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Una storia di Reis

Sleepwalker

seconda parte dell'illusione

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26 minuti

Pubblicato il 23 settembre 2020 in Fiabe

Tags: #Noir #Thriller

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Il docente di storia lo avrebbe aspettato come si erano accordati ieri, vicino al lago, in una piccola taverna all'aperto che egli aveva definito Deliziosa. Glielo aveva ricordato quella mattina per telefono. Ne avevano discusso a mezzogiorno, nell'ultimo giorno prima del fine settimana.


“Scusi, mi era passato di mente. Sì, avevo molti compiti da correggere. Scusi ancora. No, lei è gentilissimo, sono io ad essere sbadato. Allora ci vediamo... Esatto.... A stasera.”


L'uomo era uscito senza cenare. Quasi tutti i servizi di mercato erano chiusi nel perdurare della festività. In quei tre giorni ci si doveva accontentare di mangiare in strada o di sfruttare un esosa quantità di scorte ricavata prima di allora. Non si distinguevano nell'aria gli aromi di cibo da quelli di spezie strane e focolai sconosciuti, agglomerati nell'aria raccontavano un unica storia, si figuravano in un simbolo unico, scappavano dalle fiamme e dai piedi della gente nella speranza di recarsi in mezzo alle pietre brecciate dei vecchi edifici, e, una volta lì, aspettare di morire di sonno o inerzia.

Accanto a lui le persone avanzavano in piccoli gruppi, anche di due o tre persone, ancora nelle vie ristrette della periferia storica affacciata al centro, avrebbero incontrato il resto e così sino ad un numero di dieci persone. A far sentire l'uomo partecipe di un costretto astruso fu proprio il fatto di non aver incontrato un altra persona a vagare sola da quando era uscito di casa. Non era più un ragazzino e forse questo non avrebbe destato così tanto stupore, soprattutto una volta arrivato al centro della città. Presto sarebbe stato accompagnato da due persone: Il Docente di Storia e sua Moglie. Non avevano figli. Eppure l'uomo auspicava a se stesso un cammino destato dalla vergogna. Ogni volta che attraversava un percorso in parallelo o contro un gruppo di persone che poteva essere anche da due o da tre, il pudore come una pianta di patate dal petto cresceva fino a ricoprire tutto; era più nudo e vulnerabile di una venere in un autostrada.

C'erano echi che, da tuoni indistinti e lontani, diventavano chiare percussioni, archi violenti squarciavano la calma del cielo abusato dalla notte, le persone passavano e restavano immobili a contemplare i talentuosi musicisti, quasi mossi da un estasi proibita. Altri si fermavano soltanto per qualche momento, forse sentendosi in quel dovere formale e disinteressato di osservare qualcosa e, dopo qualche secondo, di nuovo salvi a far parte dello sfondo invisibile. Alzando la vista di qualche centimetro si notava un numero impressionante di lanterne danzanti nel cielo, più luminose e numerose delle stelle. Gli aromi si facevano sempre più confusi ora che ci si trovava nella piazza principale. Ci si doveva muovere con cautela. Continuamente si alternavano sapori dolcissimi di paste rare e pregiate a sfumature più salate delle carni grondanti che grigliavano all'aperto sotto la luna. Una bimba tirava la manica al padre distratto dalla sigaretta che stava accendendo, la strattonava e indicava un prepotentemente un palchetto a cui si aggrumavano poche persone, in attesa di qualcosa. Vi erano un uomo grasso dall'aspetto indifferente che masticava qualcosa che poi in seguito avrebbe sputato via senza pensarci troppo, forse del tabacco o della gomma da masticare consumata meccanicamente. L'uomo era seduto vicino ad una grande tenda, con un barattolo per banconote, dove entravano e uscivano figure di ogni statura ed età, e queste si distinguevano dalle persone comuni poiché disponevano quelle tipiche peculiarità di chi Mostra e non di chi Guarda. Gli occhi dei presenti erano però rivolti a quello che pareva essere l'artista a priori più imponente e importante. Si ergeva in direzione del palchetto con un andatura che non lasciava alcun dubbio, la schiena, completamente tatuata di ghirigori incomprensibili, era molto larga e lasciava cadere braccia possenti. Passando accanto all'uomo grasso questi si scambiarono uno sguardo breve privo di emozione. Qualcuno nel pubblico accennò un applauso e poco più tardi ne seguirono altri. Doveva essere una compagnia che si presentava ogni anno, intuì il Maestro, anche lui imbambolato in attesa di gesta inaspettate e mistiche dalla strada. Forse si tratta di un anteprima di qualche tipo per lo spettacolo che si terrà più tardi nel tendone lì accanto, nel tentativo di attirare più gente possibile.

