scrivi

Una storia di Luce

Bianco

Il colore di chi non ha paura

141 visualizzazioni

10 minuti

Pubblicato il 13 dicembre 2018 in Storie d’amore

0

Bianco. Quel colore così chiaro e così buio al contempo. Era la luce, la speranza, la perfezione ma anche il vuoto, l'oblio, l'abbandono e la solitudine. Era tutto così bianco che pensavo di perdere l'equilibrio e la ragione perché anche il suo viso era bianco, le sue mani erano bianche, persino il suo vestito era bianco. O, almeno, questo era il mio ultimo ricordo di lei prima che la portassero in ospedale. Guardai l'orologio e il suono delle lancette iniziò a stonare così assurdamente da rendere tutto quel silenzio un enorme frastuono. Lasciai cadere tutte le rose che avevo tra le mani e aprii la porta che avevo difronte, infrangendo tutte le promesse che avevo fatto qualche ora prima. Dovevo vederla, assicurarmi che stesse bene. Ma non era così. Mi sedetti accanto a lei, su quel letto, per accarezzarle il viso, spostando prima alcune ciocche bionde di capelli. Ma per la prima volta i nostri occhi non potevano parlarsi. I suoi occhi, quei due occhi così gioiosi e così lucenti, quelli che lei non aveva mai apprezzato abbastanza, quelli che erano diventati casa mia, adesso erano chiusi. Passai il dorso della mia mano sul suo collo: era fredda come il marmo, da far paura. Poi passai al suo braccio fino ad arrivare alle sue mani. Erano perfettamente curate, come sempre, ma erano così leggere che avevo paura potessero spezzarsi. Con piacere notai che le sue dita, per fortuna, combaciavano ancora perfettamente con le mie e persino i nostri respiri si erano sincronizzati. Questo mi fece sorridere per un attimo.


-Chi è lei?- mi spaventai al suono di quella voce grave alle mie spalle.


Mi alzai in piedi di scatto e mi voltai verso la porta incontrando proprio chi speravo di non incontrare.


-Ancora lei, signor Parker?- disse il medico. -La signorina non può ricevere visite al momento. Aveva promesso di restare fuori!-

-Lo so. Io…volevo solo vederla.- risposi, poi le dedicai ancora uno sguardo, voltando la testa.


Potevo giurare che, dietro alla mascherina, sembrava che Madison mi sorridesse ancora, nonostante quel posto, nonostante tutto.


-Voglio solo sapere come sta.- dissi guardando di nuovo il mio interlocutore.

-Avrà sue notizie più tardi, adesso non può stare qui. La prego di uscire.- replicò lui aprendo la porta.

Spazientito mi avvicinai alla porta e, senza nemmeno voltarmi, uscii da quella stanza rapidamente. Restare ancora lì dentro senza poter fare nulla per Madison mi avrebbe distrutto e, dato che era la terza volta che vi entravo contro il volere dei medici, decisi di ubbidire per una volta.

Ritrovai per terra le rose che avevo fatto cadere qualche istante prima. Erano rigorosamente blu, e sparse a terra, sembravano quasi una macchia d’inchiostro su un’enorme tela. Erano le sue preferite, impazziva quando le se ne regalava una! Che poi la rappresentavano così bene: piene di spine come il suo carattere così schietto e pungente, ma così belle da lasciare senza fiato.


-L’aspetti anche tu?-


Mi voltai verso la voce che mi stava parlando, lasciando perdere per un attimo le rose. Difronte a me c’erano gli occhi di Madison e il suo timbro di voce, ma, purtroppo, non c’era lei. C’era, infatti, un uomo sull’ottantina, comparso dal nulla.

Non avevo mai visto quell’uomo prima d’ora, non avevo idea di chi fosse né del perché somigliasse così tanto a Madison.

Era alto, molto alto e la sua schiena era curvata. Sembrava anche molto magro, nonostante il maglioncino blu che indossava, e si teneva in piedi a malapena, con l’aiuto di un bastone di legno. Non aveva molti capelli, anzi, si poteva dire che era quasi del tutto calvo. Quello che più mi aveva attirato all’attenzione era la sua ampia e sporgente fronte piena di rughe. I suoi occhi, invece, erano piccoli, di un verde intenso che mi ricordava lei, e il suo naso e la sua bocca erano molto sottili.


