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Una storia di Rhoda

Il Ticchettio

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12 minuti

Pubblicato il 12 maggio 2019 in Horror

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Il ticchettio proveniente dall’altra parte era incessante.

Persistente, tenace, segnava il tempo con cadenza ritmica, ricadendo sul suolo e vibrando attraverso le pareti.

Dall’altro lato di una porta chiusa.

L’uomo che ascoltava il ticchettio, avviluppato in tutta la sua forma tronfia e larga in vesti rosse e dorate, prestava attenzione, curioso.

L’orecchio morbidamente accostato alla superficie in legno gonfia e porosa della porta.

Avvertiva quel pungolare di secondi, di minuti, strabordare e rimbombare dentro di sé.

Un conto alla rovescia infinito.

«Voglio aprire questa porta», si disse. Deciso, si guardò attorno. Solo allora si accorse di non sapere dove fosse.

Le pareti erano in pietra, e l’umidità trasudava attraverso le tossiche fessure annerite. In basso, nell’angolo a destra, scorse la sagoma rigida di una brandina.

«Dove mi trovo?», si chiese, con circospezione e vago terrore. L’unica fonte di luce, fioca e per questo irreale, era un lucernario dalla ristretta forma quadrata di una scatola per scarpe, attraversato in lunghezza e larghezza da perni di ferro, ben saldati gli uni agli altri.

«Sono in una prigione!» attonito, constatò.

Una meraviglia macabra lo percosse. Una meraviglia pesante, che gravava ora su tutta la stanza. Scendeva, bassa, come nebbia ne risucchiava l’aria, e la risputava – masticata e maciullata – pregna di veleno, irrespirabile.

«Eppure...»

Eppure, se solo fosse riuscito a combattere il terrore incalzante, avrebbe notato che lo scenario alla sua destra mostrava una versione diversa, di stanza traslata, trasformata.

Non osava distogliere lo sguardo dalla brandina, l’uomo, e non poteva perdonarsi, poiché la coda dell’occhio, quel minuscolo dettaglio di guizzo impercettibile, continuava a sfuggirgli.

Lasciami guardare più in là, sembrava parlasse, odiosa.

Lasciami guardare. Guarda anche tu, non è forse familiare? Non sono forse familiari, i muri freddi rivestiti da parati blu e oro? Non è forse estremamente familiare il disegno di uccelli in volo e viti che si intrecciano sul soffitto a volta?

E quelle candele consumate, ridotte fino alla base dello stoppino, ai lati del letto a baldacchino gonfiato da fodere e coperte rosso cremisi.

Il camino dalla bocca ingorda, fagocitante e spenta.

Non sono forse cose familiari?

Ed è familiare, riconosci il riflesso del tuo volto floscio sullo specchio, le sue mostruosità, le folte sopracciglia unite al centro; gli occhi piccoli e ravvicinati, due buchi neri al centro di una maschera esangue; il naso importante; e le labbra grosse, che si sporgono in avanti come la caricatura di una scimmia, così grosse da risultare sgradevoli; la dentatura giallastra ed enorme.

È il tuo riflesso, diceva ora beffarda, infida, ammira, accetta l’orrore implicito della tua cagionevole fisicità.

Non osava voltarsi, lui. Non osava osservare e riconoscere le deformità della vita che, atroci e insensibili, si curvavano sul suo volto, che copiose si riversavano sul viso stanco, macchiato dai nei della vecchiaia.

Passato, miserabile.

Non guardava. Isolato, contratto, concentrato sul ticchettio.

«Devo aprire questa porta», ripeté tra sé, più duro.

«Devo capire, voglio vedere il ticchettio!»

Udì uno sferragliare di carrozze e ruote provenire da sopra la testa raggrinzita e calva; ne susseguì uno scalpiccio convulso, frenetico, di tacchi che battevano contro l’asfalto primordiale e grezzo; di ampie gonne e sottovesti fruscianti che sbatacchiavano; di risolini acuti.

