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Una storia di Barbarella49

La ragazza del manicomio - Quarta parte

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21 minuti

Pubblicato il 24 ottobre 2020 in Thriller/Noir

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Le due ragazze fecero amicizia e il loro legame giorno dopo giorno, divenne sempre più profondo. Da allora presero a frequentarsi e a sostenersi a vicenda.

Clelia voleva aiutarla a recuperare la memoria. Tutti i giorni si sedevano l’una accanto all'altra nella zona giorno e leggevano il diario che la ragazza aveva trovato, alla ricerca di qualche indizio. Una mattina frugando nel diario trovarono una lettera indirizzata ad un certo Romualdo ed era una lettera d’amore. Lei però non ricordava niente. Nemmeno il nome le diceva qualcosa. Dunque si era innamorata di questo Romualdo e lui l’amava? Non lo sapeva, non riusciva a ricordare e questa sensazione di non riuscire a rammentare fatti fondamentali della sua vita la distruggeva. Clelia cercava ogni volta di tirarla su.


Quella notte strani sogni vennero a disturbare il suo sonno. Era in piedi nel bosco, davanti a lei scorreva placido un ruscello. Guardandolo meglio vide che era di un colore rosso rubino. Questa visione la turbò parecchio. Dentro il ruscello galleggiavano con la pancia rivolta verso l’alto pesci oblunghi, i cui occhi erano ormai spenti. La terra intorno a lei iniziò a tremare sotto i colpi dei passi di un essere gigantesco con un solo occhio, che a falcate cercava di raggiungerla. Correva con il cuore che batteva all'impazzata per cercare di sfuggire a quell'essere mostruoso. Si voltò un attimo a guardare. Il gigante era orrendo a vedersi e le sue enormi braccia compivano un movimento oscillatorio avanti e indietro in sincronia con le gambe tozze e sproporzionate. Le orecchie a sventola si aprivano e chiudevano. Un ghigno beffardo deturpava il suo volto. Stava per raggiungerla. Il cuore le scoppiava nel petto, il sudore le colava giù, se lo sentiva addosso sulla pelle appiccicosa e sudata. I muscoli erano tesi al massimo dello sforzo. Non avrebbe resistito ancora per molto. Sentiva che le forze stavano per abbandonarla e le gambe cominciavano a farsi pesanti. Il gigante protese la mano avanti per afferrarla, dopo aver lanciato un grido sovrumano, che riecheggiò per tutta la valle. L’urlo soffocato che fino ad allora aveva trattenuto uscì in tutta la sua forza. Lo sentì rimbombare nelle orecchie a lungo. A quel punto si svegliò in un mare di sudore.


La mattina dopo avrebbero avuto di nuovo l’elettroshock.

Erano terrorizzate all'idea di sottoporvisi.

Un altro spettro aveva iniziato ad aleggiare nel reparto. Strane voci circolavano riguardo ad un intervento innovativo, intorno al quale però c’era un alone di mistero sinistro. Aveva afferrato solo la parola che correva di bocca in bocca tra gli infermieri, che ne parlavano sempre a bassa voce, senza farsi sentire: LOBOTOMIA

Che colore ha la paura?

E’ nera senz'altro come le ali di un corvo.

Ma può essere anche rossa, come il sangue che sgorga.

Argento, come la lama di un coltello che affonda.

Azzurra come una medusa velenosa.

Verde come la pelle di un serpente.

La paura è infida, ti prende all'improvviso e non ti dà pace fino a che non ha esaurito tutte le tue energie, fino a stritolarti.

Questo era quello che sentiva sempre dentro di sé Ermenegilda, un terrore cieco e cupo che non si sfogava in alcun modo.

L'indomani vennero condotte nell'anticamera dove aspettavano per essere poi portate nella stanza dell'elettroshock.

Prima c'era un infermiere che faceva loro una puntura di anestetico e rilassanti muscolari. Poi venivano portate in quella piccola stanza, dove c'era un lettino davanti alla finestra, dietro il quale la macchina infernale faceva bella mostra di sé.

