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Una storia di Gmela

Natale Insanguinato

Orrore dopo il cenone

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24 minuti

Pubblicato il 19 dicembre 2018 in Humor

Tags: #Natale #bambini #thriller #giallo #ironico

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24 dicembre 20XX, ore 15:00


Il paese oggi sembra una vera e propria cartolina. È la vigilia di Natale, fa freddo e la neve cade copiosa sulle ripide e strette viuzze, i castani ormai spogli, le case in pietra e il vecchio campanile della chiesa di santa Michela. In una casetta ai limiti del bosco, tre bimbi guardano fuori.

«Uao, quanta neve!», fa Martina, trecce bionde e tutù rosa, dall’alto dei suoi cinque anni. «Non ne avevo mai vista così tanta! È bellissimo!»

«Andiamo fuori col bob, dai!», le fa eco Simona, sorella gemella, incisivo centrale destro appena cascato e maglietta di Frozen.

Alberto, orecchie a sventola e camicia a quadretti, si fa avanti tra loro e appoggia le mani sul davanzale della finestra, col gesto fermo e sicuro di chi di anni ne ha già compiuti sette.

«No, niente slitta», dice, «Sapete benissimo cosa dobbiamo fare stasera. Dobbiamo economizzare le nostre forze, riposarci. Guardate che questa è una cosa seria!»

Le due sorelle si scambiano un’occhiata poco convinta: è tutto il giorno che il loro cugino blatera una storia strana che le mette un po’ a disagio, e la cosa, onestamente, comincia a essere un po’ pesante.

Però Alberto è anche grande, va già a scuola, fa delle costruzioni pazzesche coi Lego; quando giocano a nascondino, non riescono mai a trovarlo. Alberto è intelligentissimo, sa addirittura leggere. E pertanto, quando parla, le due lo ascoltano.

Il bambino osserva il vecchio pendolo di legno scuro, a lato del divano liso su cui nonno Attilio e nonna Marisa si sono appisolati guardando Rai Uno.

«Sono le tre», dice.

«Oohhh», fanno le bambine. Loro non la sanno mica leggere, l’ora!

Papà Enzo e papà Mauro spalano la neve in giardino, mamma Irene e mamma Emma sono scese un attimo al negozio per le ultime compere in vista del cenone. Con mosse calme e sicure Alberto si siede a terra, poi fa segno alle cugine di sistemarsi attorno a lui.

«Avanti, vi mostro il libro di cui vi parlavo.»

Le bimbe si siedono a gambe incrociate sul vecchio parquet, proprio come quando, all’asilo, si cantano le filastrocche.

Alberto tira fuori un libro.

«Eccolo qui», dice posandolo a terra davanti alle cugine, che si piegano in avanti per osservarlo, quasi fosse un vero e proprio talismano. Sulla copertina c’è Babbo Natale, rubicondo e felice, spaparanzato davanti al camino e circondato da buffi folletti vestiti di verde.

«L’ha scritto un esploratore polare», spiega Alberto.

«Oooohhh», fanno le bambine scambiandosi un’occhiata ammirata. Chissà che cavolo vuol dire "esploratore polare"? Anche quello fa parte del fascino del cugino: spesso pronuncia parole difficilissime, che non riescono a capire, ma su cui, ovviamente, si guardano bene dal chiedere spiegazioni.

Alberto si bagna il dito sulla lingua e apre il libro alla prima pagina. Poi lo fa ruotare per mostrarlo alle bambine.

In alto, nel primo disegno, Babbo Natale beve un caffè fumante osservando una gigantesca cartina.

«Vedete? Questa è la mappa del mondo», spiega Alberto.

Muove il dito avanti e indietro sulla carta.

«E… questa è l’Italia», dice puntando l’indice al centro dell’immagine. «È questo paese a forma di stivale, me l’ha spiegato papà.»

Le due osservano la cartina, non ci capiscono niente ma Alberto sembra sapere il fatto suo. Annuiscono.

«Vedete queste frecce? Mostrano il percorso che fa Babbo Natale. Lui abita quassù, al Polo Nord. Questa notte prende la slitta con le renne e va a portare i regali a tutti i bambini del mondo. Il primo...»

