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Una storia di QuintoMoro

L'ora di cena

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16 minuti

Pubblicato il 26 febbraio 2020 in Thriller/Noir

Tags: #matrimonio #omicidi #cibo #follia #thriller

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H: 20.18

Il soggiorno era illuminato dal lume biancazzurro del laptop acceso su una playlist di musica dark country. Gloria scuoteva la testa davanti allo specchio del bagno, bagno seguendo il ritmo che rifluiva compensando l’uscita del vapore post-doccia. Si asciugava i capelli come le aveva insegnato sua madre, tamponando ciocca per ciocca con l’asciugamani. Si fissava negli occhi. Le piaceva guardarsi senza trucco. Detestava truccarsi, almeno nel modo formale e rigoroso richiesto dal lavoro: il fondotinta, il rossetto acceso e l’ombretto in sfumature rigorosamente viola, come tutte le altre commesse. Politica aziendale. Ogni commessa una piccola mascotte. L’avevano scelta per la forma del viso rotondo e i capelli corvini. Il colloquio era stato facile, l’avevano presa subito, e l’euforia di quella settimana prima di montare di turno era svanita quando aveva visto le colleghe, tante piccole caricature di geisha dal volto pallido e i capelli corvini. Nessuna di loro aveva particolari talenti, forse non ne aveva neanche lei. Ma aveva un lavoro, e questa era l’unica cosa importante.

Erano passati due anni e mezzo da quando l’avevano assunta. S’era sposata subito dopo. Aveva accettato la proposta ebbra del lavoro appena preso. Per pagare la cerimonia era servito lo stipendio di un anno. Continuava a pentirsi mese per mese di aver spedito tanti inviti. Tanta gente era venuta solo a mangiare a sbafo, già dubbiosa sulla durata del matrimonio. Ma era durato, nonostante tutto.

Il corpo nudo era ancora umido sotto l’accappatoio. Non le piaceva asciugarsi strofinando sulla pelle. L’accappatoio serviva a tenerla avvolta nel caldo umido. Voleva sentire l’acqua asciugarsi pian piano su ogni centimetro di pelle. La pompa di calore sbuffava i suoi respiri per il piccolo appartamento, sfidando l’inverno che scorrazzava fuori dalla finestra, tra le sue spruzzate di nebbia turbinanti nel vento del nord che, di tanto in tanto, si univano in fitte gocce di finta pioggia.


H: 20.20

Gloria s’era seduta con le gambe accavallate sulla poltrona d’angolo del soggiorno. Il set di poltrone e divano era costato una piccola fortuna. Lei e suo marito l’avevano comprato una domenica pomeriggio. Se ne ricordava perché avevano litigato per due giorni sul prezzo, ma quelle erano le poltrone più comode su cui si fosse mai seduta. Ci avevano fatto l’amore svariate volte, così anche lui s’era convinto della loro bontà.


H: 20.21

Gloria si rigirava lo zippo tra le dita sottili. La sigaretta sulle labbra aspettava d’essere accesa. Non fumava da due mesi ed era probabile che avrebbe interrotto l’astinenza. Decise di tenerla spenta sino alle otto e mezza, un minuto dopo l’avrebbe accesa.

Due mesi erano un bel traguardo e non le piaceva l’idea di vanificare tutto per una serata tanto sciocca. Ma aveva bisogno di accenderla. Di sentire gli schiocchi sulla pietrina dell’accendino, la scintilla e la piccola fiamma, quel fiato iniziale scaldato attraverso la cannula di carta sottile, e la zaffata di tabacco tra le labbra. Sapeva che bastava fumarne una per ricominciare daccapo, e poiché non l’avrebbe schiacciata prima di finirla – detestava chiunque lo facesse – andò a cercare il taglierino nel cassetto della scarpiera. Tagliò la sigaretta a metà, poi a un terzo della sua lunghezza e gettò il resto nel cestino.


