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Una storia di Barbarella49

La ragazza del manicomio - 1 Parte

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8 minuti

Pubblicato il 19 settembre 2020 in Thriller/Noir

Tags: #Mente #Perdizione #Disagio #Psicothriller

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Uno, cinque, venti, settanta.

“Quanti giorni sono passati? Da quanto tempo mi trovo qui?”, si domandò tra sé e sé.

Ormai non faceva più caso all'alternanza del giorno con la notte. Che importanza poteva avere ormai. Aveva freddo, le sue membra erano ghiacciate. Brividi le scorrevano lungo il corpo. Non aveva più sensibilità ai piedi, le sembrava di avere al loro posto dei blocchi di ghiaccio. Stava raggomitolata su se stessa in un angolo del letto e cercava di dare una forma coerente ai suoi pensieri. L’odore rancido di urina le arrivava fino alle narici, provocandole un’ondata di nausea. Aveva indosso una camicia bianca di flanella, ecco perché sentiva tutto quel freddo.

“Ma dove mi trovo?”, si chiese.

La stanza era disadorna e piccola. Oltre al letto di ferro, sul quale sedeva, un piccolo armadio ed un comò completavano l’arredamento. I muri erano alti e su quello alla sua destra c’era una finestra grande con delle inferriate alte. Una goccia cadeva con la stessa cadenza di un metronomo dal soffitto ammuffito fino al pavimento, dove era stata prontamente collocata una bacinella che raccoglieva l’acqua. Aveva tanta sete, la bocca era inaridita, le sue labbra erano secche e crepe sottili vi si aprivano, lasciandole in bocca un gusto agrodolce di sangue. Non ricordava niente. Aveva tanta confusione in testa, le sembrava di essere un guscio vuoto, nell'attesa di essere colmato da qualcosa. Non sapeva cosa potesse essere quel qualcosa. La sua volontà era vacillante. Cercò di prestare attenzione ai rumori, che le giungevano. Ogni tanto avvertiva lamenti sommessi, una cantilena estenuante che le faceva accapponare la pelle. Doveva essere notte. La luce della luna filtrava dalla finestra, creando un raggio che si allungava sul pavimento. Si sentiva tanto triste e avvertiva un languore alla bocca dello stomaco, in parte dovuto anche alla fame. Non si ricordava quando aveva mangiato l’ultima volta, quando aveva potuto assaporare piatti prelibati che le stuzzicavano l’appetito. Dal gorgoglio dello stomaco non mangiava da molto. Forse questa era anche la causa della sua enorme debolezza. Si toccò la testa. I suoi capelli un tempo di un biondo luminoso, ora si erano opacizzati, avevano perso quel bagliore luccicante che li contraddistingueva. Erano visibilmente sporchi.

“ Da quanto tempo non mi lavo?”, si chiese sgomenta.

Aveva sempre odiato la sporcizia e adesso ce l'aveva addosso. Si faceva letteralmente schifo. Le unghie erano lunghe e nere, sulle gambe aveva delle croste purulente. Dal suo corpo si sprigionava un pessimo odore, che arrivando alle narici le provocava ondate di nausea. Le veniva da vomitare.

“Ma dove mi trovo? Che cos'è questo posto?”, continuava a rimuginare nella sua testa.

Non ce la faceva più.

Avrebbe gridato aiuto se soltanto fosse stata sicura che qualcuno l'avesse sentita.

“Chi sono io? Cosa ci faccio in questo luogo?”, ricominciava a chiedersi in un ciclo infinito di volte.

Più si sforzava di ricordare e capire e più la sua memoria faceva cilecca. C’era come un muro nella sua mente che non riusciva a valicare.

Un battere ritmico le giunse alle orecchie. Sembrava il rumore della pioggia. La pozza di luce della luna era scomparsa. Pioveva forte; l’acqua scrosciava, portava via tutto, anche i suoi pensieri, scorreva implacabile e quel ticchettio unito agli odori che si sprigionavano nell'aria riuscivano a calmare il suo animo turbato. All'improvviso un bagliore intenso illuminò tutta la stanza, seguito dal fragore di un tuono, che squarciò il silenzio della notte.

Rimase impietrita, in balia di un tremore inarrestabile, mentre frammenti di memoria le giungevano inaspettati a colmare quei vuoti che aveva in testa.

“Cosa ho fatto nei giorni precedenti?”, continuava a chiedersi con ansia crescente.

Ricordava soltanto di essere sempre sola e l'unica compagnia, se così si può chiamare, era rappresentata da un occhio, che dallo spioncino della porta, la osservava ad intervalli regolari.

Era inquietante quell'occhio grigio, dall'aspetto spettrale che la seguiva nei suoi movimenti. La fissava con una vacuità che la faceva rabbrividire e sembrava non appartenere a nessuna forma di vita conosciuta.

<<Aiuto!>> Pensò, ma nessuno la poteva sentire. C'era solo lui: l'occhio a ricordarle che perlomeno non era sola.

A farle compagnia c'erano anche ratti disgustosi: entravano da un buco vicino al battiscopa del suo letto. Lì era tutto ammuffito. La guardavano con quegli occhietti curiosi e famelici e poi se ne andavano, forse perché lì non c'era niente da mangiare.

Se fossero arrivati i ratti e si fossero arrampicati sul suo letto, mentre dormiva, avrebbero potuto mangiarla con quei loro dentini aguzzi, pensò, mentre il suo viso si contorceva in una smorfia di disgusto.

Rabbrividì dal terrore.

I lampi della notte squarciavano il buio della stanza, creavano figure mostruose alla finestra, che poi prontamente si dileguavano. Si mise a pregare.

