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Una storia di ClaudiaNeri

Storie dalle strade di Napoli #4

Il vino con le percoche

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6 minuti

Pubblicato il 09 agosto 2018 in Storie d’amore

Tags: #camorra #estate #amore #napoli #vino

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Se non avete ancora letto l'inizio di queste avventure, cliccate qui.


A Napoli il colore rosso è importantissimo.
E' rosso il mare al tramonto, è rossa la lava del Vesuvio, sono rossi i pomodori del piennolo e la salsa della pizza. E' rosso anche il corno del peperoncino portafortuna e lo è anche la maglia sotto il vestito di pulcinella e il fiocco in vita.
E' rossa la rabbia del napoletano nervoso nel traffico e le sue guance quando lavora sotto al sole d'estate. Sono rosse le scie di sangue causate dagli incidenti e dalla criminalità organizzatissima che troppo spesso colorano le strade dei quartieri.

E' rosso il vino, il famoso vino delle uve del Vesuvio, che inscurisce le pesche lasciate a mollo dentro la brocca per la gioia della tavolata euforica.

Ritornando agli effetti del vino sui napoletani, diciamo che la fase estiva qui a Napoli comporta sempre l'aggiunta di un po' di nervosismo alla città. Con il caldo, le cose che non funzionano, le attese, gli incroci, il traffico diventano spesso insostenibili.E quindi esattamente come la pioggia paralizza la città, il sole la scimunisce, colorandola del folklore che i turisti tanto amano.

Quando sono arrivata a Napoli qualche giorno fa, attraversando Porta Nolana, tra i tanti negozi arabi e indiani ce n'era uno completamente bruciato. L'interno della piccola attività pieno di gioielli, stoffe, vestiti e accessori era stato sostituito da una coltre nera e buia. All'esterno una cosa mi ha colpito particolarmente: nel grande ammasso di cenere e resti, si potevano distinguere alcuni pezzi di stoffa colorati ancora intatti. Mi ha fatto pensare a quei reportage in cui, su uno sfondo devastato da guerra e miseria, si intravede un aquilone o un bambino felice. Uno spruzzo di arcobaleno su una minaccia guernicana.
La gente non sembrava particolarmente sconvolta, le puttane si avvicinavano curiose ma poi tornavano alle loro sedie, la signora che vende le sigarette di contrabbando sotto l'ombrellone giocava annoiata col telefono.

La conclusione mia e di tutti è immediata: quel negoziante non ha pagato il pizzo alla camorra.
Se non il pizzo, magari qualcos'altro, ma sicuramente non è stato un salumiere o un piromane folle a causare quel disastro.

Siamo talmente assuefatti dalla camorra qui a Napoli che ci stupiamo ormai più del bene che del male.

Porta Nolana
Porta Nolana

Tornando a noi, a piazza san Gaetano l'altro giorno ho conosciuto un amico di Peppino, o almeno credo che lo fosse. E' venuto lì con una larga camicia, una giacca logorata e troppo grande per lui e le infradito al piede. Portava un cappello di paglia, aveva il naso da pugile (come se lo avesse rotto più volte), degli occhi azzurrissimi meravigliosi, i denti ingialliti e le unghia lunghe, soprattutto il mignolo.


Descritto così può risultare un po' inquietante, ma vi assicuro che, a parte la quantità di vino che aveva bevuto, non c'era niente di spaventoso in lui.

Il suo nome, così ha detto, è Eugenio Salsano e fa lo scrittore.

Anche io faccio la scrittrice!

Veramente? E cosa hai scritto?

Il romanzo si chiama Inno Selvaggio, l'ho presentato qui a via Benedetto Croce.

Scrivi, scrivi qua sopra che poi me lo compro. Me la fai la dedica?

Anche due. E il suo come si chiama?

Il mio non esiste.

Come?

Ma esisterà. -io sorrido- Il titolo è 'Dialoghi al sudor delle Tamerici'

E' un titolo bellissimo. Di che parla?

Non lo so, di tutto.

Lo leggerò

Io te lo regalerò, signorina -esitazione- Claudia Neri sì.

Grazie. E' un bel libro quello che sta leggendo.