«Solo ai bambini buoni!», si intromette Simona.

Alberto annuisce, grave.

«Già, solo ai bambini buoni.»

«Anche a noi?», fa Martina, con aria vagamente preoccupata.

«Chiaro», risponde Alberto, «Siete state buone quest’anno voi due?»

Le due si scambiano un’occhiata, poi annuiscono.

«Sì.»

«Anch’io», fa Alberto. «Sono stato buonissimo.»

Stringe il pugno.

«È da un anno intero che mi preparo per questo giorno», aggiunge.

Le due bambine lo guardano senza dir niente, e Alberto si chiede, per l’ennesima volta, se quelle due potranno davvero essergli d’aiuto, o se, invece, saranno poco più che un intralcio. Pensa a quanto gli farebbe comodo, in quel momento, un cugino un po’ più grande e più intelligente… E invece ha solo Simona e Martina, e purtroppo ha bisogno di loro.

«Insomma,» dice tornando a indicare la mappa, «queste frecce mostrano la strada che Babbo Natale fa per portare i regali a tutti i bambini e...»

Simona punta il dito su un disegno a fondo pagina.

«E questa cos’è? Cos’è?», chiede eccitata.

Alberto sbuffa, ha una gran voglia di tirarle un pugno ma sa che deve tenersi amica tanto lei quanto la sorella, altrimenti quelle non solo non lo aiuterebbero, ma sarebbero pure capaci di raccontar tutto a papà e mamma.

«Questa», spiega paziente, «è la fabbrica dei regali di Babbo Natale, al Polo Nord. Una fabbrica enorme, nascosta sotto al ghiaccio, c’è scritto che ci lavorano mille folletti!»

«Ooohhhh», fanno le due, facendo passeggiare gli occhi sulla grande immagine, nella quale una fila immensa di buffi esserini assembla bambole, macchinine, cavalli di legno. Pensano che quello è un libro bellissimo, e poi bisogna dire che Alberto lo sa leggere proprio bene!

«Ora guardate qui», dice il bambino tornando a indicare la mappa del mondo. «Dunque, come vedete quando Babbo Natale parte dal Polo Nord va giù dritto. Il primo posto in cui passa è l’Italia, poi continua il suo viaggio. Va in Australia, in Russia, in Brasile… Dappertutto.»

Le bambine sono impressionate: mannaggia quanti paesi conosce Alberto!

«Quindi», dice lui con occhi luccicanti, «quando passa di qui...»

Si ferma un attimo, aspettandosi, come in un film, che almeno una delle due finisca la frase al posto suo, dimostrando quel minimo di intelligenza che tanto, tanto gli farebbe comodo. E invece niente: quelle lo guardano imbambolate, con due sorrisi idioti stampati in faccia.

«…Quindi quando passa di qui ha ancora i regali di tutti i bambini del mondo nella slitta, no?»

«Cavolo, è vero!», fanno le due.

Alberto si alza in piedi e si mette a camminare avanti e indietro con le mani dietro alla schiena.

«E noi glieli rubiamo!», dice abbattendo il pugno destro nella mano sinistra.

Le due bambine si scambiano un’occhiata inquieta, Alberto le guarda da sopra in giù.

«Capito?»

Le due continuano a osservarlo poco convinte.

«Ma…», balbetta Martina.

«...E se Babbo Natale va a dire a tutti che gli abbiamo rubato i regali?», finisce Simona per lei.

«Già, ci metteranno in prigione!», le fa eco la sorella.

Alberto guarda le cugine con aria grave.

«Non lo farà», dice, sicuro.

«Perché?», chiedono le due insieme.

«Perché lo uccidiamo!», risponde Alberto.

Le bambine fanno un salto. Hanno già sentito parlare di “uccidere”, e, anche se in realtà non hanno ancora capito bene tutte le implicazioni del concetto, sanno che è una cosa grossa: quelle due o tre volte che hanno sentito pronunciare quella parola da qualcuno, gli adulti presenti hanno preso la cosa molto, molto seriamente. E sono stati guai.

Alberto capisce il loro disagio, si accuccia a terra e le guarda dritte negli occhi.

«Non preoccupatevi, ci penso io a ucciderlo, voi siete ancora troppo piccole», spiega rassicurante.