Quindi si stendevano sul lettino e aspettavano il compiersi dell'agonia.

Era arrivato il loro turno.

Entrarono una alla volta, prima Clelia e poi lei.


Molto spesso dopo l'elettroshock si sentiva spossata e vedeva immagini, che probabilmente rimandavano al suo passato.

Non sapeva cosa fosse stato ma ad un tratto qualcosa le invase la mente. Era un ricordo suo, forse. Era in macchina con un uomo.

"Non mi lasciare, ti prego", implorava , il volto rosso, bruciante, rigato dalle lacrime.

Guardava disperata fuori dal finestrino l'asfalto bagnato, i lampioni, le cui luci si rispecchiavano sull'asfalto.

Un tremore incontrollato la scuoteva dalla testa ai piedi.

Era rannicchiata in posizione fetale sul seggiolino dell'auto, i capelli scomposti, le labbra carnose rosse, pulsanti e frementi di una rabbia e delusione incontrollata.

Il rimmel le si era sciolto e formava delle linee nere che attraversavano le guance.

Avevano fatto un giro in quella serata di fine estate.

L'uomo, seduto al suo fianco non diceva niente, si limitava a guidare, con un'espressione nello sguardo che non lasciava trapelare nulla che potesse avere importanza per lei.

"Perché non mi dici niente?", implorava sempre più disperata, mentre la macchina sfrecciava veloce nella notte, su quella strada ormai quasi deserta.

"Riportami a casa!", disse non troppo convinta.

Dentro di sé aveva la speranza che lui potesse ripensarci.

Le aveva detto:

"Ti lascio, non sono più innamorato di te!"

Quelle parole le risuonavano nelle orecchie implacabili e pesavano come macigni sul suo cuore.

"Io ti amo", sussurrò piano, quasi a voler convincere anche se stessa di questo sentimento che ancora provava per lui.

"Zitta!", le disse lui.

Lei tacque, un dolore così grande non l'aveva mai provato.

La macchina svoltò in una strada sterrata, ma la ragazza non ci fece caso, tanta era la disperazione di essere lasciata.

Continuava a piangere in silenzio.

Non poteva succedere quello, non a lei!

Cosa c'era che non andava più bene?

Si era innamorato di un'altra?

Alzò lo sguardo e si rese conto che quella non era la via di casa.

"Dove mi stai portando?"

A lei andava bene tutto, pur di stare ancora in sua compagnia.

Iniziò a piovere a dirotto.

I tergicristalli si muovevano veloci sul parabrezza, il ticchettio della pioggia le piaceva.

Le piaceva anche quel caratteristico odore di terra bagnata e muschio, che si diffonde nell'aria dopo la pioggia.

La ragazza pensò: "Forse mi vuole portare in un posto tranquillo, ci ha ripensato, non mi vuole più lasciare".

Quando era piccola aveva sempre avuto la paura di essere abbandonata dai genitori, anche se loro non gliene avevano dato alcun motivo.

Guardò l'orologio sul cruscotto.

Segnava le ventuno e trenta.


Così come era arrivata la visione scomparve, lasciandole un vuoto incolmabile.

Tutto era successo in un attimo.

Clelia guardò l'amica, notò il suo turbamento e preoccupata del fatto che fosse impallidita improvvisamente in modo così vistoso, la sostenne per un braccio.

"Tutto bene?, le domandò, preoccupata.

Lei riuscì ad annuire debolmente. Erano entrambe senza alcuna forza. L'elettroshock le aveva indebolite. Gli infermieri provvidero a riportarle nella loro cella.

" Erme, ci sei? Chiamava Clelia, mentre picchiava le nocche sul muro comunicante con la cella della sua amica.

Dall'altra parte nessuna risposta.

Ermenegilda era completamente ripiegata su se stessa sul pavimento, con le ginocchia raccolte a toccare il mento mentre cercava di afferrare qualche altro ricordo della sua vita passata. La sua mente era svuotata, non ricordava! Era inutile sforzarsi. E poi adesso era troppo stanca. Prima avrebbe riposato un po'.

