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Una storia di MirianaKuntz

Da parte della sposa o dello sposo?

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6 minuti

Pubblicato il 20 aprile 2021 in Storie d’amore

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Lo osservavo senza farmi notare, tutte le volte che smettevamo di fare l’amore, il suo viso era come arrossato dal sole. Lui non ha la pelle chiara, eppure si avvampa come d’estate dopo avermi avuta.

È strano pensare di essere caduta in lui, a piccole gocce, e poi tutto d’un fiato, se tecnicamente, è lui che è caduto in me, con tenui bracciate e poi battendo la mareggiata del mio respiro affannoso. Penso di cadergli dentro, tutte le volte, perché è come avvelenato da qualcosa che espongo, da qualcosa che dico, è come avvelenato dalla mia saliva, dal mio respiro caldo, dalla breccia sottile dei miei capelli scuri. Quando mi tocca, lui si avvampa, come quando bevi del whisky e fuori fa freddo. Dopo aver ripreso il suo colore ambrato, si mette a fumare. Mentre boccheggia, con le gambe larghe e le spalle appiccicate alle mie lenzuola, si mette a contare il tempo che divide lui da lei. È un po’ una filastrocca, che a me mette ogni volta più paura. Ogni giro di rigo, ogni finale, ogni virgola che si affianca alla parola successiva, a me viene più paura. Quella canzone fatta di tempo meccanico, di parole crociate, di pause sul finale, mette fine ogni volta al nostro incontro. È l’orologio d’oro che porta al polso destro però, il principale tiratore scelto. Quell’ammasso di luce e lancette, scaglia ogni volta frecce più larghe, trafiggendomi il cuore nel punto più fragile che ho. Butta fuori il fumo dalle narici, un po’ lo tiene dentro, respirandolo, si sente meglio, almeno è la scusa che trova quando il mio sguardo accenna ad un rimprovero. Allora il mio veleno si mescola al tabacco salmastro, mentre lui gioca con la parte ferrosa del mio letto. È l’ultima volta che facciamo l’amore, l’ultima, prima del grande giorno. Lui si sposa, e all’altare non ci sarò io. Me l’ha detto una volta che ero affacciata a picco sul mare. Mi aveva portato -a star bene- perché il sole e il mare fanno stare sempre bene, lo diceva anche mia nonna. Avevo assaggiato da poco un buonissimo gelato, mi ero stretta nelle sue braccia, pensando che quel momento aggrappandosi al ghiaccio della porzione che non avevo ancora mangiato, potesse cristallizzarsi e durare per sempre. Respiravo a pieni polmoni il suo odore, e lui sembrava fare lo stesso. Quando mi staccai, giusto il tempo per riprendere fiato, lui mi disse con la velocità di un corridore, che si sarebbe sposato da lì a qualche mese, che era necessario, che era giusto, che a lei doveva il tempo che aveva speso a curargli il giardino infetto della sua vita. Dalle mie mani, il cono gelato cadde, ruzzolando sugli scogli. Mentre osservavo la panna sciogliersi a formare una pozza biancastra, le onde iniziarono a fare capriole le une sulle altre, trasformando una tavola piatta in una raffica di cazzotti bagnati. Non riuscii a guardarlo negli occhi, né a dire una parola. Lui prendeva sempre scelte senza ascoltare ciò che pensassi, dava per scontato che a me stesse bene, dava per scontato che per amore si sopporta anche questo. Mi sentii cadere insieme al gelato, le mie ossa dopo quella caduta non si calcificarono mai. Ero come zoppa, andavo avanti nella vita trascinando gli arti inferiori con la stessa fatica di una vecchietta. Rinunciando a lui, avevo rinunciato alla possibilità di correre, camminare, respirare. Le mie gambe erano come mozzate nel mezzo, non volevano più saperlo di tornare a muoversi veloci come prima. Senza di lui non esisteva movimento, non c’era corsa, non c’erano passi né viali. Mi sciolsi come quel gelato. Dopo poco, tentai una carezza, gesto che aveva tutta l’aria di essere una preghiera. Non dissi niente, non mi avrebbe ascoltata. Facemmo l’amore ancora un paio di volte, fino a quel giorno dove la sua faccia mi era sembrata ancora più avvampata.