Le due tirano un piccolo sospiro di sollievo.

«E... come si fa a uccidere Babbo Natale?», chiede Martina.

Alberto tira fuori un grande coltellaccio.

«Con questo», spiega facendole luccicare la lama davanti agli occhi, «L’ho preso in cucina.»

Simona e Martina si scambiano un’occhiata poco convinta.

«E... come fai a ucciderlo?»

«Glielo pianto nella pancia. L’ho visto fare in un film.»

«Ooohhhh», fanno le bambine, ammirate. Loro non l’hanno mai visto un film, guardano solo i cartoni animati!

«E quindi dopo che lo uccidi lui non glielo va a dire a nessuno che gli abbiamo rubato i giocattoli?»

Alberto sbuffa.

«No. Se lo uccido muore, non può mica più parlare! Lo prendiamo in tre, lo buttiamo giù nella cantina e chiudiamo la porta.»

Le due annuiscono. Cavolo quant’è intelligente il loro cugino, ha davvero pensato a tutto!

Però, però...

«Ma papà e mamma non ce lo lasciano mica fare, loro ci mandano sempre a dormire subito dopo la cena!»

«Infatti dobbiamo mettere fuori combattimento anche loro. Ed è qui che ho bisogno di voi», spiega Alberto.

«Mmhhhh… Vuoi che uccidiamo mamma e papà?», chiedono le bambine, poco convinte.

«Certo che no!», risponde Alberto, «Non posso mica vivere senza di loro.»

Le due tirano un sospiro di sollievo. Ucciderli sembrava effettivamente eccessivo.

Alberto tira fuori una grossa bottiglia piena di pillole giallastre.

«Li facciamo dormire col sonnifero di nonno.»

«Oooohhhhh», fanno le bambine.

Alberto si rimette a camminare avanti e indietro con le mani dietro alla schiena.

«Dopo la cena, quando nonna porta il caffè, voi due fate finta di litigare, correte in giro per la casa e buttate a terra tutti i piatti, i mobili e le pentole che trovate. Loro corrono da voi e io gli metto il sonnifero nella caffettiera.»

Simona e Martina si scambiano un’occhiata ammirata. Cavolo, pensano, il piano di Alberto è davvero geniale! Hanno davvero una fortuna immensa, ad averlo come cugino... Grazie a lui, presto saranno le bambine più ricche della terra, avranno tutti i regali del mondo per loro!

«Mettigliene tanto di sonnifero, così siamo sicuri che non si svegliano fino a domani.»

«Chiaro. Gli metto tutta la scatola, non possiamo correre rischi.»

Le bambine annuiscono. Ottima idea.




24 dicembre 20XX, ore 23:45


Non ci hanno messo molto a cadere, dopo il caffè avvelenato. La prima ad andar giù è stata nonna Marisa, rideva come una pazza quando si è portata le mani al collo ed è caduta stecchita all’indietro, rivelando un paio di giganteschi mutandoni beige. Poi è toccato a mamma Irene e mamma Emma: saltate su per prestarle soccorso, hanno sbattuto la testa una contro l’altra, sono barcollate all’indietro, hanno tentato di tenersi su a vicenda e alla fine sono crollate sopra alla madre in una buffa piramide umana. Gli uomini si sono fatti prendere dal panico: papà Mauro è corso in cucina a cercare dell’acqua, per afflosciarsi privo di sensi ai piedi del lavello; papà Enzo è corso a prendere il cellulare in salotto, per chiamare il centododici, ma è inciampato sul tappeto cascando di traverso sul tavolino, dove si trova ancora, con la lingua di fuori e gli occhi rovesciati, floscio come una vecchia bambola di pezza; in quanto a nonno Attilio, corso in bagno a vomitare, ora giace immobile con la testa nella tazza del water.

Alberto, Simona e Martina si preparano per l’attacco. Le bambine hanno sonno, molto sonno, ma Alberto le sprona. «Tutti i regali del mondo, tutti i regali del mondo...», gli ripete ogni volta che tentano di chiudere gli occhi.

È concentratissimo: presto sarà il bambino più ricco della terra, avrà tutti i giocattoli del pianeta per sé. Deve essere certo di non fare errori, però: il suo è un piano complesso e basta poco per farlo saltare.

