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Una storia di Maricapp

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ETIENNE

Un insostituibile inglese

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3 minuti

Pubblicato il 26 dicembre 2018 in Storie d’amore

Tags: #Stefano

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Avevo un cane.

No, un cane è riduttivo. Avevo un compagno di vita.

Mia figlia, colpevole un'insulsa canzocina di moda a quei tempi, l’aveva chiamato Etienne.

Mi era stato regalato, non comprerei mai un cane, da certi parenti che vivevano in campagna e, purtroppo per loro e per tutti gli uomini e gli animali, amavano la caccia.

-Vieni- avevano detto- Abbiamo una bella cucciolata di setter inglesi, vieni e scegline uno!-

Mio marito scelse per me: -Ho preso il piu’ vispo dei maschietti- disse orgoglioso porgendomi un batuffolo bianco e arancio da cui spuntavano due lunghe orecchie, un bel tartufo (è il naso dei cani per i pochi che non sanno) nero ed umido e due occhioni nocciola spalancati dalla paura.

Non gliela perdonammo mai quella scelta.

Tremava. Lo presi tra le braccia come si tiene un bimbo sperduto, gli parlai piano carezzando la piccola testa con un bozzo in cima, lo scaldai con un mio vecchio golf.

Inizio’ cosi' il nostro percorso d’amore. E di guerra.

Si tranquillizzo’ quasi subito e, purtroppo, da li' si srotolo' la sua turbolentissima vita da cucciolo scatenato.

Che prosegui’ con la sua vita da adulto non solo scatenato, ma completamente anarchico.

Da piccolo non dormiva se non sdraiato sul mio stomaco, calmato solo dal battito del cuore, non ne voleva sapere di star fermo, salvo poi crollare a terra di botto, tramortito dalla stanchezza.

Mangiava qualsiasi cosa ritenesse degna di essere ingerita: dalla carne trita con verdure ai fiammiferi da cucina, dall’acqua fresca della sua ciotola all’acqua con ipoclorito di sodio usata per igienizzare i pavimenti allagati dalla sua inarrestabile urina, dai miei sandali nuovi ai boxer di mio marito, alle farfalle che poco piu’ tardi gli uscivano dalla bocca spalancata svolazzando di traverso mezzo stordite ma felici di rivedere la luce.

Cresciuto e diventato autonomo, almeno nel sonno e nei bisogni primari, non ubbidi’ mai, nemmeno per una volta soltanto, ai miei richiami che da perentori diventavano timide imposizioni per poi ridursi a suppliche disperate!

Mi guardava con gli occhioni nocciola che sfidavano ad andarlo a prendere, con il muso alzato ed un atteggiamento di superiorità distaccata, tipicamente inglese.

E faceva quel che gli pareva.

In vacanza era l’incubo non solo della mia famiglia ma di tutto l’hotel: non si poteva lasciarlo solo in camera per qualche minuto che subito iniziava ad abbaiare e saltare sulla porta e se stava zitto era peggio perché significava che stava combinando qualche cosa di irreparabile. Come rubare le scarpe dei vicini passando sotto i divisori dei balconi, e come ci passava lo sapeva solo lui, per poi portarle sul letto ed abbandonarle li’ in bella mostra, trofei irroconoscibili e distrutti delle sue scorribande.

Quante volte abbiamo pensato di scappare dall'albergo nottetempo come ladri di scarpe ed indumenti vari!

Siamo sempre rimasti, affrontando le nostre reponsabilità.

Quando il mare era grosso lui si tuffava felice e si faceva dei giri interminabili al largo, sordo ai miei richiami ed indifferente alle onde.

La sera, quando speravamo di poter stare seduti nel nostro piano bar preferito, ci toccava sempre andarcene alla prima canzone perché a lui piaceva da morire duettare con il cantante.

Devo ammettere che non era un bel sentire.

Divenuto adulto si dedico’ alla caccia delle lucertole sul terrazzo.

Chissà per quale ragione a quell’epoca il mio grande spazio all’aperto pullulava di simpatici rettili. E lui se ne stava per ore a puntarli: zampa anteriore alzata, coda dritta, atteggiamento perfetto!

In fondo era un cane da ferma e ce l’aveva nel sangue!

In vecchiaia continuo’ a coltivare la sua personale anarchia, ma con piu’ calma.

Poi si ammalo’.

Lo curai notte e giorno, dormii sdraiata vicino a lui, lo vegliai notti intere tenendolo abbracciato e al caldo come facevo quando era soltanto un cucciolo.

E quando venne il suo momento se ne ando’ stretto a me, accompagnato dal mio amore e dalle mie lacrime.

Oggi, Santo Stefano, voglio ricordarlo con gli occhi nocciola che mi guardano con dolcezza, la posa aristocratica, il bozzo al centro della bella testa, la lunga coda che fendeva contenta l’aria, la gioia che mi ha saputo regalare in tanti anni di guerra. E d’amore.

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