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Una storia di Arcanosenzanome

La Lontananza

Vista con gli occhi dell'ArcanoSenzaNome

139 visualizzazioni

4 minuti

Pubblicato il 28 aprile 2021 in Horror

Tags: #breve #horror #infernoparadiso #metafora #visioni

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Nel fetido averno, un’anima senza pace, contempla…


Il posto claustrofobico dove esisto ora, mi sta consumando: le giornate si ripetono in un loop schizofrenico, è popolato da paranoie invadenti ed esseri immondi.

La mia unica consolazione, in un posto così dissennato, sono le visioni: delle lucenti tenebre che affollano la mia intimità, creando un tripudio di sensi.

Ansante vado verso l’arca dorata e penso,


tu sei il mio anodino! Peccato che i tuoi effetti diano una forte dipendenza! Per non parlare, dei violenti effetti collaterali! Non mi interessa...non posso farne a meno!”.


La apro con riguardo, ormai, il contenuto è sdrucito dal tempo; la mia mente crea un ponte di Einstein-Rosen che mi catapulta in una dimensione dicotomica: l’estasi pervade il mio corpo.

Una splendente luna piena, illumina i loro volti caldi e sorridenti; se ne stanno tutti in fila sopra ad un monte, come se mi stessero aspettando. Provo ad avvicinarmi, una ventata di gioia fa vibrare la mia anima,


«sto arrivando! Aspettatemi!».


Più mi avvicino e più si allontanano,


«perché non posso raggiungervi!».


La luna si riempie di sangue, emettendo una forte luce rossa; i fausti volti si trasformano in scheletri immoti: mi fissano, sembra vogliano piangere, come se stessero trattenendo un forte tormento.

Una punta bianca avvelenata dalla sofferenza, mi trapassa il cuore. Il dolore è insopportabile, ma dura solo un secondo: vengo trascinato nel ventre dell’abisso più buio.


Voglio vederli, toccarli, sentirli! Cos’è questa sensazione che mi spinge a bramarli?”.


Un bosco baciato dal sole e dai vivaci colori violacei delle folte chiome, mi abbraccia calorosamente; cammino odorando i profumi emanati dalla meravigliosa natura: l’amore pervade il mio corpo.

Due sagome si abbracciano sotto ad un maestoso siliquastro, sembrano innamorati; con le mani mi fanno cenno di avvicinarmi, non esito: gli assecondo spinto da una forza magnetica.


«Un attimo! Dove state andando!».


Più mi avvicino e più si allontanano,


«voglio stare insieme a voi!».


Calano le tenebre: i siliquastri marciscono, le foglie viola si trasformano in perle nere, i tronchi perdono vita e si riempiono di velenose spine: un fitto bosco di jabilli mi circonda, mi sento come un evaso incastrato nel filo spinato.

Le due sagome si decompongono, sprigionando terribili fetori; si dissipano tra le tenebre spinate di quel bosco maledetto, sfumando nel nulla.

Una punta rossa avvelenata dalla malinconia mi trafigge il ventre; il dolore è lancinante, attraversa il mio corpo come un flash: vengo divorato dall’oscurità.


«Non scappate! Dove fuggite? Perché non posso stare con voi?».


Passeggio in riva al lago, una leggera brezza mi accarezza il viso; il cinguettio nell’aria mi culla, facendomi entrare in simbiosi con l’opera d’arte creata dalla natura: il paesaggio è fiabesco.

Un’ombra diafana sta pescando rilassata, in quel paradiso terrestre; si gira verso di me offrendomi una bevanda in bottiglia: spinto dalla sete di curiosità, accetto la gentile offerta.


«Dove stai andando? Vedi che l’acqua è fredda!».


Più mi avvicino e più si allontana,


«volevo solo passare del tempo con te!».


Una foschia gelida congela quel luogo fiabesco; cristalli di galaverna mi imprigionano: costringendomi a vedere l’ombra camminare con una corda in mano.

Non posso distogliere lo sguardo, l’ombra è lontana, ferma davanti ad un salice dalle fronde spoglie: lo sta contemplando, come se fosse l’ultima cosa che vede.

Sale sul salice, sta cercando qualcosa; vedo che sta legando la corda; un urlo demoniaco mi lacera i timpani: un corpo scheletrico penzola impiccato sul salice.

La nostalgia conquista il mio corpo, come un cancro nella sua fase terminale non mi permette vie d’uscita: la mia gioia espira, lasciando spazio all’oblio causato dalla nostalgia.


Basta è troppo per oggi! Meglio mettere via tutto! Domani tanto ci rivedremo sempre alla stessa ora!”


Un suono metallico mi penetra il cranio; una figura dagli aspetti mitologici si avvicina sbattendo una mazza chiodata su delle colonne di ferro: ha la testa di un’alce e il corpo di un maiale. Urla con prepotenza «l’inferno ha riaperto! È ora di soffrire dannate anime! Bruciate per la gioia dei nostri occhi!».


Ripongo con cura le foto nel raccoglitore, e richiudo il mio scrigno sacro; prima di ritornare a bruciare, un flebile pensiero mi accarezza l’anima “amore, sofferenza e nostalgia! Quante cose mi fa provare la lontananza!”.


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