Poco prima di mezzanotte i tre si raccolgono attorno al camino per mettere a punto gli ultimi dettagli.

«Babbo Natale arriva tra un quarto d’ora», spiega Alberto, alzandosi il coltello davanti agli occhi per ammirarne la lama affilata, «Vediamo se avete capito tutto. Cos’è che dovete fare?»

Le due sbuffano: il cugino gli ha fatto ripetere tutto ottanta volte e non ne possono più, quand’è che la smette? Hanno un gran sonno, e a essere sinceri anche tanta voglia di infilarsi sotto a una coperta calda per farsi leggere una bella fiaba dalla loro mamma... Magari una di quelle che parlano di principesse e cavalieri: le loro preferite. Anzi, per dirla tutta non gli piace mica tanto, vederla lì a terra tra la nonna e la zia, con quell’inquietante filo di saliva che le cola giù lungo la guancia… Gli fa una certa impressione. Ma, d’altro canto, la prospettiva di entrare in possesso di tutti i regali del mondo gli fa dimenticare tutto: il sonno, la voglia di coccole...

«Ci nascondiamo là dietro all’albero di Natale», spiegano all’unisono, «Quando Babbo Natale esce a quattro zampe dal camino gli saltiamo addosso.»

«Brave», risponde Alberto, «Tu cosa fai?», chiede puntando il coltello contro a Martina.

«Gli spacco questo in testa», spiega lei brandendo in alto una grossa bottiglia di spumante, arma gigantesca tra le sue piccole mani di bambina.

«Ottimo, e tu?»

«Io lo strangolo con questo», spiega Simona, alzando in alto la corda con le luci di Natale.

«Bravissima!»

«Sì!», rispondono le due eccitate, alzando le loro armi in aria come due guerriere pronte a scendere in battaglia, mentre Alberto posa un bacio sulla lama luccicante del suo coltello.

«Ehi, cos’è questo rumore?», chiede Martina all’improvviso.

Alberto si porta un dito alle labbra e tende le orecchie. «Sshhhh», dice. I tre trattengono il respiro, per sentir meglio.

Ci sono passi, fuori.

«Oddio, non sarà mica lui, no? Non sarà mica in anticipo?», si chiede Alberto alzandosi in piedi e mordendosi il labbro.

Simona e Martina scattano in piedi.

«Nascondiamoci, veloce!»

«Presto, presto che arriva!»

Un’ombra furtiva passa davanti alla finestra, Simona gli punta un dito contro.

«Oddio Babbo Natale! È lui! È lui!»

I tre si voltano con un salto, stringono le armi forte nei loro piccoli pugni: alla finestra c’è Babbo Natale, col berretto rosso, la faccia gonfia, il naso arrossito dal freddo e la lunga barba bianca coperta di neve. Tiene il viso contro il vetro e guarda dentro.

Alberto spinge le cugine piatte contro il muro.

«Silenzio!», dice sussurrando con un filo di voce, mentre un gocciolone di sudore scende a bagnargli la fronte, «Ferme, zitte, non fatevi vedere.»

Appiattiti contro la parete i tre trattengono il respiro. I cuori battono forte, i muscoli tesi sono pronti a scattare.

Babbo Natale batte le mani sul vetro.

«C’è qualcuno? C’è qualcuno?», chiede a gran voce.

«Oddio che fa? Che fa?», chiede Martina, alzando lentamente in alto la sua bottiglia di spumante, come per preparasi a difendersi da un attacco imminente.

«Non lo so, zitta...», risponde Alberto tra i denti, «Non muoverti.»

Il suo cervello di bambino gira più veloce che mai. Che cavolo sta succedendo? Babbo Natale entra dal camino, non bussa mica alla finestra, lo sanno tutti che lui viene sempre giù dal tetto! Qualcosa sta andando storto, capisce, cerca di concentrarsi sull’obiettivo. «Tutti i regali del mondo... tutti i regali del mondo...», ripete sottovoce per motivarsi, come in un mantra.

Poi Babbo Natale scompare dalla finestra, i tre staccano lentamente la testa dal muro per vedere e sentire meglio.

«Alberto che succede?», chiede Simona con voce tremante.