H: 20.25

L’orologio a muro ticchettava in modo irritante. Gloria lo fissò fantasticando sul potere di fermarlo con lo sguardo, di farne saltare la lancetta o esplodere quelle schifose batterie stilo del discount che si consumavano e ossidavano troppo presto. Quasi si dimenticò della sigaretta. Ma era ancora lì tra le dita. Aveva scroccato il pacchetto al magazziniere che flirtava con lei. Da principio aveva creduto flirtasse con tutte, o qualcun’altra. Con l’uniforme del negozio, il tailleur bianco, i capelli neri avvolti nella chignon e le labbra rubizze, si poteva perdere qualche brandello d’identità. Succedeva anche alle sue colleghe. La prima a farglielo notare era stata una delle più anziane, che ormai non lavorava più per il brand. Nessuna teneva il lavoro più di sei o sette anni. Il contratto era a tempo indeterminato, ma la durata era vincolata al mutare delle forme del viso, la comparsa delle rughe agli angoli degli occhi e della bocca, o le alterazioni della linea. Tutte regole non scritte ma valide. In ambiente giuridico sarebbero state usi e consuetudini. Non leggi. Non potevano esserlo per legge. Un paradosso. Ma ogni commessa doveva mantenere quella sua identità labile e confusa, identificabile con la mascotte del marchio. A Gloria restavano altri quattro o cinque anni di lavoro, a seconda di quanto lo stress e la maturità si fossero scolpite sul suo volto. Non era neanche una questione di fisico. Anzi la diversità dei corpi era incoraggiata. C’erano commesse minute, anoressiche, alte, grassottelle. C’erano fianchi larghi e stretti. Culi sodi e piatti, a mandolino o a grancassa. Tette materne e perfette coppe di champagne. Il brand era solo una faccia con labbra rosse, capelli neri, faccia tonda e occhi velati di viola. Il corpo poteva essere lasciato all’immaginazione. Il corpo era secondario.

Tutto era stato studiato dall’ufficio marketing. Il volto della ditta, il marchio, era il volto in cui le clienti dovevano specchiarsi a prescindere dalle loro curve e dalla loro linea.


H: 20.29

Gloria aveva fatto scattare il cappuccio dello zippo e l’aveva fissato cogliendo l’allusione sessuale del gesto. Aveva bevuto due bicchieri di vino prima della doccia. La spirale di pensieri alcolici si caricava come una molla pronta a scattare al suolo del citofono. Gloria gettò via la sigaretta monca con fare seccato, ma felice che il trillo elettrico fosse arrivato in tempo. Si fregò l’accappatoio tra le cosce e andò al citofono.

“Buonasera. Ho una consegna per la Signora Gloria Vanna”

Gloria si premette il dorso della mano sulle labbra. Aveva dato quel falso cognome per il gioco Vanna Gloria – Vanagloria.

“Salga al terzo piano” disse soffocando la risata.


H: 20.34

Dallo spioncino, il ragazzo era carino. Aveva un capello trasandato e castano, umidiccio alla base per il sudore delle sei rampe di scale. C’erano altri tre appartamenti oltre al suo, e il ragazzo dovette sentirsi stupido per non aver chiesto a quale numero andasse fatta la consegna. Doveva essere un novellino. Gloria lo vide esitare, cercando nomi sui campanelli. Attese che lui fosse sul punto di suonare alla porta sbagliata prima di aprire.

“L’ascensore è guasto” disse Gloria, divertita dal mordersi la lingua del rider. Avrebbe potuto dirglielo prima. Ora lui era accaldato e sudaticcio. Era alto e allampanato, più di quanto non fosse apparso dallo spioncino. Aveva zigomi alti e ben definiti ed occhi color nocciola. Era felice di avergli aperto avvolta nel solo accappatoio. Le infradito mostravano piedi piccoli e magnificamente smaltati blu navy, ma il rider non dovette notarli finché Gloria non si mise in posa plastica, spalla allo stipite della porta col seno a far sfacciatamente capolino tra i lembi dell’accappatoio.

Il ragazzo abbassò lo sguardo e porse la scatoletta con l’ignota qualità di cibo. Ignota per lui e pure per Gloria che aveva digitato a caso sul laptop e cercò di scoprire ora, annusando l'aria, la cena che aveva ordinato. Una cena per due. Fissò il rider che le mandava solo fuggevoli occhiate mentre faceva le sue robe da rider, ticchettando stancamente sul registratore di cassa portatile.

“Contanti o carta?”

Gloria esitò. La spirale alcolica s’era avvolta sino alla vetta in un cerchio, un’aureola di eccitazione. Avrebbe voluto provocarlo proponendogli un pagamento in natura, ma non era capace d’essere tanto sfacciata nemmeno da ubriaca. Rise tra sé e fece spallucce.

“Tu cosa preferisci?”