Fece capire a Clelia che ora necessitava di riposo, picchiando due colpi sul muro. Si sarebbero viste più tardi.

Fece un sogno orribile!

Si trovava in una grande piazza affollata, era sera. Venere splendeva luminosa nel cielo ad Occidente. Le luci del giorno lasciavano il posto alle prime ombre della sera. La piazza era illuminata da lampioni, che si erano da poco accesi. Al centro c'era lei, stesa immobile su un lettino. Dietro la sua testa un uomo parlava alla folla in modo concitato, le sue parole erano colme di un fervore quasi religioso, mentre sollevava davanti a sé, per poterlo rendere visibile a tutti uno strano oggetto di ferro, allungato.

La folla lo acclamava e l'eccitazione cresceva. Molte persone si erano avvicinate e pregavano quel signore che intercedesse in loro favore.

Lei stesa su quel lettino tremava, le sue membra erano rattrappite. Non capiva cosa ci facesse lì. Cosa volevano farle. Sollevando lo sguardo sulla folla le sembrò di vedere il ragazzo della visione, negli occhi di lui traspariva un malcelato rimprovero.

L'uomo indossava un camice bianco, quindi forse era un dottore. Continuò a parlare alla folla sempre più eccitata.

Ermenegilda provò a gridare, ma dalla bocca non le uscì alcun suono.

Dietro di lei il dottore aveva posizionato la macchina dell'elettroshock. La prima scossa fu forte abbastanza da stordirla.

Quindi il dottore sollevò lo strano attrezzo che aveva in mano e dopo averlo fatto roteare con sicurezza tra il pollice e l'indice lo mostrò di nuovo agli astanti, che andarono in visibilio.

Dalla folla si sollevò un brusio di approvazione.

Il dottore avvicinò l'orbitoclasto, così si chiamava quello strumento, al viso di Ermenegilda, che a quel punto si svegliò urlando.

Ermenegilda guardò la sveglia, che aveva sul comodino. Segnava le 14.

Quel sogno l'aveva sconvolta. Le immagini erano così nitide. Sembrava fosse successo tutto veramente. Fu sollevata dalla consapevolezza che si trattasse solo di un incubo.

A Clelia non disse nulla del sogno. Non voleva spaventarla più di quanto non fosse già. Quella sera, mentre erano nel refettorio Ermenegilda ebbe un ricordo fugace. Forse la sua mente volle farle ricordare qualcosa di piacevole, che avrebbe soffocato, solo in parte la visione terribile di quel sogno.

Lei in un parco con un uomo. Erano così vicini, si ricordava l'emozione del momento, quell'attesa spasmodica, quel bacio appassionato che seguì, che la lasciò senza parole e in un altro ricordo lei che rideva con lui. Era lui, era Romualdo. Quanto lo aveva amato!

E lui l'amava allo stesso modo? No, lui no. E poi cosa era successo? Niente, la sua testa era un guscio vuoto, inutile insistere.

Però stava facendo dei progressi. Piano piano la sua mente acquistava la capacità di ricordare eventi del passato.


E poi arrivò il giorno in cui ebbe la consapevolezza di essere così vicina alla verità.

Fu quando dopo l’ennesimo risveglio, prese in mano il diario e lesse:

Marzo 1960. La grafia era la sua, una bella scrittura elegante con tanti svolazzi. Iniziò a leggere: “ Oggi è un giorno speciale, mi sposo…” , dopodiché seguivano le descrizioni dei preparativi e l’emozione della neo- sposa. Le sembrò che la terra le mancasse sotto i piedi. Si domandava chi fosse costui e quando l’avesse conosciuto dal momento che lei non ricordava assolutamente niente. Cercò con ansia frenetica il suo nome sul taccuino. Si chiamava Romualdo il suo promesso. Era quel Romualdo di cui lei si era innamorata? Era sempre lui! Alcune pagine del diario erano state strappate e alcune annotazioni erano cancellate.“ Ma come?” si disse. Era come se le avessero strappato anni della sua vita, tutta colpa di quei dannati elettroshock. Si domandava che fine avesse fatto suo marito. Perché nessuno le diceva niente?”. Voleva ricordare, ma qualcosa le impediva di accedere alle parti più recondite della memoria, una sorta di difesa del suo corpo. Poi sempre lo stesso sogno, che la tormentava per notti: il fiume rosso nel quale galleggiavano pesci morti, il gigante spaventoso. Aveva un significato, forse. Dov'era Romualdo? Dentro di sé sentiva che gli aveva voluto molto bene.

