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Una storia di AlessandroCiviero

Una tonalità più bianca del pallido

capodanno

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7 minuti

Pubblicato il 04 gennaio 2020 in Storie d’amore

Tags: #capodanno #criptico #narrativa #abbandono #tradimento

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Ignorammo le luci del Fandango: presto si confusero con quelle della strada e dei botti di Capodanno, che non erano ancora finiti, quando ci mettemmo in macchina. Per fortuna guidava lei; io invece fluttuavo, la testa mi girava come un carrello della spesa il giorno dei saldi. Sentivo una specie di mal di mare, ed una folla in testa che insisteva a chiedere il bis.

C’erano poche automobili in giro, o almeno così mi sembrava. Forse perché tutti stavano ancora festeggiando, sparando i botti dalle terrazze delle case. Alle finestre degli appartamenti, fontanelle di luce brillavano qua e là, piovendo sui marciapiedi vuoti, rischiarando la notte nuvolosa: il vento avrebbe portato tempesta.

Ero come una nave alla deriva, in balìa di un mare grosso, ed il timoniere se n’era andato. Guardai dalla sua parte, mentre guidava; lei che era stata per tanto tempo il timoniere della mia vita e, ad essere sincero, mi aveva pur salvato da qualche naufragio. Lei che guidava la macchina e forse mi stava dicendo qualcosa, accompagnando il suo discorso, come canto di sirena, con dei gesti che però non ero capace di decifrare, in parole, opere, ed omissioni. Soprattutto omissioni, perché non riuscivo a seguire la rotta del ragionamento e del gesticolo.


Non ricordo quanto è durato il viaggio, inteso dalla mia testa come una traversata in un mare convulso di onde, sballottamenti, scarrocci a babordo. Per fortuna era lei che guidava, anche se per me era muta, mentre la sua bocca si muoveva e le labbra mimavano un’allocuzione che certamente avrei apprezzato, in altri momenti. Questo non lo saprò mai.

Ad un certo punto, la nostra piccola nave trovò approdo in un parcheggio strapieno, e il mio capitano mi aiutò a scendere. Io le sorrisi, anche lei mi sorrise e mi prese a braccetto, quasi volesse sorreggermi, e non l’avesse mai fatto prima d’ora. Mi chiesi piuttosto se anche lei avesse sentito il bisogno di essere sorretta, e non per i bei tacchi a spillo che indossava (gambe dritte, affusolate, avvolte in nero pece di seta; abitino attillato accompagnato da caldo pellicciotto sintetico anche in lunghezza), ma per le cose serie e infelici che mi riservava.

Non ricordo come si chiamasse il locale in cui entrammo, ma so che considerai tra me il fatto che avremmo potuto rimanere al Fandango. C’era dunque qualcosa che mi sfuggiva, in quel mare confuso in cui annegava la mia mente?

Ricordo il rumore, questo sì, con disordinata chiarezza. All’ingresso solo un ronzio, che poi si sviluppava in forte brusio, e sarebbe presto giunto al culmine di un immane martellare di casse intenzionate a scoperchiare il soffitto e anche spazzare via le confuse idee che credevo di avere in testa. Era evidente che nella calca non ci fosse posto, ma lei mi condusse ad un tavolo, dove c’era già della gente. Io tentai a disapprovare, a farle intendere che forse non era il caso… che era meglio di no… che probabilmente ce ne dovevamo andare…

Ordinammo da bere. Quando il cameriere portò le consumazioni su un vassoio, con qualità di provetto equilibrista e contorsionista, nuotando in un mare di arti, teste e busti, camicie sudate e minigonne lustrinate, volti stupiti di cotanta allegrezza, non riuscimmo a rimanere immuni dall’abbondanza. Un'abbondanza di esagerazioni, come conviene quando c’è da festeggiare un anno funesto che finalmente si toglie dai piedi e ci si masturba la mente con le idee più squisite per l’anno nuovo, foriero di speranze, fortune e desii, senza accorgersi che nel frattempo quello è già arrivato.

Il tavolo, un’isola circondata di squali in festante baccanale, era abitato da facce che avevo già visto, né ero certo, ma a cui non sarei riuscito a collegare nomi, situazioni o località visitate negli anni trascorsi, come quello appena concluso. Mi limitavo ad annuire come scimpanzé poco incline ad imparare la lezione per procurarsi la banana-premio e sorridere come orango intelligente, che sa bene ingraziarsi l’addestratore.