«Non lo so... State zitte e sentiamo dove va», risponde il bambino cercando di restare concentrato, per non perdersi nemmeno un suono.

Poi si sente un rumore secco alla porta d’ingresso, un brivido freddo scende lungo la schiena di Alberto. Capisce che il suo piano è da buttare, che bisogna improvvisare: «Oddio ha la chiave!», urla, «Entra dalla porta! All’attacco! All’attacco!»

E mentre Babbo Natale entra in casa, con gli stivaloni di cuoio, il vestito rosso, il cinturone e il grande sacco di iuta in spalla, i bambini si lanciano all’assalto urlando come tre furie, coi denti digrignati, la bava alla bocca e le armi in pugno.




25 dicembre 20XX, ore 11:00


Nel reparto terapia intensiva dell’ospedale Forelli c’è un’agitazione davvero inusuale, per un giorno di Natale. Dottori, infermieri e carabinieri, richiamati d’urgenza in servizio nel bel mezzo della festa, entrano e escono dalle stanze, fanno la guardia ai degenti, bevono nervosamente caffè dopo caffè.

L’appuntato Marzio Camoccia, alla quarta Coca-Cola, è ancora scosso. Piantone di permanenza alla stazione dei carabinieri di Chiassola, non è certo vicino a dimenticare le emozioni della notte passata: la sorpresa, mista a spavento, nel sentire, poco dopo la mezzanotte, le disperate urla di aiuto provenienti dalla piazzetta di fronte alla stazione; lo shock, quando, uscito di corsa fuori, si è trovato davanti a Babbo Natale in persona, ferito e sanguinante, col costume rosso stracciato dai colpi di coltello e una corda di luci di Natale avvolta stretta attorno al collo; l’orrore, quando quest’ultimo si è accasciato esanime nella neve, dopo avergli riferito di una “strage in via Mortino”. Anzi, com’è che ha detto, esattamente? «Aiuto, tre bambini pazzi hanno fatto un macello.» Qualcosa del genere.

Ora che l’uomo ha lasciato il suo costume rosso per il pigiama dell’ospedale, riconoscerlo è facile: non Babbo Natale, ma Giovanni Carello, benzinaio in pensione noto in paese come Bud Spencer per via della taglia extralarge e della lunga barba bianca. Ma quella notte, pensa l'appuntato, l’illusione era obiettivamente perfetta. E forse era a causa di tutta quella neve, o forse perché aveva appena finito di guardare il terzo film natalizio consecutivo su Canale Cinque, in compagnia di un pandoro e di uno spumante analcolico, ma, in ogni caso, anche se non lo ammetterebbe mai a nessuno, Camoccia può confessare a sé stesso che, quando è uscito dalla stazione, per un attimo, un attimo soltanto, ha davvero, davvero pensato di trovarsi di fronte proprio a Babbo Natale.

Il capitano Antonio Piccolò, comandante dei carabinieri di Chiassola, esce dalla stanza dell’uomo scuotendo la testa.

«E allora, capitano?», gli chiede l’appuntato. Il suo è un buon comandante, e hanno un ottimo rapporto.

Piccolò sospira.

«Niente, continua a dire che sono stati i bambini.»

Camoccia annuisce, grave.

È tutta la notte che il gigante ripete ossessivamente la stessa storia: dopo il cenone in famiglia con moglie, figli e nipotini, è sceso in garage, poco prima delle dodici, per indossare il suo vecchio costume da Babbo Natale e preparare un’entrata a effetto, allo scopo di distribuire ai bambini i doni raccolti in un grande sacco di iuta. Ma mentre finiva di allacciarsi il cinturone, ha notato una calma inusuale nella casa dei coniugi Giacchino, suoi vicini; allora ha attraversato il giardino e si è affacciato alla loro finestra, trovandosi davanti la sagoma di Enzo Rotella, genero dei padroni di casa, riverso privo di sensi sul tavolino del salotto. Carello è trasalito, pensando a una stufa difettosa o a un qualche altro terribile incidente domestico, ha afferrato in fretta una chiave di riserva – i Giacchino la tengono sempre sotto a uno specifico vaso di fiori – è entrato in casa e...