“Quello che preferisce lei”

Si sentì ancor più provocata a quella risposta, e rise più chiaramente tra sé, con lo sguardo basso. Poi l’alzò, cercando di moderare la sua espressione perché il ragazzo non si sentisse preso in giro. Lui non doveva avere più di ventisei anni, né meno di ventidue o ventitré. Gloria aveva ventinove anni. Avrebbero potuto essere amici di letto socialmente accettabili. Caricò il peso sul piede destro e si carezzò il polpaccio sul sinistro, sporse il collo in su a sbirciare l’aggeggio elettronico che proiettava la sua lucetta verde sotto il mento e gli occhi del ragazzo.

Gloria girò le spalle ed entrò in casa lasciando la porta aperta. Quel gesto le fece vibrare la schiena e il collo. “Entra pure” disse, e nel dirlo la scarica si fece ancora più forte. Una scarica di ansia, di paura e angoscia confuse coi fumi dell’alcol e la tensione sessuale che si accumulava tra lo stomaco e l’inguine, nell’ugello che si stringeva alla gola.

Gloria si fermò davanti al tavolo della cucina, in sospeso, in ascolto. Il ragazzo s’era fatto appena più vicino alla porta ma non osava attraversarla. Gloria allungò le mani sulla borsa, cercò nel portafogli gonfio di monete e tessere sconto pronta a pagare con la carta, se la puntò nell’incavo tra i seni e la fece salire premendo come un bisturi fino al collo, dove si tracciò un solco più profondo. Lasciò che il ragazzo seguisse il movimento da lontano, poi rimise a posto la scheda e pagò con due banconote. Restava una mancia misera. Si chinò con calma a raccogliere il pacchetto di sigarette e tornò alla porta con fare seccato. Aveva l’accappatoio quasi slacciato quando chiuse la porta in faccia al ragazzotto.



H: 20:40

Gloria rientrò in soggiorno portando il sacchetto come fosse il tesoro di una rapina in banca, e ne cavò le scatolette di cartone colorato come uno scrigno d’inestimabile valore. Le posò sul tavolo. Il lume dello schermo rendeva più freddi tutti i colori. La playlist s’era interrotta in un messaggio di servizio. L’appartamento era avvolto nel buio.

La scatola era richiusa in cima con un intreccio simile a un fiore di carta bianco e rosso. Aveva un che di elegante ma non riuscì a scioglierlo. Il taglierino era ancora lì, con qualche brandello di tabacco nella scanalatura tra la custodia di plastica e la lama. Si chinò ad annusare i frammenti di tabacco e li inspirò, poi usò il taglierino per circoncidere la scatola che l’investì col suo profumo di cibo caldo, seppur troppo speziato e indistinto per capire di che si trattava. C’era qualcosa di fritto. Tirò fuori le piccole porzioni, vaschette di carta e cartoncino alimentare resistente agli olii. Aveva ordinato nudolini al curry, polpette fritte e un’insalata senza condimento. Per due.

“Era la cena” disse Gloria, come spiegandosi al buio dell’appartamento. “Il ragazzo delle consegne era carino” disse ancora. Accese la sigaretta e cominciò a sorbire i noodles quasi nello stesso momento.

“Un ragazzo alto e magro, giovane.” Pausa. “Avrei potuto invitarlo a cena. Sì, proprio così, in accappatoio, perfettamente nuda sotto. Avrebbe passato tutto il tempo a sbirciare tra l’accappatoio e la scatola delle polpette.” Risata. “Avrei potuto scoparmelo qui sul tavolo, davanti ai tuoi occhi. Sarebbe stato divertente.”

Il tavolo era un lastrone di legno massello spesso sei centimetri. Un regalo dei genitori dello sposo. Erano gente benestante loro, non esattamente di buongusto. C’erano voluti cinque operai e mezza giornata per portare quell’accidente di tavolo su per le scale senza ascensore. Col tanto che era costato quell’orrore buono per una casa da borghesi snob anni ’60 avrebbero potuto riparare l’ascensore del condominio e ne sarebbe avanzato per un normalissimo tavolo da sei persone, con sedie ergonomiche imbottite di gommapiuma invece di quegli obbrobri con lembi di vera pelle per poggiaculo e schienale.