Dal taschino, la figura sul palco tirò fuori una sfera che legò alla gamba destra e poi una seconda che legò al braccio sinistro. Le due sfere avevano una sorta di candela che l'individuo accese subito dopo e dispositivo che all'interno esacerbava la diffusione del calore. Le sfere avevano uno spessore comparabile a quello di un lampione, ma parevano leggere, soprattutto se a maneggiarle era un essere di tale gagliardia; questo cominciò a fluttuare. Si alzò da terra, in principio lievemente, poi, quando la distanza fra i piedi ed il palco era divenuta ragguardevole, il pubblico sentì il dovere collettivo di applaudire, e ad essi, come a trattarsi di un dovere di stato, si unì persino l'Insegnante che non aveva mai visto nulla di simile. Doveva essere un appuntamento annuale per gli abitanti. L'individuo, quanto pesante, tanto leggero, fluttuava e si dimenava, controllava, con un sistema di pesi a me ignoto, l'andamento, la distanza e l'altitudine, quando andare troppo in alto e quando tornare verso la terra. Le venature del suo corpo scoperto dal busto in su venivano scolpite dal rossore delle fiamme, erano limpide nonostante le rivolte acrobatiche furenti, complesse come un reticolo stradale, ma il capo liscio, completamente esposto, era la cosa che assorbiva più luce, per poi rifletterla con prepotenza anche negli occhi di chi non guardava. Quell'ignara forma di carne scolpita, che compieva giravolte articolate... Si sentiva lo stesso peso nel suo capo, il sunto di tutto ciò che nel calderone umanistico del vigore striscia, fra le vie di acciaio della carne, per poi morire e indorare di luce propria le vie oscure dell'intelletto.






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Gli applausi lo stordivano in egual misura a quella visione. Egli, l'insegnante, si accorse solo in ritardo che questi non avevano cessato di battere, battere, battere, e battere nell'aria, persino dalle sue di mani non riposava quel battito di ammirazione obbligata. Ammirazione doverosa! Alla fine però la realtà gli sembrava ancora più banale. Quella pigra elevazione di legno era ancora un e solo un palco approssimato, l'uomo grasso era sempre lì a scrutare, seduto, ora con una sigaretta nera fra i denti, le persone, i loro portafogli ed il gustoso frutto che boccheggiava all'interno, e queste erano carne distratta, come la figura possente che si trovava nuovamente con i piedi per terra. Nessuno più gli rivolgeva il minimo interesse, la scalata era stata compiuta, e l'oggetto dell'interesse non è l'uomo ma la fiamma che lo ha portato in grembo fino in cima. Se questa fosse rimasta incagliata al sicuro durante l'ascesa tutti avrebbero esultato, nonostante chi rendeva possibile la salita fosse precipitato tragicamente.