Voleva che la notte passasse in fretta, almeno di giorno c'erano i rumori. Aveva la vaga sensazione che la clausura sarebbe finita presto ed avrebbe avuto le risposte che voleva. Eppure la sua testa era un guscio vuoto. Le ore della notte non passavano più. Doveva avere pazienza e aspettare che arrivasse qualcuno l'indomani.

Alla fine si addormentò.

Fu svegliata da un bussare concitato alla porta. Sempre lo stesso occhio che la guardava fisso. Aprirono la porta.

Una donna un po' corpulenta con un'uniforme bianca la squadrò da capo ai piedi. Aveva modi di fare molto spicci e sbrigativi.

Le ordinò senza tanti giri di parole di prendere le pasticche dopo colazione e le indicò che le aveva messe in un bicchiere sul suo comodino.

<<E' lei che mi fissa sempre tutte le sere?>>, pensò con quello sbigottimento tipico di chi non ricordando affatto, si aggrappa a qualsiasi cosa.

La guardò attentamente, ma non riconobbe in lei l'occhio grigio che la scrutava tutti i giorni.

"Allora mi trovo in un ospedale! Come ci sono arrivata e chi mi ha portata fino a qui?”, si domandò.

Non aveva intenzione di prendere quelle pasticche. Chissà di cosa si trattava, forse era droga. Il suo istinto le consigliava di non fidarsi di nessuno. Fece finta di ingoiarle con un sorso d'acqua, le nascose sotto la lingua e poi solo in seguito le sputo` nel water.

“Ma perché non ricordo niente? Cosa mi fanno in questo posto?”, si chiese di nuovo. Le

sembrava d'impazzire. Ansia, ansia, ansia… la sentiva salire dallo stomaco fino alla gola, dove formava un nodo.

Doveva assolutamente trovare un modo per sapere dove fosse, non ce la faceva più ad aspettare. Voleva spiegazioni. L'angoscia le bruciava la gola e le impediva di ragionare.

<<E se fingessi di sentirmi male?>>, pensò.

Poteva essere una soluzione provvisoria. Tanto non avrebbe avuto nulla da perdere. Al massimo non sarebbe cambiato nulla, ma tanto, peggio di così non poteva andare. Era devastata nel corpo e nella mente.

Si accasciò per terra e aspettò.

Dopo minuti che a lei parvero interminabili, arrivò l’infermiera di prima.

Vennero a prenderla e l’adagiarono su di una barella portandola in infermeria. Si trattava di una piccola stanza, in fondo al corridoio.

Aspettò con il cuore in gola che arrivasse qualcuno.

Entrò il dottore, un giovane uomo con il camice bianco.

Si accorse di tremare, brividi la scuotevano tutta. Nel suo sguardo allucinato si rispecchiavano le sue paure, i suoi timori.

Si sentì nuda di fronte a lui, sotto quello sguardo inquisitore.

Il medico aveva, però, un’espressione che la rassicurò.

“Non ce la faccio più, mi aiuti", implorò la ragazza perdendo ogni contegno e gettandosi ai piedi del dottore.

Il medico le porse la mano e con gentilezza la fece accomodare sulla sedia di fronte a lui.

Con attenzione osservò la giovane donna. Aveva un aspetto pietoso. Era denutrita, occhiaie scure ombreggiavano i suoi occhi che dovevano essere stati molto belli un tempo. Aveva un aspetto spettrale, il viso era di un pallore cadaverico, l’eccessiva magrezza denotava giorni e giorni di malnutrizione. Aveva anche delle ecchimosi, segno che opponeva resistenza all'intervento degli infermieri e delle ferite vistose con croste sulle ginocchia. Fu assalito da un senso di pietà, che ricacciò subito indietro. Non poteva lasciarsi coinvolgere. Per distogliersi da questi pensieri, iniziò a scartabellare in un cassetto.

Aveva delle mani lunghe e affusolate, pensò la ragazza, preoccupata di quello che il dottore le avrebbe detto.

“Allora cosa abbiamo qua?", disse il giovane medico, che tirò fuori una piccola cartella sgualcita ai lati.

Quindi iniziò a leggere ad alta voce:

“Perdita di memoria in seguito ad un trauma subito. Diagnosi: Schizofrenia. Paziente non collaborativa, con personalità aggressiva”. Qui il dottore smise di leggere e guardò la paziente da sopra gli occhiali tondi. Non poteva dirle il motivo del suo internamento. Ciò le avrebbe procurato uno shock ulteriore. La paziente non ricordava, ma era meglio non forzarne la memoria.

Riprese a leggere: "Si consiglia terapia con elettroshock, isolamento restrittivo sociale, trattamento con farmaci antipsicotici".

Il dottore ripensò alla sua esperienza lì; non era molto che si trovava in quella struttura. Il suo

metodo consisteva in un ascolto gentile delle pazienti e un venir loro incontro. Era contrario all'elettroshock che sapeva praticassero con assiduità e provava disgusto per ogni pratica che andava contro la dignità di una persona. Sapeva delle docce prolungate gelate, dell’insulinoterapia e dell’uso indiscriminato della camicia di forza.

Voleva far sì che la permanenza della giovane fosse il meno possibile dolorosa.

“Cosa avrebbe potuto fare per lei?”

Rifletté un attimo e poi disse ad alta voce, rivolto alla donna.
“Da oggi sospendo l’isolamento, così che potrai interagire con le altre persone che sono qui, ok?”

Lei accennò di sì con la testa.

Era contenta che qualcuno avesse preso a cuore la sua situazione.

Il colloquio era finito e lei venne riportata nella sua cella.

Continua...


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