«Sono in una prigione», affermò, legando le parole le une alle altre, le usò come zavorra, come appiglio alla realtà. «Sono in prigione, mi trovo al di sotto della città, nelle sue viscere, mi contorco nelle budella malfamate e putrescenti, sono sotto e cado. Mi è già successo. Sguazzo nella feccia, la disturbo con colpi secchi, la insulto e lei insulta me. Mi sbeffeggia, mi deride e mi percuote. Mi sporca, volgare e fetida. E non posso, non voglio guardare alla mia sinistra.»

Di nuovo fu il guizzo. Ancora, si maledì.

No, non guarderò.

Puntò lo sguardo su… oh! Ecco, lì comparso dal nulla, proprio sulla porta – parto evanescente e nascita della stanza stessa – un piccolo batacchio di ottone, tenuto stretto, stritolato tra le fauci di una bocca leonina, di ottone anch’essa, e lucida.

Prima non c’era!

L’omino che lo fissava da dentro quel bottoncino lustrato, possedeva la sua stessa espressione, i lineamenti erano i suoi, ripugnanti e cadenti.

«Sono un orrore», disse, «pura vacuità. Non voglio guardarmi, non voglio guardare.»

Afferrò il batacchio con forza bruta, lo strattonò, strappò via l’immagine riflessa di se stesso, incartapecorito e malconcio.

Poi, rifletté: «Potrei utilizzare il batacchio per aprire la porta!»

Allungò le vesti sui fianchi, vanesio. Sorrise di un sorriso storto, quasi trionfante.

Agguantò l’anello luccicante, lo carezzò lungo tutto l’ondulata simmetria, fredda al tatto. Sfidò il leone dorato, sondando con i polpastrelli l’apertura delle fauci, gli occhi, la criniera.

Tirò prima verso se stesso, e poi, con uno strattone, spinse in avanti.

La porta non si aprì.

Riprovò una seconda volta. E una terza. E una quarta.

Fallì miseramente; e miseramente, si arrese.

«Mi serve una chiave!»

Potresti cercare la chiave lì, nel posto in cui non vuoi guardare! Sotto il materasso, tra le assi di legno del pavimento, nel camino!

Squarcia la carta da parati, e addentrati!

Cerca la chiave!

Entra, cerca, guarda.

Guardami.

Fu il guizzo disonesto, il sinistro movimento della coda dell’occhio, quello scattare di nervi e vene e capillari, a dirlo.

L’uomo si aggrappò alla ragione, tenne a bada il guizzo, e ancora una volta sorpreso dal vociare sopra la sua testa - “quelle donne non fanno altro che ridacchiare e bisbigliare, che oche!” - tastò ed osservò ogni centimetro della stanza di destra.

Perchè quella di sinistra era proibita.

Alla ricerca della chiave, alzò quindi la brandina, con le dita rovistò tra le sue doghe arrugginite, sotto il materasso - che squarciò con la sola forza delle mani; con le unghie scavò dentro le fessure dei muri, soffocando colpi di tosse ad ogni pezzo di muffa nera che scrostava via.

Non vi era nulla.

Si spogliò allora delle sue vesti, il corpo cadente e nudo cercava la chiave tra le pieghe della stoffa, nelle tasche interne.

Non vi era nulla.

Il ticchettio si accaniva, non si arrendeva, più intenso scuoteva le pareti con forza titanica. Ad ogni rintocco, i nervi dell’uomo compievano un balzo, il tempo diventava tiranno e dittatore, acuminava e affilava la punta di quel guizzo disonesto.

Rivestiti, urlò il guizzo, sei uno scempio! La chiave si trova nel punto proibito, dove non osi guardare! Scempio!

«Il ticchettio. Il ticchettio. Il ticchettio. Voglio vedere, voglio sentire. Voglio aprire questa porta! »

Il martellare ritmico divenne pugno solido contro la porta.

Era ora dappertutto, e colava sui muri, attraverso le fessure.

Trasformato in deforme ossessione.

L’uomo percepiva il pulsare di quell’ossessione, e il battito della foga, dentro il proprio corpo. Partiva dai piedi, lungo tutto la spina dorsale, si curvava in brividi di eccitazione sulla parte posteriore del collo, saliva su per la nuca, con giri veloci e concentrici rivestiva l’uomo di morbosa curiosità.

