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Una storia di SiriusLee

Questa storia è presente nel magazine Spunti di scrittura: #ildono

3 Doni

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7 minuti

Pubblicato il 20 dicembre 2018 in Altro

Tags: #3Doni #ildono #Natale

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Che bello il Natale. Si festeggia, si sta in famiglia, si mangia, ci si riposa.

Si scartano i regali.

Ma quanto ci piace scartare i regali? E' indescrivibile l'euforia che ci pervade mentre distruggiamo la carta che avvolge il nostro regalo, anche quando sappiamo già cosa ci attende.


Ma se si potessero scartare anche i gesti, le parole, le emozioni, le riceveremmo con uguale entusiasmo? Daremmo loro lo stesso valore?


1)

Non vedeva l'ora di poter uscire da lì.

In generale non gli piaceva stare a scuola, in quell'aula fredda, dove non faceva altro che annerire i quadratini del quaderno di matematica per tutto il tempo.

Ma quella mattina, come succedeva ormai da 3 anni, era impaziente di andarsene via.

Ciò che doveva fare gli occupava la mente per tutto il giorno, fino a quando non veniva compiuta. Veniva prima di ogni cosa.

Odiava gli sguardi che gli venivano rivolti dai professori, dai compagni di classe, dai genitori o da chiunque altro fosse a conoscenza della situazione.

"Loro non capiscono, e pensano di poter parlare". In quel giorno l'unico che tollerava era il suo pastore tedesco Holly: "Almeno lui non parla".

La campanella trillò, e lo distolse dai suoi pensieri. Nonostante tutto, alcuni compagni provarono ad invitarlo a casa nel pomeriggio, mentre un professore gli ricordava della presentazione della settimana seguente. Si sforzò di essere gentile mentre declinava l'invito e ringraziava a denti stretti.

Passò dal chiosco vicino alla scuola e comprò un panino al salmone ed una lattina di chinotto; uscendo di corsa dal locale si scontrò con un ragazzo dell'altra classe. Mentre si scusava si accorse che istintivamente la sua mano era finita nella tasca destra, dove teneva il pacchetto, come per proteggerlo dall'urto; mise panino e bibita in quella sinistra.

Tirò fuori il pranzo solo arrivato a destinazione. Con un lembo della giacca si mise a pulire la lapide impolverata, e strappò le erbacce che coprivano il nome inciso sulla lastra:


In Beloved Memory of Michael Jonas Folks


"Come farà a piacerti questa roba, Mike", disse mentre posava il panino al salmone ed il chinotto davanti alla foto di suo fratello.

Avevano sempre avuto un rapporto speciale, quei due, oltre che un'intesa quasi telepatica. Forse era il fatto che fossero gemelli: Jordan, scontroso ed insicuro di natura, ammirava tanto suo fratello Michael, socievole, brillante e di una dolcezza infinita: Michael e Jordan, così avevano voluto chiamarli i genitori, appassionati di basket, erano sempre insieme, l'uno l'ombra dell'altro, lato A e lato B dello stesso disco.

Almeno fino a quando la malattia di Michael li dividesse per sempre, esattamente quello stesso 24 Dicembre di tre anni prima.

Da allora Jordan si era sentito come strappato a morsi di una parte di sé, rinchiuso nel suo mondo freddo e ispido; impossibile dimenticare quel viso: lo rivedeva nei riflessi degli specchi, delle pozzanghere, degli occhiali da sole della gente, nelle fotografie.

Diede due morsi al panino e bevve del chinotto "A te non dispiace, vero Mike?". La mano tornò nella tasca destra, quella dove era sepolto il pacchetto: lo aprì e ne estrasse il contenuto, una piccola sciarpa di lana che posò sulla pietra gelata: "Questo è il mio dono di Natale; non vorrei mai che prendessi freddo"

Ed infatti su alcune lapidi cominciavano a depositarsi piccoli cumuli di neve.



2)

Lo capii immediatamente. Lo capii dal movimento del piede, da come il pallone si alzò da terra, dallo sguardo del portiere avversario: quel tiro si stava per trasformare in gol.

Potrei giurarlo, cominciai ad esultare almeno 1 secondo prima che il pallone si abbassasse e finisse in rete. Sentii l'euforia partire dal petto e poi espandersi in tutto il corpo, come un virus letale.

Ero fuori di me, pazzo per la gioia. Eppure.