...E poi, riferisce, è stato aggredito dai tre nipotini dei vicini, a bottigliate e colpi di coltello. Una bambina con le trecce bionde e il tutù rosa ha tentato di strangolarlo. È scappato gettandosi dal balcone con un coltello conficcato nella gamba.

I due carabinieri scuotono la testa. Chissà che cavolo è successo in casa Giacchino? Non dimenticheranno mai la scena agghiacciante che hanno trovato al loro arrivo: i tre bambini che giocavano tranquillamente, tra l’albero e il presepe, con i giocattoli abbandonati da Carello; i sei adulti sparpagliati attraverso tutta la casa, a un passo dall’overdose fatale di benzodiazepine.

L’evacuazione verso l’ospedale Forelli è stata una cosa mai vista, in paese: dodici paramedici del centodiciotto, sei autoambulanze che si lanciano a valle a sirene spiegate. Un paese intero svegliato nel cuore della notte dalle luci e dal baccano.

Che poi, tra l’altro, Piccolò i Giacchino li conosce benissimo: sono cugini di secondo grado, e anche ottimi amici di famiglia. Alberto, Simona e Martina passano le loro estati a rotolarsi nei prati coi suoi bambini. Anche l’altro ieri si sono visti: suo figlio Fabio ha passato la mattinata a giocare al Nintendo con Alberto, mentre Licia e le gemelle correvano come matte su e giù per le scale. Simona era così fiera di aver appena perso il suo primo dentino! Non è stato affatto facile, per Piccolò, prenderli su e dir loro di non preoccuparsi, che i nonni e i genitori se la sarebbero cavata, per poi consegnarli a quell’oca insopportabile dei servizi sociali.

E ora gli toccava pure sentire Carello che li accusava di essere... bambini assassini?!

Come se la cosa avesse senso.

In realtà Carello gli è sempre stato antipatico; quando aveva ancora il distributore di benzina, in paese si diceva addirittura che avesse truccato le pompe. Ma Piccolò non può credere che arrivi a mentire deliberatamente, accusando bambini innocenti per ripicca... Delira, non ci possono essere altre spiegazioni. Eppure i dottori gli hanno fatto la TAC e non hanno trovato niente.

Boh.

Per distogliere un attimo la mente, il capitano chiede a Camoccia dei suoi piani per il giorno di Natale.

«Dovevamo andare a pranzo dai parenti di mia moglie, ma...»

L’appuntato lascia la frase in sospeso, Piccolò annuisce.

«Mi spiace. Capisci che oggi è proprio difficile per tutti, avere un permesso. Onestamente, di cose del genere, in vent’anni di servizio non ne ho mai viste. Mai.»

Camoccia scaccia le sue scuse con un gesto.

«Ah, non si preoccupi capitano...», ribatte. «Anzi, per dirgliela tutta non è che ci tenessi poi così tanto a vederla, mia suocera», aggiunge storcendo leggermente la bocca.

I due ridono.

Un dottore esce dalla stanza numero sette con una cartella sottobraccio, Piccolò si fa avanti.

«E allora?»

«Allora i Giacchino sono tutti svegli», risponde l’uomo, «Se la sono vista davvero brutta, ma il purgante salino ha fatto il miracolo. Dategli una mezz’oretta per riprendersi, poi potete sentirli.»

Piccolò lancia un’occhiata all’orologio, non vede davvero l’ora di parlare con le vittime per capire finalmente che cavolo è successo in quella maledetta casa.

Decide di fare ancora un ultimo tentativo con Carello.

«Vieni dentro con me», dice appoggiando una mano sulla spalla di Camoccia, «Magari vedendoti gli torna in mente qualcosa in più.»

I due entrano nella stanza: seduto sul letto reclinabile con la flebo al braccio, avvolto in un enorme pigiamino a pois, l’ex benzinaio sta consegnando a un’infermiera un pappagallo pieno di pipì scura.

«Ancora qui?», chiede, poco amichevole.

I due si siedono accanto a lui.

«Signor Carello, dobbiamo ricostruire quello che è accaduto stanotte… È davvero importante che cerchi di ricordare cos’è successo.»

«Ma gliel’ho già detto duemila volte!», sbotta lui, «Se non volete credermi non è mica colpa mia!»

