scrivi

Una storia di MirianaKuntz

Parlami di quando

322 visualizzazioni

11 minuti

Pubblicato il 17 novembre 2018 in Storie d’amore

Tags: #amore #fine #dolore #mamma

0

Parlami di quando hai riso per la prima volta. Quindici anni di allegria, con la vita sotto al braccio. Tu che volevi tanto dipingere il mondo e sporcarti le mani, alla fine ti bruciavi le dita con la candeggina dei tuoi. Che ti insegnavano come lavare il bucato, come si saluta la gente per le scale, come è bella la vita senza diventare per forza -qualcuno- ma tu volevi ancora dipingere tutto il pianeta e un po’ eri triste e un po’ eri felice. Quando facevi delle commissioni, ti facevi sempre notare, coi tuoi capelli bruni e il corpo perfetto incastrato in una quarantasei di bellezza. Non ti piaceva mai nessuno, li trovavi tutti noiosi, quei ragazzi. Così uguali agli altri, così profondamente ordinari. Cercavi il chiaro scuro in una pozza di colore tutta uguale, e ovviamente, ogni volta, non lo trovavi mai. Forse hai spezzato più cuori che pane, forse l’hai capito un po’ troppo tardi che è meglio un brutto fuori che un bello dentro, piuttosto che una bella carrozzeria scintillante e un pugno di vermi nel cuore. Ma cosa ne potevi sapere, così giovane e così inesperta, ti lasciavi abbagliare dalle cose luccicanti, dai colori vividi, dalle forme perfette, tu che eri un’artista mancata, ma pur sempre un’artista. Così alla fermata del pullman hai riso per la prima volta con due ragazzi sconosciuti e l’amica di sempre. Forse ti sei innamorata subito, o ci hai messo più tempo, ma prima che potessi accorgerti di come stesse cambiando il mondo, e di come stessi cambiando anche tu, eri seduta sulla sella di un motorino a parlare delle belle giornate, del gelato sciolto, e di come volessi una vita bella e semplice. Lui coi capelli ricci e la pelle perfetta, ti ascoltava e annuiva. Sapeva già tutto di caldaie, di tubi pesanti come piombo, del sacrificio nascosto dietro le cose preziose, eppure non conosceva l’amore, si era solo trovato qualche tempo prima con una donna alta giusto un metro e quaranta, dentro le lenzuola, in un letto d’estate, a capire cos’è il sesso e cosa invece è -l’altra parte- delle cose. Tu eri la sua -altra parte- e mentre ti comprava il gelato, e trovava la tua fanciullezza così affascinante, il mondo ha fatto tre capovolte, e si è arrivati a quel giorno di neve, dove faceva troppo freddo, e il sole quasi non si sentiva. Con lo slittino si scendeva forte dal monte, e ti abbracciavi forte alle sue belle spalle, quelle grosse, quelle che amavi perché ti facevano sentire al sicuro anche ad un’altezza così spropositata. Cadevi da così in alto, ma non avevi paura, perché l’amore per quel ragazzo ti aveva fatta sentire sempre su un’altitudine inumana, e così, ti trovavi un po’ come a casa.

Parlami di quando hai sofferto per la prima volta. Quando i tuoi ti dicevano che non era quello giusto per te. Che eri troppo piccola ed inesperta per capire che non è così che si sceglie un uomo per sempre. Che bisognava aspettare, che tanto lui voleva – solo quello da te- che ti avrebbe fatta soffrire. Ma testarda com’eri andavi avanti spedita. Sedici anni di forza e tenacia. Qualcuno vi chiamava Romeo e Giulietta perché il vostro era un amore ostacolato da ogni forza del mondo. Quando ti affacciavi al balcone lui ti ordinava di rientrare dentro. Geloso com’era anche l’aria sembrava portarti via da lui. Quando sembrava la fine, gli anelli volavano nell’aria, e le grida si espandevano sul pavimento. Che strano pensavi, proprio chi vi aveva messi al mondo, non voleva la vostra felicità, se era una felicità condivisa, cucita per sempre davanti a dio e agli uomini. Nessuno desiderava la vostra unione, a volte sembrava un desiderio sciocco anche a voi, ma quando le giornate passavano imperterrite, e i ricordi diventavano più vividi, alla fine, ci si cercava piangendo, e si mangiava il gelato della domenica, in una macchina semi nuova, non troppo lontano da casa.

