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Una storia di CuorDiPolvere

Lo Spettro

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2 minuti

Pubblicato il 09 aprile 2019 in Fantasy

Tags: #Esercizi #Fantasy #Passato #Ritorno #StorieBrevi

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Abitavo da solo, di oltre le colline di Sagarsadi mi ero trovato casa. Al compimento di dieci anni in solitudine ebbero inizio i fenomeni. Fatti, dico, fuori dall'ordinario; dal terrore paventavo il sonno, la stanza da letto mi era preclusa e da giorni dormivo in faccia al camino.


M'ispirò un libro volato in terra, chiuso, che narrava di duelli e singolar tenzoni, d'abbuffarmi di coraggio e parlare, infine, con lo spettro.


M'aspettavo di vederlo sfigurato in viso coi tratti del suo corpo putrefatto, e fui grato di sbagliarmi: alla finestra, s'accarezzava la spada nel fodero; una tal premura nella guardia, disonorata dal tempo nell'arme infrante e nel mantello morso.


M'aspettava, disse, e io a lui aspettavo. Ci eravamo incrociati, mi disse, durante l'invasione della casa dai maledetti, ma non lo capii.
Mi disse come quasi ogni notte la casa fosse sotto assedio, e che lui e altri cavalieri ne difendevano le mura, perché v'era un tesoro da proteggere.

Quel tesoro, mi fece giurare di tacere, era in camera da letto, sotto i lenzuoli di una culla, poiché era un bambino.


Non v'era culla in camera, gli feci notare, e lo vidi insistere nell'indicare uno spigolo scuro della stanza. A cagion del fatto ch'era morto, mi balenò per un forse l'idea di un ciclo senza sosta, di un passato che futuro non conosce. Quel poraccio intrappolato nel giorno della sua fine me ne diede conferma nel tempo: com'era possibile, tuttavia, che serbasse memorie di me?


Lo seguii fin dentro all'orto, combattei al suo fianco in una battaglia contro il nulla e nel ripetersi di quel ch'è stato avvenne che un maledetto gli aprì guardia nello scudo passandovi con tutta la lama, e gli si chiusero gli occhi.


Tornò con un guizzo del brillare della luna, come nulla fosse accaduto; sparì il campo di battaglia e nessun nemico all'orizzonte.


In quello m'accorsi di veder di scena in scena un significato a me assai caro, uno sfuggente ricordo, un attimo di verità: da non so quanto più ero sveglio a dar retta ai deliri dei fantasmi.


In punta di lingua proprio come il vocabolo mancante, come quel conato sanatorio che libera lo stomaco. Ed infine ricordai: ero stato preso dai maledetti, quella notte infame, e fatto crescer come eretico; sgozzato a vent'anni nel cerchio e fatto risorgere che mi mancava l'anima. Perché quella era la mia culla.


Ricordo il momento, perfetto, dell'ultimo respiro, degli occhi che si chiudono.


Abitavo da solo, di oltre le colline di Sagarsadi mi ero trovato casa. Al compimento di dieci anni in solitudine ebbero inizio i fenomeni. Fatti, dico, fuori dall'ordinario; dal terrore paventavo il sonno, la stanza da letto mi era preclusa e da giorni dormivo in faccia al camino...

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