Piccolò cerca di mantenere la calma. Il suo lavoro consiste anche nell’avere a che fare con gli antipatici, in fondo.

«Scusi,» risponde, calmo ma deciso, «ma capirà che non possiamo credere che un uomo grande e grosso come lei sia stato ridotto così da tre bambini… con le treccine, il tutù rosa, il dente da latte mancante e quant’altro!»

«Ma perché lei non li ha visti!», sbotta lui buttando le mani in aria per la disperazione di non essere creduto, «Quelli non sono bambini, sono il diavolo! Digrignavano i denti, Piccolò, facevano la schiuma con la bocca!»

«Come i cani, quando hanno la rabbia!», aggiunge frustrato dopo un po’.

Piccolò e Camoccia si scambiano un’occhiata, non commentano. Anche l’infermiera, che ora medica la ferita sulla pelata dell’uomo – undici punti di sutura là dove gli sono stati tolti diciannove frammenti di vetro – gli mette su una nuova benda senza lasciar trasparire alcuna emozione.

«E...», inizia Piccolò.

Carello non lo lascia parlare.

«Mi urlavano “Muori vecchiaccio” e “Crepa ciccione”. Cioè, le sembrano bambini normali a lei? Bambini che hanno avvelenato sei persone?!»

Scuote la testa.

«Ma tanto voi non mi credete, quindi continuate pure a pensare che deliro e andatevene tutti e due a fanculo», dice voltandosi sul lato per dar loro la schiena.

Un altro carabiniere forse avrebbe minacciato l’arresto per oltraggio a pubblico ufficiale, ma Piccolò ha sempre pensato che farsi mandare a quel paese è parte integrante del suo lavoro. L’hanno mandato a fanculo così tante volte, negli ultimi vent'anni, che ormai queste cose non le sente nemmeno più.

Sta in silenzio un attimo, pensa a cosa dire.

Poi l’infermiera srotola la benda sul braccio di Carello, e Piccolò trasale: sotto c’è un morso, profondi segni di denti, rossi vermiglio sulla pelle pallida e pelosa del gigante barbuto.

Denti piccoli, da bambino.

E l’incisivo centrale destro non c’è.

Piccolò si alza in piedi veloce, passa un braccio attorno alle spalle di Camoccia e se lo porta via con lui.

«Capitano, che c’è?», fa l’appuntato, sorpreso.

«Mmhhhh...», risponde Piccolò, «...Stavo pensando che tutto sommato puoi andare a casa. In fondo te lo meriti, questa notte hai salvato sette persone. Se non era per te...»

«Ma capitano!»

Piccolò lo spinge fuori dalla stanza.

«Vai, vai, a questi ci penso io: in fondo questa gente la conosco bene, e di sicuro sono più tranquilli se discutiamo in privato, tra noi. Tu vai pure dai suoceri, mangia, divertiti. E ricorda che ti raccomanderò per una promozione, ovviamente», dice chiudendo la porta alle sue spalle.

Poi si volta verso l’ex benzinaio.

«Signor Carello, dobbiamo parlare», dice con la faccia sconvolta.




Dal Gazzettino di Chiassola del 29 dicembre 20XX, numero trentaquattro, pagina cinque.


Chiassola non sarà Miami, ma anche dalle nostre parti, ogni tanto, qualcosa di strano succede, eccome!

La notte tra il ventiquattro e il venticinque, poco dopo la mezzanotte, Giovanni Carello, uomo robusto e barbuto, vestito da Babbo Natale, arrancava, ferito e insanguinato, fino alla stazione dei carabinieri, trascinandosi disperato nella neve per allertare le forze dell’ordine di un “macello a casa dei vicini”, e poi perdere i sensi.

Recatisi a casa dei suddetti vicini, i coniugi Giacchino, gli uomini dell’arma si trovavano effettivamente confrontati a una scena agghiacciante: mentre tre bambini giocavano tranquillamente davanti al camino, sei adulti giacevano privi di sensi sparpagliati per tutta la casa.

