scrivi

Una storia di stainless

Questa storia è presente nel magazine Una donna racconta donne

Ritratti di donne

Regina

65 visualizzazioni

7 minuti

Pubblicato il 21 novembre 2020 in Altro

Tags: #regina #brusii #scoppiettio #rosa #vestito

0




Un viso alla finestra rivolta al cancello d'entrata sbircia da una tendina
scostata, occhi grigi smarriti dietro occhiali leggermente oscurati; un
movimento lento in un attimo breve.

Regina.

Abita in un gruppo di case isolate un po' fuori il paese. Ogni mattina
si aggrappa a vecchi lavori ed antiche abitudini: alzarsi troppo
presto per riordinare ciò che ha già un posto dalla sera precedente, pulire
un pavimento che nessuno ha calpestato, spolverare mobili su cui niente si è
posato attraverso tapparelle serrate a precludere depositi.
Regina si stanca facilmente; a mezzogiorno si concede una ragione per
sedersi e decide di preparare una minestrina, stracchino morbido, una mezza
michetta, cicoria cotta. Da giorni ha problemi con i denti: una spiacevole
reazione al caldo e al freddo, un dolore sottile che risale alla tempia
destra e discende fin sotto la mascella.
Regina deve tenere il volume del televisore un po' alto perché possa
riuscire a sentire un telegiornale ma non vuole portare apparecchi acustici.
Le provocano continui brusii che la infastidiscono, la spaventano, a volte,
ricordandole le voci delle notti.
Il pomeriggio è più lungo da passare: si appisola sulla poltrona; ma è solo
un attimo, la pubblicità la fa sobbalzare e si ritrova con occhi sbarrati ad
osservare movimenti per lei troppo veloci, mimati in insensate cornici di
racconti bloccati. Quasi subito prende il lavoro a maglia. Le è sempre più
difficile districarsi tra gomitoli recuperati per confezionare un golfino
jacquard.
"Chi lo metterà, poi?", si trova adesso a pensare, mentre è intenta a
tracciare un'improbabile nuvola gialla in un cielo azzurro polvere.
Regina si alza e si avvicina alla finestra. Forse Marcella la verrà a
trovare. Ma non ci sono auto davanti al cancello. "Vado a riassettare
le mie cose in cantina”, decide
Le sue cose sono vecchi vestiti di persone di famiglia, diligentemente
accantonati e custoditi da anni in comò ed armadi che le sono venuti dalla
casa paterna." Lasciate lì per troppo tempo le stoffe si rovinano; il cotone
ingiallisce, il lino s'intaglia, la lana si tarma", ripete a se stessa
mentre scende le scale un po' buie guardando con attenzione ogni gradino e
facendo scivolare la mano sulla ringhiera.
Regina vuol credere che un giorno qualcuno li indosserà ancora: "C'è tanta
gente che non ha da vestirsi, almeno quelli di Maria Carla di sicuro
serviranno."

Maria Carla, la sua unica figlia, era uscita con gli amici una domenica in
un pomeriggio d'agosto di trent'anni anni prima, per andare a mangiare un
gelato al lago e non era più tornata a casa.
Le aveva portato l'ultimo vestito da indossare. "Era giovane Maria Carla."


Tutto il rosa della sua vita in tre abiti che la madre periodicamente
rinfresca: popeline di cotone, il primo. Punto smoking sul busto a far
fiorire da una vestina arricciata due cosciotti robusti e, sopra il colletto
di piqué bianco, un viso tondo in cui due occhi birichini sorridevano
allegri. Rosa confetto. Aveva quattro anni.
Canapa, trama evidente, il secondo. Redingote stretta in vita a seguire il
percorso dal seno al polpaccio. Lo scollo a V a rivelare gote paffute,
pomelli sporgenti; occhi vivaci lasciavano trasparire lampi irrequieti. Al
di sotto, snelle, lunghe gambe nervose parzialmente celate. Rosa fiore di
pesco. Aveva 18 anni.
Raso di seta, il terzo, princesse in lungo a dar risalto alla figura, dal
collo alla punta dei piedi. Al di sopra gote affilate, zigomi scolpiti;
occhi evidenziati si concedevano sguardi furbetti intercettando occhiate
ammiccanti. Sotto la gonna, gambe imprigionate nei sottili intrecci di
cordoncini dorati di un paio di sandali e innocentemente mostrate da spacchi
laterali. Rosa fucsia in un turbinio optical che sfumava nel bronzo. Aveva
22 anni.


"Com'era bella Maria Carla!
Se non avesse lasciato guidare quel Roberto, se l'avessero aiutata ad uscire
dalla macchina, se i pompieri fossero arrivati prima, se l'autoambulanza
fosse stata chiamata subito, se l'ospedale fosse
stato pi vicino, se il traffico.,. se i medici.., adesso poteva essere
qui. Sì, certo, non con me, si sarebbe senz'altro sposata!, sarebbe stata
con la sua di famiglia con un marito, con i suoi figli. Se avesse avuto una
figlia, l'avrei aiutata io a tirarla grande; poteva stare da me qualche
volta la mia nipotina. Le avrei recitato le filastrocche che piacevano tanto
a sua madre, raccontato le fiabe per farla dormire, l'avrei accompagnata
all'asilo, a scuola. Anche i vestiti glieli potevo cucire io, e ricamarli e.; sono tanto
belle queste stoffe! E.,,"
Regina segue il filo dei suoi pensieri quando toglie macchie di cassettone
dai cotoni e lava sapientemente a mano in acqua appena tiepida le lane e
le sete che lei strizza con cura in una spugna consunta per adagiarle, poi,
su un tavolo ad asciugare al riparo dal sole.