Il suo ricordo la colpì con la stessa dolorosa intensità di una frustata. Ricordare il suo uomo in quel luogo di dolore le dette sollievo, ma al tempo stesso angoscia perché non sapeva cosa gli fosse successo. Lei e Clelia erano vicine di stanza. Avevano ideato un modo di comunicare, picchiando sulle pareti. Quella sera c'era molta confusione in reparto. Le pazienti erano irrequiete. Ci sarebbe stato un intervento di lobotomia al padiglione centrale. Sapevano che si trattava di un'operazione invasiva e nessuna di loro avrebbe voluto farla. Circolavano strane voci su questo tipo di intervento, ritenuto in assoluto il peggiore. Chi l'aveva subito perdeva per sempre la capacità di parlare. Il padiglione dove veniva eseguito era un posto da brividi. Vi si accedeva tramite il sentiero che dalla villa principale si dipanava alle altre residenze. Il sentiero era breve, ma lungo il tragitto eri accompagnato dall'ombra prodotta dagli alti alberi di cipresso, che penzolavano sopra le teste dei visitatori, quasi un funesto presagio di ciò che sarebbe successo.

La lobotomia si diceva la praticassero la notte. A volte si sentivano urla provenire da lì.

Avevano sentito una delle infermiere raccontare di come veniva eseguita.

Con uno strumento chirurgico a forma di punteruolo rompighiaccio praticavano un foro nel dotto lacrimale, fino ad arrivare al cranio, dove tagliavano parte della corteccia cerebrale.

Quella notte non riuscì a dormire. Il pensiero della lobotomia la inquietava.

L'alba iniziò a tingere il cielo di rosa.

Si alzò dal letto tormentata, con una sensazione addosso di disagio estremo. Iniziò a percorrere il perimetro della stanza in lungo e in largo senza requie e con il cervello in subbuglio. Dopo un tempo indefinibile per lei, arrivò la solita infermiera che la condusse nel refettorio per la colazione. Qui si soffermò a guardare attraverso la finestra che dava sul cortile. Da lì si vedevano Villa Serena e le altre strutture. In tutto erano 25.

Il villino nel quale stavano loro era la villa principale, fatta costruire dal dottore per aiutare il figlio, che era affetto da malattia mentale. Nel salone principale c'era il pianoforte che suonava il giovane, che era un appassionato di musica. Nella stradina che collegava le varie villette vide un furgoncino; ne uscirono due infermieri con una barella. Sopra una persona incosciente o addormentata coperta fino al mento. Pensò subito che fosse la donna che era stata sottoposta a lobotomia. Quando gli infermieri si avvicinarono ancora di più all'entrata gettò un'occhiata alla poveretta. Era molto pallida, quasi esangue, le venne il dubbio che fosse ancora viva. La portarono nella stanza 64, quella dove mettevano i casi più gravi, quelli che venivano isolati. Essere portati nella stanza 64 equivaleva a sentirti dire che non avevi speranza di guarigione, peggio essere portati nella stanza 64 voleva dire essere uno scarto della società, un reietto, una specie di rifiuto umano.

La rividero qualche giorno dopo; Cecilia, così si chiamava la donna era diventata una bambola senza espressione, le guance cascanti, gli occhi non più accesi dal bagliore della coscienza ma vuoti, inespressivi, vacui, la bocca storta sdentata, dalla quale cadeva una striscia di saliva perenne.


I giorni passavano come fantasmi di cui ricordava solo momenti evanescenti, le stagioni trascorrevano nella loro mutevolezza e alternanza.