-Ti ho chiesto se aspetti anche tu Madison.- disse, sedendosi poi su una delle sedie accanto a me – Sono davvero stanco!-

-Mi scusi, ma lei chi è? E come conosce Madison?- chiesi confuso.


Nella mia testa cercavo di trovare uno stralcio di ricordo che mi riportasse a lui, ma decisamente Madison non me ne aveva mai parlato. E questo era abbastanza strano dato che, da quando era rimasta orfana, qualche anno prima, viveva qui a Rye insieme alla mia famiglia, o, per meglio dire, la nostra famiglia. La mia famiglia infatti l’aveva adottata e, da quello che ne sapevamo, non aveva altri parenti.


-Ah! E’ una storia lunga ragazzo!- disse sospirando, poi appoggiò il suo bastone su una altra sedia.

-Beh credo di avere abbastanza tempo per ascoltarla tutta.- replicai incrociando le braccia.

-E cosa ti fa credere che io abbia voglia di raccontartela?- disse lui, con tono altezzoso.

-Sono la persona più vicina a lei, ho il diritto di sapere cosa ci fa uno sconosciuto a visitarla!- risposi irritato.

-Ah, si? E chi saresti? Sentiamo.- disse incrociando a sua volta le braccia.

-Lei chiede a me chi sono io? Questo è davvero assurdo!-


Ero completamente sbalordito dal comportamento maleducato ed arrogante di quell’uomo e il fastidio accostato alla tristezza non avevano mai fatto un buon effetto nella psiche di nessuno, tantomeno nella mia.


-Senta, mi ascolti bene: non ho intenzione di perdermi in chiacchiere mentre la mia fidanzata combatte tra vita e morte quindi mi spieghi immediatamente lei chi è!- dissi avvicinandomi a lui.

-Secondo te, io chi sono?- chiese lui alzando la testa a fatica.

-Secondo me lei è solamente un grandissimo rompiscatole e voglio che lei vada subito via da qui..- risposi io, più arrabbiato di prima.

-E io credo che tu sia veramente stupido, eppure sono qui a parlare con te senza lamentarmi della tua presenza.-


Ero a tanto così dal chiamare il medico e far mandare via quell’uomo, prima di poter reagire in modo irreversibile, quando questi disse qualcosa che mi sconcertò.


-Scusami ragazzo se sono stato scortese è che ho davvero una lunga storia da raccontare e, se asserisci di essere ‘la persona più vicina a lei’ allora varrà la pena che tu l’ascolti con molta attenzione.-


Dentro di me sapevo che l’unica cosa che potevo e volevo fare era ascoltare quell’uomo, anche se non sapevo bene il perché. Semplicemente mi stava intrigando.


-Conosco Madison da quando era una bambina, veniva tutti i sabati e le domeniche a trovare me e mia moglie, abitavamo nello stesso paesino.-


L’uomo spostò lo sguardo verso il muro che c’era dietro di me e iniziò a raccontare. Titubante mi sedetti accanto a lui, pur mantenendo una certa distanza, e drizzai le orecchie prestando molta attenzione alle sue parole.


-E’ sempre stata una bambina molto vivace, molto curiosa, dotata di un’estrema intelligenza. Era sempre pronta a fare domande, osservazioni e ad esprimere giudizi riguardo a ciò che sentiva e vedeva. Soprattutto di quello che vedeva! Infatti amava l’arte, in tutte le sue forme: dedicava tutte le sue mattine a disegnare quello che vedeva tra le nuvole inventandosi animali e persone che potevano realmente essere solamente frutto della sua enorme fantasia. Poi, dopo pranzo, ballava sempre con mia moglie qualche valzer. Era una bambina diversa dalle altre, indubbiamente: troppo matura per la sua età, sempre troppo avanti e trovo che questo l’abbia sempre fatta sentire fuori posto. -


Questo mi suonava davvero familiare dato che Madison aveva l’abitudine di passare ore stesa sull’erba a guardare le nuvole e, spesso, mi portava con sé. Associare questo pensiero alla storia dell’uomo mi fece pendere ancora di più dalle sue labbra.