Regina, passi brevi ed incerti, un'occhiata al cancello d'entrata, testa
chinata tesa ad individuare possibili buche sul percorso per raggiungere
l'ombrello del salice piangente, laggiù, in fondo al giardino.


"E Maria Carla mi sarebbe venuta a trovare, il pomeriggio e forse anche di
sera, e avremmo potuto qualche volta anche uscire, andare in paese a far
compere insieme. Lei, Giovannina ed io. Giovannina si sarebbe chiamata sua
figlia, l'aveva sempre detto che le avrebbe dato il nome del padre. Magari saremmo andate anche a Milano. Avremmo camminato tranquille tenendoci sottobraccio e ci
saremmo fermate in Galleria a bere un caffè; le avrei accompagnate alla
Rinascente. La mia piccolina aveva paura a salire sulle scale mobili ma le
piacevano tanto le bambole e se dicevo "svelta, Nenele ti aspetta più in
su", mi guardava stupita, Sapeva che Nenele non c'era, era a casa nella sua
cameretta. Però, forse Nenele. o un'altra bambolina, un'altra, forse
sì...davvero qualcuna lassù l'attendeva. Allora allungava la mano per
farsela afferrare e. via. E poi saremmo tornate quando volevamo senza
preoccuparci degli orari dei treni e di quelli delle corriere. Maria
Giovanna sapeva guidare, aveva la macchina. Se quel pomeriggio le avessi
impedito di uscire! Se non avessi ceduto al suo "ma dai, mammetta. Solo due
ore. Mi rilasso anche un po', ho la testa come un pallone. Torno per cena".
Se ci fosse stato anche suo padre ad aiutarmi, se in due le avessimo detto
"no", Se."


Regina si smarrisce nel groviglio di congetture e ricordi, si avvolge in
intrecci di desideri sperati che la schiacciano tra le spire di un passato
inventato, ostacolando il possibile mondo a lei circostante. Ogni giorno di
più.


E farsi sorprendere dal buio della sera la terrorizza.


Regina, andatura affrettata e malferma a conquistare, una mano stretta
nell'altra, i gradini della scala che porta in cucina.


Quando rientra in casa controlla che le serrande siano tutte ben sbarrate e
che abbiano il fermo di sicurezza, che la porta della cantina sia chiusa a
chiave, e anche quella dell'ingresso principale e quella della cucina. Più
volte. Non traspare mai luce, la sera, dalla casa di Regina.
Accende la lampadina blu della notte quando va a letto.
- Mi fa compagnia, aveva confessato a Marcella, ho paura da sola.

-Ma perché non pensa a trasferirsi alla Villa?, aveva suggerito Marcella. Là starà con la gente. È un bel posto, è in paese, potrà uscire se e quando vorrà e
tornare a casa nel pomeriggio

-Ci penserò, aveva mentito Regina.
Era convinta che Marcella fosse, sì, una brava ragazza ma, non capiva. Lei,
come gli altri. Con chi, con che cosa si sarebbe spostata da là a casa sua?
Era da sola lei. E poi in quella villa, con tutti quei vecchi.

-Ma non subito-, aveva aggiunto - quando proprio non ce la farò più.

-Però lei ha paura! Perché non chiede che le venga concessa un'assistente notturna? Ce ne sono tante di serie, aveva insistito Marcella che voleva bene alla signora
Regina ed ogni tanto andava a farle un saluto.
- Non ancora, Marcella, non ancora. Non preoccuparti, dormo quasi tutta la
notte, aveva detto Regina.

Però non aveva raccontato che, se un Tavor non le bastava, ne prendeva due o tre e, qualche volta, aggiungeva 20 gocce di quel flaconcino-emergenza che non sapeva bene cosa contenesse ma che la faceva finalmente assopire.

"Il medico, crede sia inutile spiegarmi le cose. Se Maria Carla fosse qui! Le mancava un esame, la tesi ed era dottore, la prima donna laureata della famiglia, un dottore medico, se ci fosse."
Se.


Regina continua a smarrirsi nel groviglio di congetture e ricordi,
ad avvolgersi in intrecci di desideri sperati che la schiacciano tra le spire
di un passato compiuto: sente uno schianto e voci indistinte, poi un "non ce
la faccio, non riesco, non si apre, è bloccata", uno scoppio, il crepitio delle fiamme,
e fischi, sirene, un sibilo acuto tra lamiere roventi e poi ancora rumori,
brevi e secchi, fitti e insistenti. Ogni notte.


E la mattina un viso alla finestra rivolta al cancello d'entrata sbircia
dalla tendina accostata.



Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×