Si vestii in fretta, si aggiustò l’orologio, rimise il silenzioso al telefono come a togliermi la possibilità di ribattere. Poi riprese a muoversi, a salutarmi con la mano, dopo che hai pagato il conto a una puttana, e te ne torni a casa. Il giorno dopo misi il vestito migliore che avevo, avevo iniziato a bere dal mattino, rendendo muti i sensi, pacificando la guerra che mi era scoppiata in testa. Corsi alla chiesa che avevano scelto, presi posto nei banchi finali, quelli che nessuno sceglie, perché troppo lontani per vedere tutto. Guardare da quella distanza, mi sembrava già un sacrificio troppo grande da subire. Lui era impalato all’altare, si sistemava il fiore all’occhiello, dava piccoli saluti a chi lo conosceva da sempre. Quando la sposa fece cenno all’entrata, gli invitati sembrarono rivolgersi tutti verso di me, mi sentii sbagliata, confusa, inerme. Lei aveva un vestito d’organza, ricamato sulle spalle, persino trasparente sulla schiena. L’avevo vista diverse volte accanto a lui, e molte altre volte avevo visto le sue foto. Eppure mi ero solo fatta un’idea di come fosse, di cosa le piacesse fare, di che frasi usasse per parlare a quello che credevo fosse l’amore della mia vita. Era bella, forse più di me, che quel giorno per mettere a posto i capelli, avevo impiegato forse due ore. Più si avvicinava all’altare, maggiore era la mia paura. Lui aveva lo stesso viso avvampato, lo stesso che guardavo intontita ogni volta che facevamo l’amore. Era come inebriato da quella visione, ammaliato dal bianco candore, dal suo sorriso accennato, dal modo in cui le sue adorabili scarpe toccassero il marmo altero della chiesa. Mi strinsi nelle spalle quando lui le baciò la mano, rispettando i precetti della chiesa, dove si racconta che la sposa non viene toccata prima che dio unisca le loro vite. Tutto di lei, si svuotò in lui, procurando un rimasuglio incolore col mio nome. Esso cadde ai loro piedi, evitando persino di sporcargli le scarpe. Ciò che eravamo stati strisciò fino a me, e poi cadde di fuori, imitando il gelato sugli scogli. Il suo amore per me, si sciolse, il mio per lui divenne ferita. Quando mi passarono davanti, ormai uniti in qualcosa che lui pensava incancellabile, arrivai persino a guardarlo. Lui rimase impassibile, come quando guardi un passante, uno sconosciuto, un miserabile che non conosci. Non vide bellezza in me, nemmeno nel mio vestito più bello, nemmeno nei miei capelli tirati a nuovo, né nel mio silenzio. Ero una macchia colorata in mezzo ad un tripudio di bianchi confetti, nastri, giacche a doppio petto. Finse di non conoscermi, stretto alla mano di quella donna che non mi conosceva affatto. Sembrò persino sorridermi per un momento, perché le spose sorridono sempre, anche ai miserabili.

Prima che potessi scappare via, uno degli invitati si appoggiò alla mia spalla: “Da parte della sposa o dello sposo?” mi chiese poi curiosa. Provai a rispondere, ma le parole mi si mescolarono al vuoto. Ero secca nella bocca e nella mente. Mi si incollarono insieme la rabbia e la tristezza, e scappai via, subito dopo l’uscita dei due. Sentivo il rumore dei miei tacchi sull’asfalto asciutto d’estate. Rimasi scalza, stringendo le scarpe tra le mani. Mi sentii per la prima volta io rossa in viso. Non ritornai ad essere bianca nemmeno dopo tre sigarette, nemmeno dopo il secondo gelato, nemmeno dopo il bagno, nemmeno quando dopo la luna di miele, lui era piegato sul mio corpo, in cerca di un sussulto maggiore, con al polso il suo nuovo orologio.


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