L'uomo si rese conto che aveva ormai speso dieci minuti a contemplare quello spettacolo. Doveva essere soltanto uno sguardo fugace, le gambe non avrebbero dovuto fermarsi del tutto. Per non perdere altro tempo decise di fermare qualcuno per chiedere la direzione della taverna, di cui, come se non bastasse, aveva dimenticato il nome. Lo rassicurava il fatto di conoscere ciò che circondava il posto, sarebbe bastato, quindi, per far risvegliare la memoria al primo abitante del posto. Non fu così fortunato. Le persone non si fermavano o semplicemente non lo udivano, era come un oceano impazzito, le uniche due persone con cui riuscì a comunicare dissero di non essere del posto, oppure di non capire bene ciò che diceva. Sentiva noia e panico. Frustrato decise di imporsi sulla marea, trovando un posto in cui riuscisse a ragionare meglio. Trovò con difficoltà una piccola oasi nel centro della confusione, ancora non divorata dall'afflusso costante. Vi era un vecchio che guardava seduto su una pietra il fiume umano, poi giù verso una colomba che lo guardava a sua volta. Aveva un volto rosso e sorrideva quasi involontariamente, con due fosse cave che sprofondavano negli occhi, dipingendo un ghigno inespressivo tipico della vecchiaia. L'Insegnante gli si avvicinò e chiese a voce chiara della taverna, il vecchio si girò, mostrando quanto sporco quel volto fosse, lo osservò senza dire nulla. Il Maestro ritentò esausto ma non ci fu alcun risultato. L'anziano si limitava a guardarlo come se fosse la colomba ai suoi piedi o le nuvole in cielo che non ti rispondono anche se le osservi per settimane. Dalle sue spalle spuntò un bambino, era sporco come il vecchio e indossava la sua stessa povertà. Gli fece pena. Anche il bimbo non disse nulla, nonostante l'uomo gli avesse chiesto con la pazienza e la calma che si usa con i piccoli se conoscesse un modo per raggiungere il lago. Questo ne fu irritato e si spostò alla cieca verso un luogo più tranquillo. Trovò una via stretta e scoscesa, ci si infilò. Guardandosi indietro notò che le due figure lo degnavano ancora di quel silenzio atroce, prima di girarsi dall'altra parte e sparire.

Si poteva udire la musica e le voci soccombere man mano che si procedeva nel buio di quella stradina stretta e storta. I pavimenti erano semplici pietre sistemate in modo irregolare, poteva scorgerne la pericolosità con l'accendino che aveva usato per non inciampare. Si sentiva un intruso a vagare per la via stretta, poiché nei muri di tanto in tanto nascevano finestre aperte all'altezza dei suoi ginocchi. La vita di quella gente era nuda e chiunque avrebbe potuto compiere uno scasso, intrufolarsi soprattutto in un occasione come quella. Le figure che aveva scorto all'interno di quelle finestre sembravano indifferenti, ma la calma donava all'uomo un senso d'inspiegabile disgusto. Per la maggior parte erano anziani con il corpo gonfio, gli abiti da sera così usurati da appartenere al dopoguerra, oppure famiglie col viso smunto che cenavano senza voce, usavano i bagni, spostavano con quel cenno di vita gli occhi alla finestra e, pur notando l'ombra che gli passava accanto da fuori, continuavano con la loro prassi ad inabissarsi.

Continuò per altri dieci minuti, le strade strettissime convergevano fra di loro per poi distaccarsi in curve che sembravano ripetersi. Ogni tentativo di fuoriuscita gli sembrava vano. Aveva il timore di marcire all'interno del labirinto di incomprensione in cui era incappato. All'ennesima curva capiva di star facendo il giro. Prese come punto di riferimento una ruota di bicicletta poggiata sul muro, e da lì provò una via che ancora non aveva percorso. In lontananza vedeva la luce di una strada, il passo accelerava, sì, era una strada, quello era il cielo, e quella cosa scura che pareva l'oceano in verità era il lago. Gli venne quasi da piangere. Guardando l'orologio si accorse che stava facendo in tutto venti minuti di ritardo. Si mise a ridere dentro pensando a quante storie poteva raccontare con quell'unica svista. Di certo la serata sarebbe stata lunga, e i discorsi sarebbero andati avanti fino alla notte successiva. Sempre che il signor Docente di Storia fosse un buon ascoltatore.

La lunga via si estendeva per tutto il lago. Anche lì le persone venivano trascinate come ferro verso la calamita che era il centro, il nucleo dove tutto esplodeva. La gamba destra gli faceva leggermente male, la sentiva pesante. Con la vista puntata sul buio del lago cercava una taverna che corrispondesse che fosse affacciata e isolata, evidente quanto nascosta. Ne scorgeva una in lontananza, era soltanto una luce soffusa accompagnata da quei fuochi fluttuanti che vivevano più nei riflessi della superficie che al di sopra. Un uomo solo come lui gli si avvicinò frettolosamente, era la prima volta che ne vedeva uno a parte se stesso. Questo gli domandò l'ora, lui senza pensarci guardò l'orologio e gli rispose, poi ringraziò avanzando con grande fretta. Il Maestro di scuola elementare lo fermò a gran voce, come se fosse la prima e l'ultima interazione lucida che potesse mai avere. Si scusò per trattenerlo e gli domandò se conoscesse una peculiare taverna affacciata sul lago. Di fretta l'uomo sparò un nome che nella mente dell'insegnante accese una lampadina. Si ringraziarono e si scusarono a vicenda per poi distaccarsi. Il posto era proprio quello che si scorgeva attorniato dai lumi fatui.