Il giardino era diventato arido, gli alberi avevano perso le foglie, un panorama desolato si presentava ai suoi occhi nei rari momenti in cui dalla finestra del refettorio guardava fuori, segno dell'inverno imminente.

Clelia scomparve in una di quelle giornate grigie, non la vide più, e nessuno seppe dirgli niente.

<<La sua cara amica>>, cosa gli avevano fatto?

La cercò disperata dappertutto, ma di Clelia nessuna traccia. Entrò in uno stato di costernazione profonda. Ebbe una crisi isterica, cominciò a strapparsi i capelli, la dovettero sedare. Non si riprese più. Iniziò a vederla nei suoi sogni Clelia, le voleva dire qualcosa che non riusciva mai ad afferrare e tutte le volte si svegliava con un senso di vuoto e di privazione enorme. Clelia era l’unica che era in grado di fornirle un appiglio con la realtà e con la sua scomparsa le allucinazioni ricominciarono a perseguitarla. Sogno e realtà, cosa era reale e cosa immaginario? Nei pochi momenti di lucidità riprese a leggere il diario, ma ci vedeva poco perché le si era indebolita la vista e quindi riusciva a stento a capire cosa ci fosse scritto. La colpì un'annotazione fatta su di una pagina strappata a metà.

C’era scritto: E’ arrivata Giulia… e accanto era stato disegnato un cuore.

Dal giorno in cui aveva letto quel nome “Giulia”, strane visioni presero a turbarle il sonno. Fu così che iniziò a non vedere l’ora che sopraggiungesse la notte per riempire il suo campo visivo di quella immagine che era ben sepolta nella sua coscienza. Vedeva quella che doveva forse essere la casa dove abitava, una grande villetta nel bel mezzo della campagna con un grande giardino fiorito davanti. Lei sull’uscio di casa con quell’aria preoccupata e assorta di chi stava aspettando qualcuno, mentre i raggi tiepidi del sole le illuminavano in modo obliquo il viso, dandole fastidio agli occhi. Una cornice perfetta per un quadro con i colori ambrati dell’autunno intorno, che sfolgorava intorno a lei. Poi l’illuminarsi del suo viso allo scorgere di qualcuno che stava correndo verso di lei a braccia aperte.

“Mamma!, gridava la bambina, rossa in viso per l’eccitazione di doverle raccontare al più presto la sua giornata di scuola.

Riccioli biondi le incorniciavano il viso e una deliziosa pioggia di lentiggini si diffondeva sulle guance e sul naso. Gli occhi color nocciola sprizzavano entusiasmo e gioia. Aveva la vivacità tipica di una bambina di sei anni. Quella doveva essere la sua età a giudicare dai dentini di latte che brillavano in quella boccuccia sempre sorridente a forma di cuore. Si gettava verso di lei in un abbraccio, mentre lo zainetto veniva prontamente lanciato per terra.

Sentiva in quel contatto attraverso la pelle tutto l’amore spropositato che provava per quella creatura, per lei così speciale.

All’improvviso grossi nuvoloni scuri oscurarono il cielo rendendolo cupo e minaccioso.

La luce scomparve d’un colpo.

Il mondo piombò nelle tenebre.

Di quell’abbraccio non rimase niente, si accorse di stringere a sé solo l’inconsistenza dell’aria, lo sbriciolarsi di un’idea.

La bambina non c’era più, era scomparsa nel nulla, di lei era rimasto il profumo dell’innocenza dispersa in particelle infinitesimali che galleggiavano nell’aria intorno.

Gridò tutta la sua disperazione, gridò per la rabbia, per la paura.

Chi era quella bambina?
L’aveva chiamata mamma. Perché? Non riusciva a ricordare.


Fu svegliata da un frastuono insopportabile per le sue orecchie;

oltre alla confusione in reparto sentiva anche la pioggia che scrosciava forte, tamburellando a ritmo frenetico sulle foglie, creando quel rumore caratteristico sui tetti con un cigolio metallico che la infastidiva.