Una coppia, ammiccante d’intesa, tintinnava flute di spumante con la mia lei. La ragazza era bruna, poco alta, di capelli innaturalmente neri, la pelle anch’essa scura, come levigata da pietra lavica; forse aveva un piercing al sopracciglio, sicuramente bistro agli occhi, scuri scuri, come la notte. Quando sorrideva, una fila di denti bianchi risaltava sulle labbra, brune anche quelle. Alzando il bicchiere per bere le bollicine, gonfiava il petto, già ben sottolineato dal bustino di similpelle che indossava, con scollatura a balconcino e sottili bretelle a reggere precariamente il tutto. Stava assieme ad un ragazzone dal collo lungo, viso spigoloso, barbeggiato a cespugli radi, naso a becco, occhi spiritati, con pupille a capocchia di spillo e arcata sopraccigliare folta, come folti erano i boccoli rasta raccolti da un elasticone nero non tanto pulito. Beveva birra da una pinta, a differenza di tutti gli altri. La mia lei scherzava e rideva con loro, molto in confidenza, molto più di me.

Al “nostro” tavolo c’era anche un altro giovanotto, che adesso era distratto salutando, bevendo, conversando, festeggiando, armeggiando, baciando, augurando e chissà quanti gerundi ancora, con gli squali che incrociavano sottocosta. Era un bel tipo, lo ammetto, certamente migliore del nostro ospite rasta. Aveva un viso affascinante, ben regolato sia d’incarnato che di rasatura, costruito su zigomi lisci, accompagnato da mento risoluto, bocca ammiccante, sguardo di lunga prospettiva, anche se di un azzurro molle, acquoso. Sopra le spalle larghe, che erano il lato superiore del triangolo che formava il busto, indossava una giubba vintage da aviatore USAF, con tanto di collo in lana di montone e targhetta con il nome: G. Miller.

Un uomo decisamente “nell’umore”, che ci teneva essere al centro della considerazione di tutti, ma che era particolarmente nelle attenzioni della mia ragazza. Lo notai dopo, ovviamente. Non so bene quando giunse questo “dopo”, e se me ne resi conto al momento.

Nonostante la musica assordante, l’aviatore della conversazione, coinvolse noi del suo tavolo ed altri pellegrini giunti casualmente dal rutilante festeggio del nuovo anno, in una sorta di parabola postmoderna, di cui capii poco, per i già conclamati motivi che, a mio detrimento, mi avevano condotto fino a lì. Il fondo del barile.

E fu così, più tardi, mentre il Miller raccontava la sua storia, che il volto di lei, dapprima solo spettrale, schiarì in una tonalità più bianca del pallido.

«Non c’è motivo, lo vedi da solo come stanno le cose!» Mi disse lei, quando un’alba triste ed irrisolta ci accompagnava verso casa. Anzi, credo che mi stesse conducendo verso un rifugio di cui avevo impellente bisogno, testimone ammutolito di una tempesta che, alla fine, era giunta a sconquassare le granitiche certezze di un marinaio sulla costa, in attesa dell’onda buona per salpare.

Io vagavo, cercando di non scoprire le mie carte, con attonito sguardo di un giocatore di poker che sa benissimo di non avere una buona mano, ma che non potrà sottrarsi più a lungo di così per tentare l’”all in”, il tutto per tutto. Ciò che era perso era perso, e questa era la sola cosa che un barlume di lucidità aveva fatto filtrare nei meandri ancora obnubilati della ragione.

Io non volevo che lei fosse una delle sedici vergini vestali in partenza per altri lidi, ma sapevo che quello era tutto ciò che mi sarei potuto e dovuto aspettare da chi avevo ancora al mio fianco. Il focolare era spento.

La strada scorreva lentamente fuori dal finestrino e il chiarore dell’anno appena iniziato inscriveva contorni di palazzi e di case contro un cielo sempre più chiaro, sempre meno impregnato di notte e sempre più gravido di giorni a venire (di una tonalità più bianca del pallido). I fari dei lampioni cominciavano a spegnersi, il verde cupo degli alberi del parco vicino alla rotonda che immetteva nel viale di casa era diventato a mano a mano più brillante e le strade erano vuote, orfane di una festa che aveva lasciato per terra solamente carte stracce e rimasugli di fuochi artificiali, trovati e perduti in un rumoroso istante.

Quali e quanti altri giorni si sarebbero frapposti fra la sua decisione di un secco addio e la mia mesta speranza, più preghiera che persuasione, che le facesse cambiare idea o le concedesse il tempo di migliorare? Cosa potevo saperne del fatto che magari questo percorso lei l’avesse già compiuto e che fosse giunto alla meta proprio come il vecchio anno che c’eravamo lasciati alle spalle? Non c’era motivo, questo l’aveva detto anche lei. E per me sarebbe stato lo stesso vedere e non vedere, sentire e non sentire, capire e non capire, come se avere gli occhi spalancati o sbarrati, fosse stato del tutto indifferente.

E fu così, più tardi, mentre il mugnaio (miller) raccontava la sua storia, che il volto di lei, dapprima solo spettrale, schiarì in una tonalità più bianca del pallido.


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