«Era così che si chiamava...», correva cedendo a un sorriso che gli levava il peso di ogni cosa, e, allo stesso tempo, lo faceva sentire in imbarazzo «...Come avrò fatto a dimenticarmene?».




3



«Signore? Signore?»

Una donna sui quarant'anni agitava le mani verso di lui.

«Scusi tanto, lei è il collega di mio marito, vero? Oh, menomale! Avevo paura di fare qualche brutta figura. Mio marito si stava preoccupando molto, pensava si fosse perso o avesse contratto qualche malanno. Come dice? E' appunto andato a cercare un telefono pubblico, deve essercene uno la dentro, voleva chiamare proprio lei. Non ce n'è bisogno, vado a cercarlo e lo porto subito qui. Si figuri, è un vero caos oggi qui fuori, anch'io mi sarei persa se fossi stato in lei. Aspetti qui».

La moglie del collega entrò nel locale di corsa Indossava un abito ridicolo, era sgargiante e così lungo che se lo trascinava dietro nella sua grottesca corsa come una coda addormentata.

C'erano almeno dieci tavoli a forma circolare agganciati a quella che sembrava una banchina affacciata direttamente sul lago. Una piccola lanterna a forma di gufo stava volando pericolosamente verso un gruppo di tre giovani che giocavano ad un gioco che prevedeva le carte ed alcune biglie. Solo uno dei tre sembrava aver intercettato la barchetta volante, mentre gli altri due sembravano troppo presi dal gioco. Questo si alzò, con la sorpresa dei due, e la scacciò con un breve gesto. Sembrava un palloncino perso. Ora si trovava di nuovo in mezzo alle sorelle sopra il lago nerissimo e terrificante. I due ignari scoppiarono a ridere una volta che ebbero capito. Continuarono, poi, come se fosse successo niente, il loro gioco.

Accanto al suo tavolo, invece, stava una coppia di genitori, di cui la donna sembrava nettamente più anziana del marito. I due evitavano di guardarsi, entrambi fumavano facendo finta di fissare il vuoto, il bambino che stava in mezzo non sembrava accorgersene, troppo occupato ad osservare le numerose stelle arancioni danzanti nel vento. I loro piatti erano sporchi di pasto consumato, i bicchieri ancora pieni di vino, tranne quelli del pargolo che conteneva solo acqua.

Il Maestro di scuola elementare fissava ora l'entrata del locale. Vedeva uscire solo camerieri. Ci stavano mettendo troppo. Aveva il timore di essere importunato da qualche cameriere. Che problema c'era? Avrebbe semplicemente detto che era con amici e che questi al momento non c'erano. Infine il suo tavolo era già sparso di segni che faceva intendere ciò. C'erano due bicchieri di vino rosso, senza bottiglia, e qualche nocciolina. Dovevano star aspettando da molto, forse avevano perso le speranze. Pensò di essere arrivato in tempo, mancava poco.