Scorreva nelle vene, ed esplodeva prorompente sui tessuti tesi dei muscoli, fin dentro la gola, passando per la lingua secca, giù dritta fino allo stomaco, pungolando il ventre ed il sesso e da lì scendeva fremente, tra le cosce e sui polpacci.

L’uomo guardò in alto, già non più scorgendo la grata, dimenticando il guizzo, la cella, la brandina, la stanza proibita che – si percepiva distintamente – dilatava i propri confini, luminosa, si gonfiava e respirava vogliosa e languida di richiami, di suppliche.

L’unica verità, la realtà assoluta era il ticchettio.

Il capo dell’uomo vorticò, preda di spasmi e capogiri violenti, le labbra si ritrassero, spaccate agli angoli, e si distesero senza forma in un sorriso animalesco.

Ancora una volta, fu la soddisfazione.

Più veloce, sempre più veloce girava la testa, caricando una molla invisibile, che scattò non appena l’uomo scagliò tutta quell’ostinata forza contro la porta.

La colpì con la fronte, pazzo e felice.

«SONO IO LA CHIAVE!» gridò, folle.

Ricaricò la molla ancora e ancora, e si fece forza. Un altro colpo vibrato, a fendere l’aria.

«SONO IO LA CHIAVE! POSSO VEDERE! E SENTIRE!»

Ad ogni colpo secco, - e in assenza di un ragionevole dolore, nonostante la fronte macchiata di sangue e liquido marrone imputridito, secreto dalla porta stessa – la serratura scattava, i cardini cedevano di qualche millimetro, sempre di più.

«Il ticchettio. Il ticchettio. Il ticchettio.»

Nudo e insanguinato, folle e trionfante, continuò. Il desiderio di vedere da dove provenisse quel suono, di evadere da una cella che non raccontava la storia della sua condanna, né mostrava i segni della colpa, ma che – con il batacchio – aveva rivelato la crudezza della sua vecchiaia – una prigione muta e sorda, quella – si mischiavano in un grumo di fissazione nociva, nel quale il guizzo riusciva ancora a rimestare l’ostica rabbia.

Sei un folle, apri gli occhi! Aprili! Guarda alla tua sinistra! Svegliati!

«Non ti ascolterò: guarda il cardine!»

Ancora un colpo.

Il cardine della porta, la serratura vuota accanto al batacchio, accanto al leone, stavano cedendo.

L’uomo arretrò di qualche passo, senza smettere di sorridere, pulì dal viso tracce di sangue e sporcizia.

Scalciò con movimenti da toro imbizzarrito, le spalle a toccare il muro dietro di sé.

Che fai? urlò il guizzo.

«Guardami» rispose l’uomo.

Corse, a fronte protesa, gettandosi contro il batacchio, contro il leone e la sua criniera, contro la porta.

Atterrò dall’altra parte, la testa leonina lo fissava statica dalle gambe, poggiata sul sesso nudo.

Rise a gran voce, l’uomo, felice e dimentico dell’orrore della fronte ferita, aperta, lacerata, del sangue che scorreva lungo la linea del naso, che aveva imbrattato le sue guance, le sopracciglia, il collo.

Lo stesso sangue ora visibile, alla luce di un corridoio stretto – il corridoio dell’altra parte – anche sulla porta, sul batacchio, sul leone e la sua criniera.

Rise a gran voce, l’uomo.

Il ticchettio rise di lui.

In fondo al corridoio, l’uomo scorse il biancore di una sagoma.

L’ondata di follia, e l’adrenalina che gli aveva impedito di avvertire il dolore, adesso erano svaniti.

Il guizzo era svanito.

L’avevano lasciato svuotato ed eviscerato, con una vaga sensazione di smarrimento.

La realizzazione finale degli atti isterici che aveva compiuto, collassava ed esausta, esaurita, si posava sulla sua coscienza.

Con movimento incerto costatogli una forza immane, l’uomo si rimise in piedi.