Gli infermieri arrivarono, la presero e la condussero in una stanza di media grandezza, dove al centro c’erano delle vasche. Le fu ordinato di spogliarsi, dopodiché le furono applicate sulle gambe degli animaletti vivi, di un rosso cupo, le sanguisughe, che le avrebbero succhiato il sangue e gli ultimi rimasugli di quella poca energia che ancora albergava in lei. Quei corpi si contorcevano e si gonfiavano ad ogni pompata e lei stava lì avvinta dall'orrore ad osservare quella scena, come se fosse una spettatrice dal di fuori. Per non urlare, per non perdere del tutto il senno, per non arrendersi. Una di quelle, mentre era intenta a succhiare il sangue scoppiò. Fu avvolta da quella sostanza appiccicosa rossa, che ricadde su di lei, mentre dal disgusto le veniva da vomitare.

Questa scena le richiamò alla mente un’altra peggiore.

Suo marito giaceva per terra in una pozza di sangue, con gli occhi spalancati nei quali si leggeva un terrore cupo ed ancestrale e che sembravano fissare lei, che era rimasta pietrificata in piedi di fronte a lui, con il sangue rosso cremisi che le colava lungo il braccio.

Adesso si ricordava poco per volta tutto. Tutti i tasselli andarono al loro posto.

Quella notte Romualdo l'aveva portata davanti alle "Ville"; le aveva detto che l'avrebbe lasciata perché si era innamorato di un' altra donna e che l'avrebbe ripudiata come moglie; le aveva sempre detto che l'avrebbe fatta rinchiudere lì per il resto dei suoi giorni.

Ermenegilda non poteva crederci.

"Io non sono pazza", aveva iniziato ad urlare.

Le "Ville" era un manicomio e non voleva andare là dentro.

Il suo bel marito aveva pensato di sbarazzarsi di lei, facendola ricoverare lì in quella struttura. Infatti molto spesso i mariti usavano questo espediente per non avere più tra i piedi mogli scomode o compagne.

"Sì, tu lo sei, aveva risposto il marito, una pazza furiosa con la quale io non voglio più vivere. Guardati fai pena, sei solo un'isterica del cazzo che non sa controllarsi e che è soggetta a crisi nevrasteniche. Non ti ricordi quante ne hai combinate eh, non te lo ricordi?

Vuoi che ti rinfreschi la memoria?"

Ermenegilda voleva tapparsi le orecchie e non sentire più nulla.

Romualdo con un'espressione sconvolta nel viso continuò:

"E' a causa tua che ti lascio, perché non ce la faccio più a vivere accanto a te. Hai reso la mia vita impossibile."

"Non ti ricordi niente eh, ma quando la finirai di fare come ti pare! Sei pazza e devi essere curata in una struttura adeguata. Ricordi, avevamo una figlia, Giulia, ed il destino ce l'ha voluta portare via. Da allora hai perso il senno, hai iniziato ad avere comportamenti autolesionistici, la vedevi di continuo, volevi raggiungerla ed hai tentato il suicidio tante di quelle volte che non le conto più. Hai fatto perdere anche a me la lucidità, invece di starmi vicino. Ero disperato e tu non c'eri! Sì, ho trovato in un'altra donna il calore che tu non mi davi più. E' una colpa forse?”

“Adesso devi curarti in una struttura adeguata, andiamo vieni con me".

“Sua figlia?” Ermenegilda ricordò d'un tratto una dolce bambina dai lunghi capelli biondi come il grano e sentì una stretta forte al cuore. Rivide come in un film tutti i momenti passati con lei dalla nascita a quando era diventata una bambinetta allegra e vivace. Era stata la sua gioia più grande. Come aveva fatto a dimenticarsene? Forse era stato il grande dolore di averla persa. Persa come? Cosa le era successo? Non ricordava.

La notte era scura e un forte senso di disagio si impadronì di lei.

“Cosa è successo a nostra figlia?” Incalzò lei,” dimmelo ti prego”.

“E’ colpa tua, rimbeccò il marito. Colpa tua, sei tu che hai causato tutto questo. Non ti ricordi? La tua incuria e negligenza ha provocato il disastro”. Qui Romualdo iniziò a raccontare.