L'uomo distolse un attimo lo sguardo dall'entrata del locale per guardare il cielo, gli aveva dato noia. In quel momento rientrò dalla sua ricerca la donna accompagnata dal suo collega che non vedeva da qualche giorno. Pareva una persona diversa senza l'abito formale dell'insegnante. Nel volto non si scorgeva rancore o frustrazione, al contrario, nell'immediato scambio di sguardi i suoi occhi dipinsero un sorriso, insieme alle labbra. L'insegnante si alzò, il collega tese la mano e se l'afferrarono a vicenda con fremito di vittoria. Si scusò per averci messo così tanto, come aveva fatto con la moglie, il docente sorrise nuovamente, con tono calmo gli disse che non c'era problema. Gli disse che sua moglie si chiama così, e che il cognome, in caso lo sapesse, era in quel modo e non in quell'altro, ma per abitudine lei lo scriveva e lo esponeva da anni nel secondo modo. La trovò un informazione abbastanza inutile. Si sforzò di risultare sorpreso. Tutti e tre si sedettero e il Docente di storia chiamò a gran voce uno dei camerieri liberi. Era un giovane, aveva le occhiaie. Marito e moglie ordinarono altri due calici di rosso, gli occhi si girarono verso l'insegnante di letteratura che insegnava in una scuola elementare, prendeva lo stesso, lo disse in automatico, senza pensarci. Il cameriere scrisse sul taccuino usurato, e ringraziò fissando il tavolo.


«Non trovate strano che un cameriere ringrazi? Non dovremmo essere noi a farlo?» disse la moglie, assicurandosi che il personale fosse lontano. «Credo che i ringraziamenti siano da parte di chi gestisce il locale. Il personale è solo un appendice. E' come se stessero dicendo “Grazie per supportarci; Grazie per i vostri soldi”. Un po così».


La donna rispose con un onomatopea di finta o vera sorpresa. L'uomo fra i due rise per cortesia.


«Allora, mi racconti la sua avventura. Avrà sicuramente trovato città perdute, oceani nascosti, durante il suo cammino sfortunato, oggi».


Il collega rise di gusto, per far capire che si trattava di una battuta a cuor leggero, innocente, e non di una freccia rancorosa lanciata in modo subdolo. L'uomo sorrise imbarazzato. In effetti avrebbe voluto proprio raccontargli la sua disavventura, era curioso di vedere se anche loro avessero avuto dei riscontri simili, o se tutto ciò che lo aveva disturbato durante il cammino era frutto di isteria momentanea. Iniziò a farlo senza interruzioni. I due coniugi restarono ad ascoltare con la massima attenzione per minuti interi, ogni tanto annuivano e si guardavano negli occhi per verificare se anche l'altro avesse vissuto tale esperienza. Il cameriere dall'aria stanca tornò con i tre calici.

Il racconto finì a metà dei bicchieri.


«Nella piazza centrale c'è sempre un putiferio durante questo evento. Già nel mezzo dei giorni festivi è ingovernabile, in questo caso le persone diventano loro stessi la piazza. Questo è il motivo per cui cerco di evitarla.

«Quello che hai visto, comunque, l'uomo che fluttuava, il bestione, è l'artista di punta di una compagnia equestre molto nota, e che viene, pensa un po', in città da ottant'anni durante i tre giorni di buio. Sempre nello stesso punto. Danno un anteprima, di solito, per chi non li conoscesse, di fronte al tendone. Dev'essere la stessa che ti ha intrattenuto. E' veramente impressionante il modo in cui controlla il suo corpo in quel frangente. Mi chiedo veramente cosa facciano durante tutto l'anno.».


Il docente di storia si fermò per intrattenere una risata, sospirò, bevve un altro sorso e riprese:


«Invece, per quanto riguarda quei due tipi strambi, non so bene cosa dirti. A parte che nelle vie del centro storico anelano molte figure insolite. E' come un micro-universo, isolato da tutto ciò che non è in esso. Ci abitano famiglie da secoli. Generazioni nate, vissute, morte sempre in quel posto, in quell'angolo di strada schiacciato da sassi, come li hai chiamati tu, irregolari.

«Pelle, Carne, Tessuti che si ripetono, scivolando nelle condutture aberranti e scivolose dell'incesto. Si dicono cose che sembrano venute fuori da un racconto del terrore. Che una famiglia di sole donne abbia fatto ingrassare il padre/marito durante un periodo di infortunio per non farlo scappare, questo è ingrassato così tanto che non riusciva più a passare per quelle vie, ed ovviamente nemmeno dalle porte.

«Alla fine è morto e se lo son mangiato per liberarsene. E' una storia esagerata, mi fa sempre ridere raccontarla.

Oppure che le donne siano costrette ad abortire e di notte gettino i feti dalla finestra, nella certezza che il giorno dopo saranno spariti. Non si sa dove finiscono».


