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Una storia di LucaTamburrino

EULASYA LA RAGAZZA EXTRATERRESTRE

Il fantastico viaggio tra le stelle di Geremia, in compagnia di Eulasya

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8 minuti

Pubblicato il 21 maggio 2021 in Fantascienza

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Era una tranquilla serata estiva, il cielo era trapuntato di milioni di stelle e un’incantevole luna gigante, alta verso ovest, gettava la sua pallida luce sul campo di grano di mio padre, indorando le spighe che emergevano dal buio sui loro ondulanti steli. Ero nella mia stanza a scrutare col mio telescopio gli immensi misteri dello spazio, quando all’improvviso vidi arrivare da lontano un oggetto volante non identificato che sembrava essersi accorto di me che lo spiavo col mio telescopio, invece si fermò sul campo di grano e cominciò a compiere ampi cerchi nell’aria, e mentre roteava, proiettava sulle spighe un raggio di luce arcobaleno che le seccava le faceva ripiegare sui loro steli. Uscii di corsa fuori casa e con le braccia alzate verso il disco alieno, gridai: «Ehi, smettila subito di distruggere il grano di mio padre, capito!»

A quel punto il disco spense il suo raggio multicolore seccatutto e si fermò, continuando a roteare su se stesso come una trottola sospesa in aria. Dopo un po’ il disco proiettò verso terra un fascio di luce antigravitazionale, dal quale scese giù, come da un ascensore invisibile, un extraterrestre. Ma non era un alieno piccolo, verde e col testone grande. No, era una ragazza in carne ed ossa, come ce ne sono tante sulla Terra. Aveva un corpo, due braccia, due gambe e una testa, esattamente come le ragazze terrestri, e su quella testa una bellissima chioma bionda. Era molto bella, il colore della sua pelle era di un azzurro pallido, e indossava una tuta color smeraldo con sopra un corpetto di cuoio e un pantalone bianco, fermato in vita da una cintura metallica. Si avvicinò a me, «come ti chiami?», mi disse, con una voce dolcissima.

«Geremia», risposi, «e tu, come ti chiami?»

«Io mi chiamo Eulasya.»

«Sei un’extraterrestre?»

«Vengo dalla stella Aldor, quella che voi sulla Terra chiamate Proxima Centauri.»

«Come fai a conoscere la mia lingua?»

«Abbiamo la tecnologia per apprendere tutti i sistemi linguistici che avete registrato sulla vostra rete mondiale.»

«Vi impadronite delle nostre lingue codificandole da internet?», domandai meravigliato.

«Esatto!», rispose con un sorriso radioso. «Ora però devo andare. È stato un vero piacere conoscerti, amico terrestre, e scusami tanto per il grano.»

Non dissi nulla, ma mentre stava rientrando nel raggio antigravitazionale per andar via, la fermai, «aspettami per favore!», le dissi, «posso venire con te?»

«Cosa? Sei sicuro di quello che dici? Il mio mondo è molto lontano da qui ed io potrei essere pericolosa.»

«Non ho paura! Vorrei venire con te e vedere il tuo pianeta!»

«Allora sali a bordo!»

«Prima però, vorrei sapere una cosa: Quando mi riporteresti a casa?»

«Facciamo due calcoli… due ore per andare, due per tornare e due per farti dare un’occhiata al mio pianeta… diciamo che domattina presto potrei già riportarti qui.

«Mi stai prendendo in giro, vero?», dissi stizzito, «Proxima Centauri è a più di quattro anni luce di distanza dalla Terra. Ammettendo che il tuo velivolo possa viaggiare alla velocità della luce, arriveremmo non prima che siano trascorsi quattro anni e torneremmo qui tra otto…»

«Velocità della luce? Ah ah ah… Antiquato!», disse ridendo con tono di scherno, «hai mai sentito parlare di velocità neutrinica? Se sì, allora sali a bordo, altrimenti addio, amico terrestre e tanti saluti a casa!»

Ci pensai un attimo, ma poi, spinto da una forte curiosità, entrai anch’io in quel fascio di luce antigravitazionale che mi trasportò all’interno di quel velivolo alieno. Era tutto meravigliosamente tecnologico: Luci, tasti, monitor e leve di comando. Eulasya fece alcune manovre e il disco cominciò lentamente a muoversi e a sollevarsi verso l’alto, dopodiché premette un pulsante rosso sulla sua destra, e in men che non si dica ci trovammo nello spazio interplanetario, e la Terra era già un puntino azzurro perso nello spazio.

«Come si chiama il tuo pianeta?», le domandai.

«Lurial», mi rispose, “un pianeta grande, più o meno quanto il vostro pianeta rosso». Viaggiamo in silenzio per un po’, mentre davanti a noi passavano pianeti sconosciuti, asteroidi, nebulose e altri corpi celesti. Poi all’improvviso vedemmo un piccolo pianeta, poco più grande della nostra Luna, ma molto simile nell’aspetto ed Eulasya si diresse proprio verso quel pianeta.

«Quello davanti a te è Lurial, il mio pianeta.»

Atterrammo in una città fatta di tante cupole metalliche e altre strane strutture aliene. Il cielo era viola e il loro sole era rosso come una mela annurca. Non c’erano mari, non un albero, niente fiumi e i monti erano brulli e grigi, simili a un paesaggio lunare.

«Eulasya, ma non ci sono alberi sul tuo pianeta?», domandai un po’ deluso.

«Tutti distrutti, e con essi sono spariti anche tutti gli animali. Gli unici esseri viventi di Lurial siamo noi truidi.»