Quando le altre ragazze si stavano facendo belle per uscire, tu eri già di ritorno, ma eri felice. A volte ti sentivi poco normale, poco uguale alle altre, ma quando ti mettevi a letto e pensavi a quel -tenero bacio- in mezzo al traffico, diventavi rossa di timidezza, e la sofferenza, sembrava svanire del tutto.

Parlami di quando hai provato per la prima volta l’abito da sposa. Eri di sicuro bellissima, perché vera. Il tuo corpetto stretto dalla coda a sirena ti faceva sembrare una creatura inumana, e mentre eri al centro della sala per farti guardare un po’, dicevi sottovoce a tua madre, che non avevi pretese, che un vestito svenduto, a poco prezzo, ti sarebbe andato bene comunque, che non era giusto spendere tutti quei soldi, che non volevi. Alla fine la cifra spesa non si ricorda, ma probabilmente ogni cosa tu avessi indossato, sarebbe sembrato un vestito d’oro e diamanti.

Parlami di quando hai pianto per la prima volta. Di quando quel bel sogno è svanito tutto di colpo. Di quando amarsi sembrava non bastare più, perché i suoi ti avevano bandita, e perché si era parlato troppo, delle cose sbagliate ed inesatte. Quando i litigi divennero sempre più violenti, e qualche schiaffo si sostituiva alle carezze. Quando la gelosia non era più gestibile, e le differenze pesavano più di un sacco di sassi. Di quando i mobili comprati vennero restituiti, del vestito da sposa che avresti voluto fare a brandelli, della casa da costruire che adesso non sembrava più avere valore, e delle parole taglienti che non assomigliavano più all’amore. Parlami di quando lui ti ha detto con voce ferma – che non eri più il suo amore, che non voleva più nulla da te. E che era finita davvero- di come il tuo cuore sia diventato un piccolo punto in una pozzanghera d’acqua. Di come per un minuto e mezzo tu sia stata in silenzio, e poi riprendendo fiato hai gridato tutto il dolore. Di come sembrava conclusa una storia che era stata un’era speciale, e di come una sposa diventa un cadavere.

Non mangiavi più, perché il cibo non aveva sapore, non sentivi più l’aria passarti nei polmoni, le cose più belle non avevano più colore, e le tue tavole bianche non si riempivano più.

Parlami di quando la prima volta sei fuggita. Quando hai raccolto tutto il coraggio e sei scappata a Roma. Dicendo a tua sorella che andavi solo a farti bella, ma dal parrucchiere non ci sei andata più. Di quando lui ti ha raccontato di quella brutta bugia, che in fondo ti aveva amato sempre, e stava solo mentendo per reggere un gioco sadico non creato da lui. Come la macchina correva forte, con una piccola valigia a mano con quattro vestiti e un sogno immenso. La strada lasciata alle spalle ti faceva sentire debole e cattiva. Ogni chilometro macinato dalle ruote, ti sembrava un coltello piantato nel petto delle persone che amavi. Ti sembrava assurdo che per amore bisognava fuggire lontano, che per amare bisognava cancellare tutto il passato. Un po’ tremavi e un po’ ridevi. Un po’ avevi paura e un po’ ti sentivi libera di essere, libera di fare.

Forse quella notte a Roma, ti avrà fatto sentire un po’ grande, e un po’ bambina, rannicchiata nelle sue braccia, in un letto che non conoscevi, in un posto che non avevi mai visto. Abbracciati tutto il tempo, protetti da ogni avversità e pregiudizio. Il mondo sembrava non essere mai nato, se non permetteva a voi, di nascere insieme.

Quando tua madre piangeva disperata ti sarai sentita -uno sbaglio- alla fine sei tornata indietro gridando a tutti che avevi scelto. La gente un po’ sbigottita, e un po’ incuriosita, non capiva come due sposi promessi l’uno all’altra, avessero bisogno di scappare come tanti altri prima, il cui amore non conosceva nessuno. Poi ti hanno tutti perdonata, perché sei stata capita, e perché il tuo cuore un po’ si è rimesso apposto.

Lui era fermo all’altare, venti anni di uomo, con la faccia liscia e i ricci in testa.

A questo punto della storia, il cuore avrebbe dovuto fare le capovolte di gioia, eppure qualcosa era cambiato. Il dolore ti aveva distrutto dentro. La navata era semplice marmo, il vestito solo un abito bianco in saldo, e quell’uomo, solo un uomo che ti aveva fatta soffrire, che ti aveva detto di – no- con fermezza e rabbia, pur pensando – un sì-

Forse chi mente una volta con convinzione, pensavi, può farlo sempre.