La donna sospirò, gli occhi dettati dalla noia fissavano il marito.


«Per favore, smettila con queste cose».


«So che a mia moglie piacciono tanto queste cose, così le racconto ogni volta che posso.

«Posso capire perché quelle persone rifiutano e sono il rifiuto stesso della vita, della nascita, del continuare, perché forse, senza rendersene conto, hanno compreso l'ultimo lume mistico, sono divenuti il ritratto della morte lucida, dell'abbandono di sé e dell'oblio. Hanno in qualche modo compreso ciò che tutti i popoli hanno sentito, senza farci caso, senza dargli subito un nome.

«Tutto quello che ho imparato sulle proprietà storiche e di esperienza umana totale mi ha insegnato che una fetta popolo diventa stanca di sé prima o poi, una fetta di popolo raggrumato in un limite, che sia politico o geografico, tale da considerarsi Popolo a sé. E allora cosa si fa? Ci si attacca all'identità, al fatto di essere parte di quella fetta di edificio, consacrarla, essere il motore della propria storia.

«E' un pensiero che si rifà anche, quindi, ad un assetto di tipo religioso, cosa ormai oltrepassata e oscura. La moralità si fa sempre più vaga e annebbiata. Gli dei sono stati brutalmente trafitti dall'Io. L'uomo si è messo a pensare fra quattro pareti vedendo solo quattro pareti e nient'altro. E' per questo che ha cominciato ad urlare. Ha sentito la voce bassa, il vento ha cessato di soffiare. Gli uomini muoiono soli. Gli uomini devo smettere di nascere per non poter morire inutilmente.

«L'essere umano ha scoperto il suo paradosso, l'esistere ma cercare da sempre di non esistere. Si è messo a strisciare sulle pareti, ed a schiacciare le foglie sul pavimento aperto di casa. Ad abortire figli per poi gettarli dalla finestra.


Il Docente di storia inalò del fumo dal sigaro che aveva appena acceso.


«Dico solo, mio caro collega, che l'intero grumo di quegli individui, secondo le mie convinzioni, sia un sunto visibile del concetto: Umanità stanca di se stessa.

«Magari non mettono i padri ad ingrassare e poi se li masticano per celare il corpo. Forse nemmeno buttano gli aborti dalle finestre la notte. Ma non c'è bisogno che si facciano queste cose. Ti basta allungare di poco le narici per sentire l'alito stagnante che alberga fra quelle pietre storte. Quelle finestre aperte. Poiché nessuno è interessato a derubare un cadavere o una casa vuota.»


La moglie lo guardò storto di nuovo, poi si alzò dicendo di dover usare la toilette. L'uomo ne approfittò per raccontare cosa gli era successo la notte scorsa. Lo fece nel modo in cui si racconta un sogno, esonerando le parti più delicate della vicenda. Gli raccontò di come si era svegliato, aveva visto quella lanterna a forma di gatto che lo fissava fluttuando vicino alla finestra, della strana donna per cui provava un insolita attrazione. Disse insolita per rimanere nel vago. Alla fine, di come era volata via, per poi, aggiunse lui, “Svegliarsi”.

Aveva paura di essere giudicato. Il collega d'altra parte ne restò colpito.


«Molto interessante. Vorrei fare più sogni del genere, per avere qualcosa a cui pensare durante la giornata. Credo che tu sia stato semplicemente influenzato molto da quello che ti avevo detto e che sapevi di questa città e del suo peculiare fenomeno annuale. Il resto sono riferimenti che non posso decifrare, solo tu potrai farlo».


Si sporse in avanti per guardare le luci sul lago alle sue spalle. Erano accresciute drasticamente di numero.


«Non sogno qualcosa da anni. E' sempre il solito buco nero da quando mi addormento a quando mi sveglio. Certe volte prosegue anche dopo la veglia. Sarebbe meglio non parlarne ora.»


Il Collega di storia scoppiò in una risata nervosa.

La donna era tornata.


«Tesoro, vado a pagare e ce ne andiamo da qui. Andiamo verso la piazza. Vorrei mostrare al mio amico lo spettacolo dei Fratelli. Credo sia già iniziato. Ormai solo i turisti lo vedono, o chi lo fa da anni per tradizione, non penso troveremo molta fila».