Il tavolo era lungo quattro metri. Attraversava il soggiorno dell’appartamento come un ingombrante monumento rubaspazio. Ci sarebbe potuta stare una cassettiera, un mobile d’angolo, una cristalliera per le bottiglie. Ma no. Il dannato tavolo si prendeva tutto lo spazio. Le due estremità, i due capotavola, stavano immersi nell’ombra. Il laptop se ne stava al centro. Gloria cercò una canzone adatta alla situazione. Scelse una sciocca canzone pop di sette-otto estati prima, quando non aveva ancora conosciuto suo marito.

“Bei ricordi” disse “l’ho ballata in discoteca un sacco di volte. Ormai è un secolo che non vado più in discoteca. Non ballo più.”

Gloria prese il taglierino e tirò su la tovaglia con ricami di pizzo gialli e blu, svelando il robusto pianoro del tavolo con le sue ruvide venature di legno. Puntò il taglierino e seguì le linee del legno. Chiuse gli occhi per ricordarsi qualcosa di sciocco, una fissa per un ballerino o un belloccio canterino la cui foto aveva spillato alla porta della sua cameretta alle scuole medie. Incise un cuore e le sue iniziali seguite da due note musicali e la caricatura di un gatto.


H: 20.50

Gloria aveva mangiato rumorosamente i suoi nudolini al curry, spruzzandosi il collo e l’accappatoio con quella brodaglia gialliccia e appiccicosa. Aveva ripreso la bottiglia di vino rimasta a metà sul piano cucina accanto al frigorifero. Ne versò un secondo bicchiere, allungandolo al capotavola dove sedeva la sagoma fasciata di tutto punto, con straccetti di vecchie federe e lenzuola trasformati in legacci per le caviglie e i polsi, e più robusti e avvolgenti fasci intorno al petto e alle cosce tutt’intorno alla sedia. Gloria girò il laptop perché lo schermo acceso illuminasse la sagoma.

“Ti fa ancora male?” disse, e allungò le dita per dargli un pizzicotto sugli zigomi ispidi di troppa barba.

“Il mio Premio Oscar” rise. Prima solo in modo abbozzato, poi a voce alta, in modo sguaiato e teatrale. Aveva sognato di fare l’attrice, tra i dodici e i diciannove anni. Ma era stata troppo pigra per studiare recitazione. Gloria era sempre stata convinta di avere il talento nelle vene e non le sarebbe bastato altro che mostrarlo. Quella convinzione s’era dileguata in un momento imprecisato dei suoi vent’anni, già prima di conoscere Oscar, benché di tanto in tanto cedesse alla tentazione d’incolparlo per il naufragio del suo sogno. Per anni aveva scherzato sul nome del suo futuro marito. Diceva che era il suo Premio Oscar, specie quando uscivano in coppia o in gruppo, per enfatizzare il successo della loro relazione, con abbondanti sottintesi sessuali per scandalizzare le coppiette più pudiche e perfettine.

Gloria gli mise un dito sotto il naso. “Riesci a respirare, sì?”

Il nastro americano avvolgeva la bocca e il collo di Oscar per quattro passate. Un lembo gommato era salito a schiacciargli in parte il naso, rendendo i suoi respiri insopportabilmente rumorosi. Oscar aveva un bel naso appuntito di cui andava molto fiero. Gloria s’immaginò la liberazione dal nastro adesivo che l’aveva tenuto prigioniero tanto a lungo, col naso schiacciato fino a tramutarlo in un’orrida forma aquilina.

Arricciò una forchettata di nudolini e gliela mosse presso la bocca sigillata.

“Ne vuoi un po’?”

Fece di nuovo la sua risata d’attrice. Prese una boccata d’aria e strillò la risata perché echeggiasse per tutta la casa.

“Siamo vicini rumorosi” disse “nessuno ci farà caso”

Succhiò la forchettata di noodles pulendosi le labbra col dorso delle dita e fissò il marito inchiavardato sulla sedia. I respiri non si scorgevano sul petto platinato dal corposo strato di nastro americano, ma pompavano copiosi dalla pancia, come il gargarozzo di un uccello tropicale.


H: 21.09

Gloria consumò il resto della cena accanto al marito. Risucchiò avidamente il pasto di entrambi. Il cibo avrebbe assorbito la bottiglia di vino. Gloria mise in conto un po’ di mal di testa al mattino, ma sarebbe stata in grado di affrontare la giornata come sempre. Sparecchiò i contenitori del ristorante da asporto, lasciando a tavola solo il rotolo di nastro americano. L’aveva consumato quasi tutto. Benché non avesse progettato la cosa nel dettaglio, fasciare il corpo di Oscar con le lenzuola prima del nastro adesivo era stata un’intelligente precauzione. Sarebbe stato più facile scioglierlo, una volta deciso cosa fare di lui. Le braccia di Oscar erano chiuse in petto, coi pugni poco sotto il mento.