Eugenio è arrivato in piazza con una pizza a portafoglio in mano e sotto il braccio aveva La compagnia dei celestini di Stefano Benni, un libro a cui sono molto affezionata, senza considerare quanto amo Benni. E quindi, quando l'ho visto arrivare, un po' strano un po' sbronzo, con pizza e celestini, mi è stato subito simpatico.


Ma io l'ho conosciuto Stefano Benni, sai?

- colpo al cuore- Veramente?

Eh. A Bologna, nel 19''(l'ho dimenticato, mea culpa). Stavo col nipote di Alda Merini, Pierre, ci ubriacammo tantissimo quella sera, eravamo talmente felici per tutto quel vino.

Poi lo incontrammo per strada, avrei voluto abbracciarlo, però non lo feci. E con che coraggio mai avrei potuto? Pierre forse lo conosceva pure, non è che ora ricordi tanto bene.

- espressione sconvolta -


Che Eugenio conoscesse o no davvero Carniti e Benni non è importante ora, l'importante è che spero che il troppo vino alle 12 del mattino non gli impedisca di scrivere un giorno il suo dialogo delle Tamerici.

Ma eccoci arrivati all'incarnazione perfetta del vino rosso di oggi.
Vedendoli entrare parevano una famiglia tranquilla, padre madre e figlia, spagnoli. Il papà portava in spalla una cartella fuxia.

Fatto sta che, dopo aver fatto i biglietti ed essere entrati nel complesso monumentale, una mia collega ha trovato il papà bello e addormentato nel mezzo del chiostro, appoggiato ai resti della Tolos, a contemplare con le mani in grembo le meraviglie di Bacco.
Dopo che lo hanno fatto uscire, sua moglie e sua figlia hanno continuato a visitare il museo, mentre lui ha ben deciso di addormentarsi in piazza su un muretto.
Io, che soffro di insonnia, mi sono chiesta come facesse con 40 gradi a dormire per terra, al centro storico alle due del pomeriggio con Peppino e il mandolino nelle orecchie.

E' rimasto in quello stato per tipo due ore, mentre la moglie e la figlia più spesso provavano a svegliarlo, poi si arrendevano e andavano a visitare qualcos'altro.
Con il naso rosso, le mani sulla pancia grassa, mi ha fatto sorridere vederlo immutabile nella sua posizione, fino a che è finito il mio turno e non ho più potuto sapere quando e come si è alzato da lì. Avrei tanto voluto vederlo.

In queste mie esperienze al Centro Storico si è creato un certo gradevole equilibrio tra le mie conoscenze: ci offriamo il caffè, parliamo tanto, Peppino mi ha regalato il suo CD, i venditori ambulanti a volte mi regalano una cover, un paio di occhiali.
Ammetto che non è esattamente il modo migliore di passare agosto, ma sono anche consapevole di essere fortunata, probabilmente a farlo altrove mi sarei sentita molto più sola.


Una mia collega con cui condivido questo destino, Gaia, dopo solo qualche giorno di tirocinio insieme mi ha detto Tu si vede che c'hai qualcosa dentro, le persone così sono rare.
Io lo so che un po' è vero, però sentirmelo dire mi spiazza sempre, mi denuda di fronte a un grido sussurrato che è il mio segno ovunque vada.

Mi ha stupito la quantità di tratti comuni che le nostre vite e i nostri gusti posseggono ma soprattutto la nostra scelta di studiare una lingua e una cultura straniera così lontane dalle nostre (per lei è arabo, per me è russo) nasce da una matrice comune: a modo nostro, per motivi diversi, è un atto di ribellione, l'approccio ad una prospettiva che cerca la verità. Ma questa è un'altra storia e la racconteremo un'altra volta.

Signori e signore, per concludere in bellezza questo articolo, vorrei dirvi che l'incognito ha adesso un nome. Quell'uomo così dolce che mangia e fuma e fuma e mangia, legge riviste e mangia, poi fuma e disegna e mangia e poi fa le parole crociate è stato battezzato.
Non vi dirò ancora come si chiama ma gli farò una fotografia, la pubblicherò, vi lascerò immaginare e poi alla fine l'incognito sarà nominato.


Glossario

scimunire: rincretinire


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