La donna annuì. Se ne andarono tutti e, dopo che l'Insegnante di Storia fu stanco di fumare, si alzò per andare a pagare il conto. L'Insegnante di Letteratura non insistette.

I due amici del trio che stavano giocando sull'altro tavolo non c'erano più. C'era solo il terzo che stava fisso verso il lago, a farsi togliere l'espressione dalla notte. La coppia muta anche quella era andata. Il piccolo starà dormendo da parecchio, sognando le luci sfocate che lo salutano da lontano. Il padre starà sognando di non svegliarsi più.




4



C'era poca fila d'avanti al tendone. Lo spettacolo doveva essere iniziato da almeno un ora. L'uomo grasso era seduto ancora lì, il volto maculato dalla noia rabbiosa, la camicia spuntava brutalmente dal giaccone di pelle consumata. Era molto sudato, non sembrava rendersene conto. Vicino al barattolo pieno di banconote giacevano almeno venti sigarette spente in un posacenere di marmo. Sopra la sua testa un cartello spiegava gli elementi che avrebbero costituito lo spettacolo. era una calligrafia pigra, spianata con un pennarello indelebile mosso da dita gonfie.



“I Miraggi della notte infinita” presenta:


Le sorelle cieche della notte e le loro giravolte.


I Coltelli asiatici dell'uomo senza volto.


I Fantastici animali fluttuanti delle tre notti.

  1. M, Il dominatore dell'aria e del vuoto.



Al di sotto della lista c'era indicato il prezzo per entrare. Quando stava per toccare a lui, Il Maestro di Scuola Elementare si tastò le tasche, controllando se nel portafoglio c'era il credito necessario, se avesse dimenticato i soldi. Ovvio che li aveva, lo sapeva benissimo, era soltanto un vizio che aveva ogni volta, da quando si accorse di non poter pagare e restò di fronte ad un commesso non sapendo cosa dire o fare. Quando toccò al Collega e a sua moglie che si trovavano di fronte a lui, questo pagò per entrambi. L'uomo Grasso lo guardò storto senza battere ciglio. Il Maestro porse le banconote senza nemmeno guardarlo negli occhi voi, ma era sicuro che avrebbe trovato lo stesso disegno.

Una volta chiuse le tende l'entrata si mostrava scura, si poteva scorgere una luce lontana da cui proveniva un baccano che stranamente non proseguiva verso l'esterno. Le persone parlavano a bassa voce. Ad un certo punto, appena furono entrati e visibili a coloro che già da tempo recavano nell'agio di essere pubblico invisibile, il baccano che prima imperversava cessò di scatto. Qualcuno si girò per osservare i ritardatari mentre cercavano dei posti a sedere. Ci riuscirono ed erano anche vicini fra di loro. Il palco era muto e scuro, soltanto una luce fievole ne illuminava il centro. Si sentivano sussurri aleggiare per tutta la platea, crescevano man mano che l'attesa cresceva. L'unica luce debole morì del tutto, erano al buio adesso. Improvvisamente esplosero delle trombe, tutti intorno a Lui saltarono dalla sorpresa, tanto che queste erano violente ed inaspettate. Il palco era ancora buio, si vedevano però delle figure salirci sopra. Quando le luci tornarono fu accecante. Degli uomini vestiti di una veste attillata a righe fucsia armeggiavano piccole creature simili a furetti. Dondolavano da una parte all'altra per poi lasciarsi andare e fluttuare, lanciavano gli animali e se li lanciavano come se fossero palloni da spiaggia. Non avevano fiamme addosso, né qualcosa che potesse sopportare dei movimenti così liberi. L'uomo guardò il Collega, seduto accanto a lui, egli si girò allo stesso momento, sicuramente si stava domandando se il suo collega si stesse domandando qualcosa.


«Se ti stai domandando come fanno a fluttuare senza niente, la risposta è in un congegno sotto il palco, invisibile e indolore, che concentra del calore soltanto in quella zona.»


Il Docente di Storia aveva la bocca vicino al suo orecchio sinistro.