Barcollò, si tenne la fronte e cadde in ginocchio due volte, prima di raggiungere la coppetta argentata di un portacandele affisso al muro.

L’afferrò, con mani tremanti, e alla luce del candeliere, si inoltrò.

Il corridoio era stretto e spoglio, e si allungava infinitamente davanti ai suoi occhi increduli.

Il ticchettio continuava, le onde sonore viaggiavano con velocità eccessiva, lo raggiungevano alte e distorte, senza la violenza che fino a quel momento l’aveva reso schiavo e succube.

Gli sembrò di camminare per un tempo infinito, la sagoma che fissava e che intendeva raggiungere, ora appariva e spariva, miraggio di mera esistenza.

Da lì, proveniva il ticchettio. Passo dopo passo, si amplificava di volume e intensità.

Quando finalmente raggiunse la sagoma, stremato, e con il sangue rappreso in grumi cicatrizzanti, fissò il portacandele al muro.

Si inginocchiò, ed inorridì di puro terrore quando si accorse che…

«No, non è possibile!»

Il corpo glabro e gonfio ai suoi piedi – livido, putrescente, chiazzato da nei caratteristici dell’età avanzata, con un ghigno folle dipinto sul viso – gli apparteneva.

Era suo, ed era sua la follia dipinta sul volto, contratto in una maschera di dolore e macabro stupore; erano suoi gli occhi piccoli e ravvicinati, le sopracciglia unite.

Era lui.

Ed era morto.

Il dettaglio più doloroso, però, quello che maggiormente lo terrificava – ancora e ancora, imperterrito e duro – era il ticchettio.

Proveniva da quella bocca orridamente spalancata, da dentro la gola e sbucava, sbuffava in fiotti di vapori di morte attraverso i denti storti e marciti. Originato da viscere putride, frutto del tempo andato e perduto, cadente, proprio come lui.

Urlò, l’uomo, la voce strozzata – grido da rapace – le mani strette attorno alla gola, a bloccare un conato che violento risaliva.

Barcollò di nuovo e corse via, i passi frenetici, stimolati e resi goffi

dalla paura.

Corse via, senza mai voltarsi, verso l’origine della sua pazzia. Non più assecondando il ticchettio – adesso che ne aveva scoperto l’alcova, il nido macabro in cui ristagnava, il ticchettio stesso sembrò cessare di colpo – aveva virato le sue attenzioni e le sue fissazioni sulla cella e sulla stanza proibita.

Superò e scavalcò la porta scardinata, il suo batacchio, la testa di leone e la sua criniera; a grandi balzi raggiunse la brandina, dove si accovacciò, tremò, sudò.

Le mani artigliate, i palmi e le nocche bianche per la presa salda che esercitavano sul resto del corpo.

Su ogni altra parte del corpo.

Giorno e notte si rincorrevano senza sosta e senza nesso logico, da sopra i perni metallici, da sopra la gratella.

Ancora una volta, e per l’ultima volta, parlò il guizzo.

Adesso puoi guardare. Non temere più il terrore: quello che c’è dall’altro lato, da questo lato, è infinitamente più dolce.

Guarda.

Guardami.

L’uomo guardò. Si voltò, piano, quasi a temere un distaccamento della testa e del collo dal resto del corpo, in direzione della stanza proibita.

Il letto a baldacchino con le federe rosse; la carta da parati blu e oro; le viti e gli uccellini.

Era tutto lì, nella sua camera da letto.

Lì ritornò, seguendo le tracce fantasma della propria abitudine, del conforto e della familiarità.

Di colpo, si risvegliò.

Il giorno seguì la notte, con ordine preciso e razionale.

Molti, molti anni più tardi, qualcuno avrebbe definito e descritto quello strano fenomeno di chiarezza durante il sonno, di vivida consapevolezza, dandogli il nome di sogno lucido.

Diramazione distorta della realtà, nel quale è possibile controllare la propria volontà; sovrapposizioni di immagini e suoni innaturali; rivelazioni di paure illogiche, narrate dallo spettro di una coscienza latente, che si allontana.

Il guizzo.

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