Mentre le parole del marito riecheggiavano nella sua testa come un'eco lontana, Ermenegilda vide se stessa nel bosco insieme alla bambina che aveva sognato tante volte.

Erano andate a fare una passeggiata, nonostante che il terreno fosse bagnato a causa della pioggia della notte.

La bambina ad un certo punto aveva visto delle fragoline di bosco, di un bel rosso fiammante su di una pianta che sporgeva ai lati del sentiero più in alto. Le aveva indicato quei bei frutti rossi con gli occhi scintillanti di gioia. Si era distratta solo un momento.

Giulia le era sfuggita di mano all’improvviso, era corsa a cogliere quelle fragoline e un attimo dopo l’aveva vista cadere giù nel dirupo sottostante.

Si era subito precipitata da lei correndo lungo il sentiero invaso dai rami, graffiandosi le braccia, il viso, le gambe, ma non ci aveva fatto caso, tanta era la sua preoccupazione.

La bambina aveva sbattuto violentemente la testa su di un sasso.

Non respirava più.


Romualdo continuò con un tono acido e sempre più rancoroso:

“Lo sapevi che il terreno era diventato cedevole a causa della pioggia, ma tu non hai fatto niente per proteggere tua figlia. Tutto questo non sarebbe successo se ti fossi comportata in modo responsabile.”

"Oh mio Dio, no, non è possibile!" gridò Ermenegilda. Un dolore tremendo la piegò in due. La sofferenza per lei raggiunse livelli talmente alti da poterne rimanere uccisa.

“Io non voglio andare in manicomio, ti prego aiutami, perdonami, troviamo una strada insieme. Non lasciarmi da sola con questo fardello enorme.”

Cominciò ad implorare il marito piangendo.

"Stai zitta le disse, ormai è deciso!" Non ti voglio più, l’hai capito, sei capace solo di portare sofferenza nella vita degli altri. Ho provato ad aiutarti, ma tu hai iniziato a vivere in un mondo tutto tuo, hai iniziato a farti del male. Tutti i giorni mi svegliavo con la preoccupazione di trovarti con le vene tagliate nel letto o dentro la vasca. Ad un certo punto non ce l’ho fatta più ed ho detto basta. Questo mi hai regalato. Non voglio vederti mai più. Qualcuno si occuperà di te, d’ora in avanti."

Questo era decisamente troppo per lei.

Non sapeva se fosse stato questo a farle perdere la testa, il dolore rinnovato per la perdita della figlia e del marito, o la gelosia per la nuova compagna.

Non voleva che trovasse la felicità insieme ad un'altra donna, non era giusto.

Una rabbia incontrollata la prese, una rabbia troppo a lungo repressa le stravolse la mente.

Prese il tagliacarte sul cruscotto, che Romualdo era solito tenere lì per aprire le lettere di lavoro e colpì il marito con una furia devastatrice più e più volte sulla testa. Quei colpi ripetuti mentre il sangue zampillava fuori dalla scatola cranica, ormai ridotta a brandelli, erano stati per lei come una liberazione.

Aveva provato una soddisfazione unica.

L'avevano trovata così il giorno seguente, persa in un mondo tutto suo, in preda ad allucinazioni e febbre.

Lo shock le aveva fatto dimenticare tutto. L'amnesia era sopraggiunta salvandola da rimorsi di coscienza, che l'avrebbero uccisa.

Non c’era scampo a questa prigione eterna. Il senso di colpa era così schiacciante che le mozzava il respiro. Questa era la sua punizione. Avrebbe trascorso in quel posto il resto dei suoi giorni, espiando così la sua pena, conscia del fatto che il giorno dopo avrebbe dimenticato di nuovo tutto, a causa delle pratiche sadiche a cui la sottoponevano. Con una penna di uccello disegnò sulla parete della cella una chiocciola, ad indicare il suo destino, un labirinto circolare che non aveva né capo né coda, un po’ come la sua mente, capace di dimenticare e ricordare in un ciclo continuo verso l'infinito.


Fine




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