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Una storia di BrunoMagnolfi

Questa storia è presente nel magazine Non da solo.

Orario di lavoro.

Compio i medesimi gesti

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3 minuti

Pubblicato il 18 novembre 2020 in Altro

Tags: #nondasolo

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Compio i medesimi gesti ogni giorno, e qualche volta, quando qualcosa non va esattamente come vorrei, mi sembra persino impossibile che questo accada proprio a me stesso, senza che possa oppormi ad un fatto del genere, tanto che in certi casi mi prende addirittura un tremito, quasi una febbre, che mi lascia spossato e impossibilitato, almeno per una certa porzione di tempo, ad occuparmi di qualcos’altro. Tremo all’idea che possa cadermi di mano un oggetto qualsiasi, ma se in più quello è anche fragile, impazzisco al pensiero che possa rompersi sul pavimento in mille pezzi. Per questo uso sempre la massima attenzione in ciò che devo fare, tralasciando tutto quello che per qualche motivo non risulta strettamente indispensabile.

Il momento migliore per me, specialmente nelle ore in cui sono in casa, è quando resto seduto senza fare assolutamente un bel niente, se non pensare alle mie cose, ed al massimo parlare da solo. Per questo appoggio sul tavolo lo specchio fedele, il mio fratello gemello, perché questo oggetto per me rappresenta tutto ciò che cerco dagli altri: un amico sincero che ascolta ciò che ho da dire, ed al massimo fa una debole smorfia sulla mia immagine riflessa, al momento in cui non si trova del tutto d’accordo con le parole che esprimo. La mia è una tecnica meravigliosa, quella per cui, qualsiasi cosa abbia in mente, passandola semplicemente al vaglio del mio piccolo specchio, riesco in questo semplice modo a comprenderne esattamente il valore e anche quanto possa essermi utile. E’ sufficiente per me guardare l’immagine, e l’espressione che vedo nella cornice mostra realmente quello che penso, e quindi evidenzia in un attimo la verità più completa.

Tra i corridoi degli uffici dove lavoro parlano sempre di calcio, e solo qualche volta di donne; io naturalmente non entro mai negli argomenti dei miei colleghi, mi limito a stare in silenzio davanti alle macchine automatiche per il caffè, e ad ascoltare senza troppa attenzione quello che dicono tutti. Mi tengono sempre da parte, forse perché non sono sposato, non ho una famiglia, e sanno che vivo da solo, e soltanto per questo immaginano che io sia abituato a non dire mai niente. Perciò mi lasciano stare, che poi è il risultato migliore che io possa ottenere da loro, visto che non ho interessi sportivi, e di donne fino a questo momento ne ho conosciute ben poche. Ci sono anche delle impiegate al mio piano di uffici, ma stanno quasi sempre per conto proprio in gruppi di due o tre, e non si fermano quasi mai a parlare con i colleghi maschili che sono certamente in numero maggiore. Non è facile far trascorrere bene tutto il tempo dell’orario di lavoro, ma in qualche modo sembra proprio che si possa riuscire anche in un’impresa del genere.

Ed è proprio seduto alla mia scrivania che i gesti consueti diventano per incanto dei veri e propri automatismi, quasi delle azioni riflesse condizionate da una casistica di possibilità decisamente ridotta. Aprire un cassetto, prendere la pratica a cui si sta lavorando, individuare sulla carta gli elementi che maggiormente interessano, tutte attività perfettamente codificate che portano l’individuo che lavora nella pubblica amministrazione ad una alienazione completa dalle sue attività. E’ normale, dicono gli altri, si tratta di prendere tempo, nessuno fa fretta, tanto vale rimandare quanto è possibile, e cercare di svagarsi ogni volta che se ne sente la necessità. Perciò ci sono altri gesti: andare in bagno, alle macchinette per il caffè, nella stanza di qualche collega; oppure girare per i corridoi con qualche foglio dentro una mano, concentrati su qualcosa che neppure esiste, ed aspettare in questa maniera che anche questa giornata lavorativa abbia termine.


Bruno Magnolfi


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