«Che tristezza, ma com’è accaduto tutto questo?»

«Tutta colpa nostra. L’intelligenza quando non è sottomessa all’amore può essere molto pericolosa e genera solo distruzione, a volte anche di se stessi», rispose con un tono mesto e nostalgico.

«Cosa accadde di preciso?», chiesi per saperne di più.

«Una guerra tra pianeti, con armi potentissime, spazzò via la maggior parte degli esseri viventi. Lurial era un pianeta azzurro, proprio come la vostra Terra, poi ordigni potenti, che sprigionano la stessa energia che accende le stelle, distrussero ogni cosa. Mari e fiumi evaporarono e con essi sparirono anche tutti gli alberi e gli animali.»

«Questo racconto mi riempie il cuore di tristezza, ma voi truidi come fate a respirare, senza ossigeno e senza alberi?»

«Abbiamo gli alberi elettronici. Le vedi quelle strutture metalliche laggiù? Sono tronchi di ferro e le foglie sono pannelli solari al silicio e altri materiali sintetici. Sfruttano un meccanismo artificiale di fotosintesi, proprio come gli alberi, e generano ossigeno che viene distribuito all’interno delle cupole.»

«Incredibile! E l’acqua per bere, dove la prendete?»

«Abbiamo delle riserve nel sottosuolo, ma non bastano e ogni tanto ne prendiamo da altri pianeti, a volte anche dalla Terra.»

Mentre mi diceva queste cose era atterrata sul suo pianeta. Scendemmo dal velivolo ed entrammo in una di quelle tante cupole metalliche che erano le loro case, tutte collegate tra di loro. Eulasya mi portò in casa sua e mi presentò i suoi genitori e il suo fratellino Kimbli, un ragazzino tutto blu, con brufoli blu e i capelli rossicci. Mi invitarono a mangiare con loro, la madre di Eulasya aveva preparato delle frittelle che sembravano fatte di pasta di pane.

«Buone! Di cosa sono fatte queste frittelle?», domandai

«Di farina!», rispose Eulasya.

«Ma se non ci sono vegetali… dove la prendete la farina?»

«Preleviamo il DNA dal vostro grano terrestre e poi con le nostre macchine riusciamo a generare farina artificialmente. Ma abbiamo anche delle cupole trasparenti che funzionano come le vostre serre terrestri. All’interno di esse coltiviamo ortaggi e alcuni frutti che crescono grazie alla luce della nostra stella.»

«Ah, ecco perché vi avvistano sempre sui campi di grano!», dissi ora che tutto era molto più chiaro riguardo alle loro visite sul nostro pianeta Terra.

Mi presentò i suoi amici che mi accolsero con grande affetto. Andammo tutti insieme in una specie di centro commerciale sotterraneo, dove Eulasya comprò due collane con due pendenti che uniti formavano il loro simbolo dell’amicizia. Si trattava di due serpenti alati che uniti formavano un cerchio. Una di quelle collane la regalò a me e dopo avermela agganciata al collo, mi disse che era giunto il tempo di tornare sulla Terra. Durante il viaggio di ritorno le chiesi di poterci vedere ancora in futuro, ma lei mi rispose che i loro viaggi sulla Terra sono missioni affidate dall’Organizzazione Mondiale di Lurial e che bisogna stare attenti a volare sulla Terra perché i nostri caccia potrebbero volerli abbattere, e loro non vogliono più saperne di guerre.

«Eccoci, siamo giunti a casa tua, Geremia.»

Scendemmo nel campo di grano dove mi aveva preso.

«Allora ciao, Geremia!», disse lei, «mi ha fatto molto piacere conoscerti.»

«Anche a me ha fatto piacere conoscerti, è stato molto bello viaggiare con te.», le risposi.

Sul suo viso si disegnò un sorriso radioso, si voltò e si diresse verso il suo disco volante per andar via.

«Il grano di mio padre mi ricorderà per sempre il colore dei tuoi capelli, Eulasya», le dissi mentre stava andando via.

Si fermò per un attimo, poi si voltò e tornò indietro. Si avvicinò a me e inaspettatamente mi baciò sulla bocca. Provai una grande emozione, la sua bocca non era rossa come la nostra, ma di un blu scuro come il mare d’inverno, tuttavia era calda e appassionata. Rimasi sorpreso e stordito da quel bacio inaspettato, e mentre tutte le parole che avrei voluto dirle si erano bloccate dietro ai miei incisivi, nel frattempo lei si diresse verso il suo disco spaziale, si voltò ancora una volta a salutarmi, salì a bordo e sparì come un lampo nello spazio.

Quel bacio aveva acceso qualcosa di tenero nel mio cuore e avrei voluto che non partisse più, ma ormai era troppo tardi. Entrai in casa che erano le cinque del mattino; i miei genitori dormivano ancora, entrai in camera mia e mi misi silenziosamente a letto. Dopo un po’ mi addormentai e mi svegliai alle dieci che il sole era già alto. Per un attimo credetti di aver sognato tutto e sentivo mio padre che da fuori imprecava: «Dei dannati monelli hanno calpestato il mio grano, ma se li prendo!…»

Poi mi toccai il petto con la mano e afferrai il pendente dell’amicizia che mi aveva regalato Eulasya.


© Tutti i diritti sono riservati. E’ vietata qualsiasi utilizzazione, totale o parziale, del testo di questo racconto, senza previa autorizzazione scritta dell’Autore.



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