-Devo dire che amava stare con la sua famiglia e con noi, ma non aveva amici, a parte gli animali della fattoria dei suoi genitori con i quali, appunto, passava molto del suo tempo. I suoi genitori, infatti, lavoravano sempre molto durante il fine settimana e quindi, per non stare sola a casa, lei veniva a stare da noi. Uno di questi giorni venne a casa nostra, come sempre, ma la sua faccia era molto triste. Con una voce esile, esile, mi raccontò, quasi in lacrime, che si sarebbe trasferita qui in Inghilterra e che non voleva lasciare l’Irlanda, però suo padre e sua madre erano stati trasferiti dall’azienda per la quale lavoravano, a Londra. Allora la rassicurai che si sarebbe subito ambientata, conoscendola. Aveva solo quindici anni...-


Ero davvero confuso e non capivo cosa ci facesse quell’uomo lì né perché mi stesse raccontando quella storia, ma allo stesso tempo ero davvero curioso di sapere qualcosa di più sul passato di Madison. L’uomo fece un sospiro poi chiuse gli occhi e continuò a raccontare:


-Quando si trasferirono persi ogni contatto con loro, ma un giorno, dopo circa due anni, mi arrivò una lettera. Nazareth House, 2 Hastings Road, Bexhill, veniva da lì: un’orfanotrofio. Le prime frasi le ricordo vividamente: ‘Caro Shane, se oggi mi mettessi a disegnare ciò che vedo tra le nuvole disegnerei il terrore e se dovessi ballare, lo farei sulle note di un canto funebre perché oggi ho scoperto che si può perdere ciò che si è perso già da tempo e soffrire comunque. Adesso mi ritrovo chiusa nel dolore, tra quattro mura sconosciute in una cittadina odiosa dove l’unica consolazione è un ragazzo di campagna.’

Adesso capisco che parlava di te. Comunque, prima, non sapevo in che mani fosse e, dato che mia moglie era venuta a mancare già da qualche mese, decisi di mettermi in viaggio e partire per l’Inghilterra. E’ stato un anno di viaggio, l’anno più tosto della mia vita ma sapevo che l’avrei trovata. La mia piccola Maddy, l’ultima persona su questa terra che ancora mi appartiene in qualche modo...-


L’uomo concluse la sua storia con gli occhi lucidi, totalmente e profondamente coinvolto dalle sue stesse parole. Io, invece, ero allibito da quello che avevo appena sentito, non potevo credere che Madison non me ne avesse mai parlato. In tutta la confusione del momento, dove la mia testa era piena di domande mi venne solo in mente di pronunciarne una, forse la più importante: cosa ci faceva lì?


-Lei come sapeva che adesso Madison vive a Rye? E come sapeva dell’incidente?-


-Quando sono arrivato all’orfanotrofio una delle suore mi ha detto che Maddy era stata adottata già da un anno e che viveva qui. Allora ho pagato un tassista perché mi portasse fino a qui e, una volta arrivato, ho chiesto indicazioni per trovare l’indirizzo datomi ma mi hanno detto che aveva avuto un’incidente. Suppongo che le voci girino veloci in cittadine piccole come questa.- disse alzando le spalle.


La storia mi sembrava sempre più strana e nella mia testa c’erano sempre più domande pronte a fuoriuscire dalla pentola. Ancora non potevo credere all’incredibilità di quella storia.


-Lei ha veramente fatto un anno di viaggio, rischiando tutto, solo per ritrovare Madison? - chiesi del tutto stupito. -Voglio dire non ha mai avuto paura di non trovarla mai, di non rivederla mai più?-

-No.-

-No?-

-Ricorda ragazzo: amare è l’occupazione di chi non ha paura.- rispose abbozzando un sorriso -Lo diceva sempre un amico.-

-I parenti di Madison Parker?-


Il medico, interruppe la nostra conversazione per avvicinarsi e parlarci. Dopo quel momento così intenso, avevo quasi dimenticato di essere in ospedale, aspettando risposte sulle condizioni di Madison.


-Si.- risposi ansioso.

-E’ sveglia.-


Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×