«Una volta era meglio a mio parere, ormai tutti lo sanno, tranne chi è di fuori, come te. Non sai quanto tutti in questa città vorrebbero essere te in questo momento. Compreso io.»


Adesso che mi hai detto questo sono come tutti gli altri, te compreso, pensò. L'incessante fremito di tromba continuava ad inveire da tutte le direzioni, ma non si vedeva alcuna orchestra, soltanto gli alberi a cui si aggrappavano le figure fluttuanti in quella truffa palese che la maggior parte dei presenti ignorava per noia o tradizione. Gli animali sembravano abituati ad essere scaraventati e a fluttuare come nello spazio, dovevano esserci abituati. Anche se lo trovo parecchio misterioso che degli animali, quanto degli uomini, possano addestrarsi tutto l'anno per qualcosa che si può sperimentare solo per pochissimi giorni ogni anno. Lo spettacolo fu interessante solo per i primi dieci minuti, dopo divenne ripetitivo, stancando non poco l'attenzione del Maestro. Pensò ad altro.

Lo spettacolo finì, per il suo sollievo. Da quello che c'era scritto sul cartellone doveva essere il penultimo. Un motivo in più per rallegrarsi. Di nuovo comparve quel silenzio improvviso. Alcune persone, che forse erano lì da tanto, si alzarono per andarsene. La luce poi ritornò di colpo, questa volta non era accompagnata dal ruggito di uno strumento. Al centro, immobile, stava l'uomo enorme che aveva visto esibirsi qualche ora prima. Doveva essere il punto forte di quella compagnia, dato il numero di applausi che ricevette, insieme alla loro durata. Qualcuno si alzò per esultare più degli altri. Questo non si mosse, restò immobile, era una statua di cera. Di nuovo il silenzio, poi si mosse lentamente mettendo in risalto qualcosa che aveva nella mano, i suoi movimenti erano seguiti da un tamburo dal suono sordo e intimo. Era un accendino. Lo teneva stretto, avvicinò la bocca allungata dello strumento ai pantaloni di un materiale indecifrabile. Erano lanuti, non li indossava durante l'anteprima. Accese una fiamma e presto questa si propagò per tutto il tessuto. Era molto calmo, agiva come se facesse queste cose tutto il giorno, tutti i giorni. Non sembrava percepire dolore. Probabilmente era così pesante che non se ne faceva niente del calore che fuoriusciva da sotto i piedi. O magari era per aggiungere quel perimetro di pericolo in più che imbambola le masse più di ogni altra cosa. Si librò in aria con una capriola e subito fu in alto, molto in alto, arrivò a superare gli alberi, poi con un gesto mostruosamente disinvolto tornò verso il basso. Il pubblico rispose molto bene. Rispetto all'esibizione con gli animali, questo incantava nonostante la sua semplicità, era un uomo che sfidava se stesso diventando altro da sé. Era l'aria stessa che respirava, ed essa respirava lui. Spingeva possentemente il suo corpo da un albero all'altro, passava in bilico fra una piuma e un blocco di acciaio con i pantaloni che ancora bruciavano senza dolore, senza raggiungere la carne, una meteora elegante che gioca con le sorti di chi sta sotto a osservare. Quando si stancò di girovagare in mezzo al palco tornò sulla terra ferma, per un attimo immobile. La gente non applaudiva, sentiva che la portata migliore stava per arrivare. Di scatto si alzò con una forza impressionante, i muscoli contratti si rilassarono per poi tornare rigidi, spioventi dalla schiena e le braccia enormi. Era un proiettile lanciato verso il cielo coperto dal tendone. Mentre era a mezz'aria cambiò istantaneamente posizione, i piedi erano per aria, la testa puntava al terreno. Nessuno fiatava, erano tutti diventati quell'uomo che non era più tale cosa umana. Con le piante dei piedi si poggiò al tetto del tendone, per poi venire giù di nuovo. Qualcuno nel pubblico urlò. All'inizio non si capiva, ma il motivo doveva essere nella sezione scucita del tendone. L'uomo era tornato sulla terra incolume, però nessuno lo degnava più di uno sguardo. Fissavano tutti il foro sul soffitto del tendone.


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