Dopo una rocambolesca evacuazione di emergenza verso l’ospedale Forelli, i Giacchino passavano la notte in coma; i carabinieri, confrontati a un Carello confuso e delirante, dovevano aspettare la tarda mattinata per capire cosa fosse successo, ricostruendo infine i fatti con una riunione d’emergenza a porte chiuse tra tutti i testimoni – vero e proprio summit tenuto in una stanza di degenza dell’ospedale alla presenza del solo capitano dei carabinieri Antonio Piccolò, comandante della stazione di Chiassola.

In una versione che sarebbe poi stata confermata da esami oggettivi effettuati in loco dal team dello stesso Piccolò, si capiva infine che, dopo il cenone, quando i bambini erano già a letto, i Giacchino erano stati messi K.O. da una svista della padrona di casa, l’ottantaduenne signora Marisa, da tempo purtroppo affetta dai primi sintomi di un’incipiente demenza senile: la donna, per errore, aveva confuso le zollette di zucchero con i potentissimi sonniferi del marito, avvelenando inavvertitamente il caffè di fine pasto.

La solita, feroce, banda di zingari che da tempo saccheggia le villette della vallata, seminando il terrore tra la popolazione, passando di lì per caso notava che in casa Giacchino dormivano tutti e decideva di mettere in atto un furto improvvisato, venendo però sorpresa, proprio a mezzanotte, da un vicino di casa, il signor Carello appunto, spintosi fin là perché allertato da ombre furtive e rumori sospetti. L’uomo era vestito da Babbo Natale in quanto si era appena preparato per un’entrata a effetto in casa, allo scopo di intrattenere i nipotini.

Gli zingari malmenavano il malcapitato, ma venivano a loro volta messi in fuga dai tre bambini Giacchino, di sette e cinque anni: risvegliati di soprassalto, i coraggiosissimi piccoli credevano, nella loro ingenuità di bimbi, che i criminali se la stessero prendendo proprio con Babbo Natale, il loro beniamino.

E così, tutto finiva bene. A dimostrare che a Natale sono davvero tutti più buoni, sentendosi in debito col vicino i Giacchino lo ricompensavano con la cessione a titolo gratuito di diversi terreni agricoli di considerevole valore, da tempo contesi tra le due famiglie, tra le quali – va detto – non sempre è corso buon sangue – donazione giudicata “stranamente generosa” da molti paesani, ma che i Giacchino difendono con le parole: “Non sarà mai abbastanza, dopo quello che ha fatto per noi.”

In quanto ai bambini, dopo aver passato la notte in un centro dei servizi sociali, al ritorno a casa trovavano una meritatissima accoglienza da eroi. Molto scossi da quello che era capitato, però, sviluppavano, ci spiegano i genitori, una paura folle – vera e propria fobia – di finire sulla brutta strada e di diventare – parole loro – “cattivi come gli zingari”.

I piccoli chiedevano allora ai genitori di iscriverli alla scuola Manley, la controversa scuola materna e elementare fondata alcuni anni fa dall’ex generale dei marines Jeremy "Jerrycan" Manley, già comandante delle armate americane nella battaglia di Fallujah, famosa per la disciplina ferrea e le sveglie all’alba, apprezzata da centinaia di genitori di tutto il mondo per l’eccellenza accademica, ma da tempo nel mirino di Amnesty International e di diverse altre associazioni per la tutela dei diritti umani.

I genitori ci spiegano di aver tentato di far desistere i piccoli dal loro proposito, certo inusuale per bambini di quell’età e, a loro avviso, “eccessivo”, ma che questi ultimi erano così terrorizzati dalla prospettiva di diventare cattivi che non hanno potuto dir loro di no.

E così i bambini-eroe, dopo qualche giorno di vacanza e una classica e festosa epifania in famiglia, si imbarcheranno su un volo di sola andata – già prenotato – per Maka-koyuk, piccolissima località dell’Alaska settentrionale nota per la caccia al caribù, nelle cui vicinanze si trova il famoso campo-scuola della Manley.

I Giacchino ci informano purtroppo che i piccoli sono ancora troppo scossi per un’intervista.

E a questo punto, arrivati alla conclusione di questa strana fiaba natalizia, storia di bambini coraggiosi e di Babbi Natale improvvisati, a nome degli autori e della redazione tutta, non ci resta che augurare buone feste a tutti.

Viva il Natale!


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