura e non si sentisse mai smarrito accanto a me.

La gente non lo ammette, si nasconde dietro le colpe altrui, io l’ho sempre saputo, in me c’è qualcosa che funziona male, una rotella che fa tafferugli quando tocca la plastica delle altre parti. Non sono brava a vivere, e con me trascino anche quelli che fino a quel momento nuotavano bene.

Sono malata, lo dico ad alta voce. Non è colpa mia, forse gli altri hanno peggiorato la mia condizione, ma di base c’è sempre stata un incessante voglia di controllare le cose.

Credo che il controllo sia l’unico modo che mi resta per restare viva. Talvolta ho lasciato stare, ho creduto di farmi sopraffare dalle emozioni, dalle scelte altrui, e sono affogata. Quando non controllo e non mi -controllo-divento un animale senza gabbia che vede il mondo per la prima volta.

Salto, mi arrampico, rompo gli oggetti e le persone. Distruggo tutto ciò che tocco, e distruggo anche me stessa.

Quando controllo le cose, esse sembrano poter fluire in una sola strada, senza incroci o scorciatoie. Non ci sono colpi di scena, non succedono cose che mi trovano impreparata.

La finestra che dà sull’albero resta ancora oggi la cosa che più penso in tutte le mie giornate. Controllo ancora il suo accesso, anche se non so con chi parla, guardo le sue foto, ma non posso più toccarlo.

Non posso nemmeno permettermi di stare male, mi sono imposta di non sentire dolore, di lasciar correre, di dimenticare tutto e provare a restare ferma, sono in questo stallo di cose e persone che gli altri non chiamano col proprio nome: disturbo ossessivo compulsivo da controllo.

Chiamare le cose col proprio nome a me è sempre servito tanto. Anche questo mi dà pace.

Quella frase a lui ha messo paura, e un giorno non c’è stato più.

Immagino ci siano cento alberi nella sua vita, cento ragazze mezze nude, la chitarra, i muscoli e i segreti.

Lui non mi pensa più, lui è entrato nella lista delle cose che penso almeno dieci volte al giorno.

Non posso spuntare le cose già fatte come in una normale lista organizzativa. Ho bisogno di farle di continuo, ogni giorno, sempre le stesse, tutto da capo.


Controllare è l’unica cosa che mi tiene in vita, e questo probabilmente non cambierà mai.


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