Eppure me ne accorsi quasi subito. Un paio di file davanti a me c'era un ragazzo, avrà avuto qualche anno più di me, che non pareva capire fino in fondo cosa stesse accadendo: alzava le braccia e saltava come tutti, ma ciò che mi colpì fu il suo atteggiamento, così sperduto

In mezzo a tutta quella gente che esultava e si abbracciava festante, appariva come un corpo estraneo, un essere che non apparteneva a quel mondo: batteva le mani, ma la sua testa rossiccia vagava alla ricerca di qualcosa di introvabile. Solo io mi accorsi di lui in quel marasma generale; e poco dopo mi accorsi anche del bastone e degli occhiali scuri.

Volevo imbalsamare quel momento di delirio ed eccitazione, per questo motivo istintivamente avevo tirato fuori il cellulare per fare foto e video da far vedere ai miei amici. In fondo era normale, per un ragazzo della mia età.

Ma lo riposi in tasca; a fatica scesi dalla mia fila a quella del ragazzo sperduto; non mi presentai nemmeno, lo presi sottobraccio e con tutta la voce che mi era rimasta provai a fargli rivivere il momento con le mie parole, descrivendo il tiro, la palla che si insacca, l'esultanza dei giocatori, il boato di tutto lo stadio; provai a descrivergli i colori e solo allora mi resi conto di quanto fosse complicato fare una cosa del genere.

Nonostante la confusione, credo che quel ragazzo riuscì a capirmi: l'espressione disorientata si trasformò in un caldo sorriso, le mani in aria ora sventolavano una coloratissima sciarpa di lana.

Quegli occhi spenti ora sembravano splendere di luce propria, mentre si giravano verso di me. Dalla sua bocca sentii uscire un suono che non compresi; mi ripeté quello che voleva dirmi, e fu qualcosa che non arrivò alle mie orecchie, ma direttamente allo stomaco: in quel suo Grazie sentii tutto il calore del mondo, sentii una potenza che sovrastava tutte le voci presenti e ammassate di quella sera.

Lo abbracciai, e lui ricambiò la stretta. Quel suo ringraziarmi così genuino e sincero fu il dono più bello che ricevetti quell'anno.

E mentre una lacrima mi scendeva sul viso, allo stesso modo la neve cominciò a scendere sopra il prato di Anfield.



3)

Le 02.48.

Quanto tempo era passato? Minuti? Ore? Giorni?

Quanto tempo era passato da quando il telefono di casa aveva preso insistentemente a suonare, rimbombando per i corridoi?

Non sentì il primo squillo. Al secondo scattò in piedi. Se lo sentiva che qualcosa non andava. D'altronde, nessuno ti chiama più dalla linea fissa, se non per proporti di cambiare operatore o chiederti se sei soddisfatto del servizio. O per cose davvero gravi.

"Signora Lazzari, la chiamo dall'ospedale San Patrizio. E' per suo figlio Rocco. Ha avuto un incidente con la moto, lo stanno portando in terapia intensiva. E' meglio che lei e suo marit..."

10 minuti dopo stava parcheggiando la macchina davanti all'entrata dell'ospedale.

Trattenne a stento le lacrime, mentre era in accettazione per poter trovare il reparto dove suo figlio veniva tenuto sotto i ferri.

Seduta in sala d'attesa, non riusciva a pensare in modo lineare: cominciò a dare la colpa a sé stessa, a suo figlio così imprudente, a suo marito così distante e alla fine totalmente assente.

Dava la colpa alla moto, alla strada, all'altra persona in macchina, alle luci troppo deboli dei lampioni. Dava la colpa anche a quel caffè che teneva fra le mani, così stramaledettamente bollente che finì per ustionarle le dita. Non se ne accorse neppure.

Suo figlio era l'unico motivo per cui ancora si reggeva in piedi, l'unico pensiero che non la faceva dormire di notte e la distraeva di giorno. Erano lui e lei, un duo di amici, una squadra. Una famiglia.

Non gli importava di assicurarsi che non ci fosse nessuno: "Chissenefrega se mi vedono" pensava. E pianse tutte le lacrime che aveva.

Quanto tempo era passato da quando aveva cominciato a piangere? Minuti? Ore? Giorni?

Piangeva così forte che quasi non sentì la mano dell'infermiera sulla sua spalla, che chiamava il suo nome: "Signora Lazzari, suo figlio è uscito dalla sala operatoria. E' debole, ma stabile. Può entrare a vederlo se vuole".

Quanto tempo era passato da quando aveva udito quelle parole? Non più di 4 secondi.

Ancora un passo e avrebbe trovato il suo dono di Natale: suo figlio disteso in un letto d'ospedale, gli occhi chiusi ed il viso deturpato, le braccia avvolte dalle bende e collegate ad una flebo. Respirava.

La precedette l'infermiera di prima, che aprì una finestra per cambiare l'aria. E mentre vide la neve che cadeva leggera, alle sue spalle sentiva dei singhiozzi strozzati.


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