“Sembri una mummia” disse Gloria “ma anche un Premio Oscar, solo che quello tiene un bastone in mano, oppure, secondo te che cos’è?”

Gloria si avvicinò per guardare gli occhi del marito. Nella penombra della stanza non erano che biglie vuote ma da vicino, percependo il calore del suo corpo, il suo sudore, ne sentì tutta l’umanità. Si alzò da tavola e uscì dallo sguardo di Oscar. Tornò poco dopo, piazzandosi alle sue spalle e carezzandogli i capelli con una mano.

“Non è un bastone” disse Gloria “è una spada”

Fece scioccare la lama del taglierino per tutta la sua lunghezza, spinse giù lo schermo del laptop che con un clac fece piombare la stanza nel buio. Mise la mano sinistra sulla fronte del marito, sentendola sudarsi istantaneamente come spugna spremuta. Gloria dovette stringere con più forza, nonostante l’abbonante fasciatura che immobilizzava il marito. Lui scattò due, tre, quattro volte mentre la lama affondava nella gola lasciando sgorgare il succo caldo e appiccicaticcio della sua esistenza sulla maglietta foderata dal nastro.

Gloria continuò a tenergli la testa ferma finché ogni guizzo fu spento. Continuò a tenerla a lungo, finché non ebbe la chiara impressione della pelle fredda.


H: 23.48

C’era da ricomprare la candeggina. Gloria ne aveva consumato due fusti da cinque litri per pulire il pavimento del soggiorno, e le gocce sparse sul corridoio e il lavandino del bagno. Aveva lasciato il taglierino ammollo nella candeggina pura per venti minuti. Spezzò la lama segmento per segmento e ne inserì i pezzi nelle lattine di birra di Oscar ripescate dal bidone della differenziata. Appiattì ogni lattina con cura perché il pezzetto di lama non potesse uscire. L’indomani sarebbe sparito tutto, mescolato alle lattine di tutto il palazzo e del quartiere, nel grande ventre puzzolente del compattatore.

Il freezer a pozzetto sarebbe arrivato l’indomani mattina. Avrebbe tenuto il corpo di Oscar nella vasca da bagno fino ad allora. Prima di far entrare i ragazzotti della consegna a domicilio si sarebbe nuovamente messa in accappatoio. Gloria avrebbe lasciato scorrere l’acqua della vasca con due litri di bagnoschiuma, facendo salire la schiuma tanto da nascondere il cadavere, nel caso i ragazzi delle consegne chiedessero di usare il bagno. Fantasticò sull’offrir loro un caffè, una birra, uno o dieci bicchieri d’acqua perché chiedessero d’usare il bagno. Avrebbe finto che la maniglia della porta fosse rotta, e sarebbe rimasta a vigilare sui loro vespasiani. E fantasticò sullo stesso brivido sentito quando il rider del ristorante da asporto le aveva consegnato la cena, mentre il marito stava imbavagliato a capo tavola, immerso in un cono d’ombra.

Gloria aveva raggiunto una discreta abilità nell’uso del coltello elettrico. Sua madre aveva insistito perché lo inserisse nella lista nozze, e sebbene quell’aggeggio non le fosse mai piaciuto, s’era rivelato più utile d’ogni altra cosa in quella lista. Oscar era ingrassato molto durante l’estate, e per quanto il freezer l’avrebbe contenuto senza difficoltà, ci sarebbe stato da lavorarci un po’.

Oscar non aveva un lavoro e non aveva amici che l’avrebbero cercato, non prima di Natale, quando i suoi resti sarebbero stati abbondantemente smaltiti col tritacarne. Il tritacarne, regalo di sua madre all’ultimo compleanno.

Gloria aveva macinato solo piccole porzioni di carne, almeno finora. Un chilo alla volta, Oscar avrebbe prodotto abbastanza polpette da sfamare i cani e i gatti randagi del quartiere da lì a pasqua. Restava da capire come smaltire le ossa, ma qualcosa si sarebbe inventata.



Fine.


Altri racconti sul mio sito www.cantastoriestonato.com, accesso libero e gratuito, senza pubblicità e senza registrazione.



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