Mentre il prete sussurrava – puoi baciare la sposa- tu sposa non ti ci sentivi più.

E questo, era grave.

Parlami di quando hai avuto paura per la prima volta. Che una casa in mezzo al crimine ti sembrava troppo per una ragazza come te, che non sapeva com’era sentire uno sparo, fare a botte coi topi, restare da sola in un angolo mentre lì fuori c’era il delirio. Ti sentivi sola e impaurita, perché una bambina si era sposata, ma aveva già dentro una nuova creatura. Dopo un po’ nacque una stella che ti faceva sentire un po’ meglio, ma quando le giornate passavano tra un bucato e l’altro, tra una canzone cantata alla bimba e un sonnellino, a volte piangevi e non capivi come fosse stata veloce quella vita strana, che proprio quell’amore voluto tanto, ti aveva resa prigioniera di tutto. Non c’erano più carezze, più baci. Non c’era la giovinezza, le uscite insieme con una pizza, non c’erano feste né cose belle. Quando lui tornava a casa sapeva solo gridare, c’erano troppe spese da pagare, troppi soldi da inventare. Tu che eri solo una bambina con una bambina in braccio, sbarravi gli occhi e avevi paura.

Volevi fuggire, di nuovo, ma non sapevi dove andare, così, ti addormentavi piangendo e fingevi che tutto era un sogno.

Parlami di quando mi hai vista per la prima volta. Che dopo sei anni di silenzi ti ho bussato alla pancia e ho deciso di restare. Tu che non volevi un altro figlio, non in quel momento di disperazione e miseria. Tu che ti sentivi già troppo fragile così. Tu che non sapevi come riordinare quel mondo incasinato, ti sei dovuta adattare anche a me. Non sapevi come fosse successo, e perché io mi trovassi nella tua pancia. Non ne avevi ricordo, non l’avevi scelto, eppure io ero lì.

La gente si aspettava un maschio, ma più di tutti era lui ad aspettare un maschio. Il test diceva -positivo- ma tu eri incredula. Il prelievo di sangue non lasciava dubbi, dentro di te, c’era un’altra vita. Lo so che hai pianto, non -mi stavi aspettando- non sapevi come crescermi, non sapevi cosa saresti riuscita a darmi, eppure più crescevo, lentamente, come una formica, più imparavi ad amarmi.

Dopo sei anni ti sentivi meno fragile. Quando lui seppe di me, non era felice, tutt’altro, se avesse potuto scegliere mi avrebbe strappata via dalla tua pancia e tentato la fortuna di nuovo. Io non avevo paura, sentivo solo le voci, e poi avevo una mamma giovane e bella che si prendeva cura di me, e mi parava i colpi, e le mancanze, che quando vide i miei occhi blu notte per la prima volta, mi fece un sorriso immenso, e in quel momento svanì ogni dolore ed ogni casino.

Io ero nata, ed ero lì per te.

Parlami di quando hai avuto paura per me, che facevo fatica anche a mangiare e tenere gli occhi aperti. Otto mesi e cinque giorni di te non erano bastati, e tu lo sapevi, e tutta sola ti occupavi della mia vita. Di come mi sono ripresa con forza, superando il peso imposto dai dottori, di come ho imparato a ridere sempre, anche quando ero malata, dei miei primi passi, arrivati veloce, dell’emozione di quando ti ho chiamata -mamma- e a te tremava il cuore. Di come in qualche maniera la mia esistenza stesse salvando anche la tua, e di come da lì in avanti sarei stata io a proteggere te, fino alla fine dei tempi.

Parlami di quando hai riso per davvero l’ultima volta.

Adesso che son grande, e potrei salvarti, vorrei tornare a quando avevi quindici anni, nascondermi ad osservarti, e cambiare tutta la tua vita.

Svanire lentamente, perché non mi avresti mai messa al mondo, ma ti avrei guardata da lassù con il sorriso più dolce del mondo, perché la mia piccola mamma, sarebbe stata felice davvero.

Coi suoi dipinti e le sue risate, con le chiacchiere spensierate, con gli occhi brillanti di gioia, coi vestiti sporchi di tempere e acquerello, accanto ad un uomo felice di amarla.

Svanendo, lentamente, ti avrei amata anche senza esistere.


Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×