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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine TUTT'ALTRE STORIE

Just an illusion

(..poetica del silenzio).

163 visualizzazioni

8 minuti

Pubblicato il 27 dicembre 2018 in Fantasy

Tags: #Filosofia #Illusione #Narrativa #Poesia #Silenzio

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Just an illusion, (..poetica del silenzio).


“Se una persona è in grado di collegare e accumulare abbastanza energia, gli avvenimenti casuali iniziano a verificarsi con una notevole frequenza” (1).


Dacché quell’uomo se ne sta seduto al tavolino nella sua spoglia stanza, davanti a un blocco quadrato di fogli bianchi, intento nello scrivere, nessuno può dirgli nulla. A suo modo è tranquillo, tiene in mano il mozzicone di una rossa matita da falegname, ma non perché faccia quel mestiere, solo perché una matita lunga, sottile, potrebbe diventare qualcosa di pericoloso per sé e per gli altri che condividono lo spazio e il tempo della sua detenzione. È immobile, concentrato a cogliere la bellezza dell’ora che gli scorre davanti, o forse la perplessità di ciò che immagina accadere di là della finestra aperta sul cielo, sbarrata da una grata di ferro che lo suddivide in ampi quadrati nettamente tracciati, incorniciati immagina, come tanti quadri sulla nuda parete della sua vita.

Ogni pagina del blocco che ha in mano corrisponde a uno dei quadrati della finestra, dodici in tutto, in ognuno dei quali, durante il giorno, e sempre più spesso della notte ormai, inserisce un suo diverso pensiero, spostandosi ora in questo ora in quello, quasi senza discernimento, seguendo un computo matematico che trasforma ogni sequenza di numeri in un arcano, un rompicapo, un sudoku, che lo salvaguarda da false intrusioni. Non è casuale che inizi a contare dal primo all’ultimo o dal basso verso l’alto, che li suddivida in gruppi di due, di tre, di quattro, di sei, o come capita, in determinati giorni, in un unico blocco di dodici, senza tener conto delle sbarre che gli precludono lo sguardo d’insieme.

Difficile prevedere quando ciò accadrà, stabilire perché, o che cosa lo spinge a dialogare col nulla: se l’intensità della luce che entra attraverso la finestra, oppure, una certa empatia col silenzio che regna indisturbato e da cui nessuno può distrarlo, se non con la forza; più esattamente, di conformarsi con quel cielo in cui sembra assorto e che attraversa la sua capacità di riflessione, e gli procura una certa capacità di capire, di condividere i pensieri, di lasciarsi coinvolgere dalle emozioni. Non sempre quello che la sua personalità distratta gli dice di fare coincide con quello che gli altri si aspettano da lui, maggiormente quando il silenzio propaga l’eco infinita delle parole che lui pure non ha ancora pronunciato, e che rivelano tutta la loro usura, consentendogli un minimo d’introversione: – … per questo la parola non emerge dal silenzio e l’immagine dallo sfondo, ma parole e immagini diventano lo sfondo da cui ciascuno deve ritagliare un brandello di silenzio per incontrare se stesso (2).

O forse, solo per costruire una diversa immagine del tempo, dare un senso diverso alla propria esistenza. Un vero e proprio attraversamento dell’abisso in cui si perdono le cose e la cognizione del tempo, per difendere il proprio assetto esistenziale, l’ordine abituale della propria vita – … per proporre invece l’interminabile esperienza della ricerca del tempo andato, la ricerca di un’altra storia e di un diverso rapporto con il passato e con il presente (3), ma forse le distinzioni sono soltanto una forma-mentis che salva dal sostare nella liminalità e connotare la costruzione di senso attraverso un agire non-corporeo necessario ad una ridefinizione critica del reale.

Eppure quel passato che parla nel silenzio, lui non l’ascolta, non gli concerne, non serbando memoria di ciò che se pur è stato invero non è mai stato, che invero non conosce realtà alcuna, soltanto un’unica incommensurabile assolutezza, che svuotata delle parole e delle immagini pure, senza il bisogno di un esplicito consenso, penetra in modo invadente e indiscriminato il suo spazio mentale, finendo per capovolgere la sua visione d’insieme. Allora il silenzio è qualcosa su cui contemplare, che rifugge la futile parvenza per risalire all’essenza della realtà. I suoi gesti, che pur egli trattiene nell’immobilità del corpo, i pensieri che pur fissa nella mente, tradiscono tuttavia qualcosa che non è da lui immediatamente percepita, il rischio di perdersi delimita il suo essere altro, dentro una fissità che lo sottrae a ogni possibile cospetto.

Non c’è silenzio nelle parole, non c’è mutismo in alcun gesto, come non c’è nell’arrestarsi improvviso del movimento delle nuvole in cielo. Negli strati più alti della stratosfera, infuriano in ogni caso i venti cosmici a smuovere i pianeti, guai se si arrestassero, il tutto potrebbe finire per confondersi nell’abisso impenetrabile di una complessa possibile follia. Nell’immediatezza straordinaria delle nuvole che attraversano i riquadri della finestra, avviene forse il dramma di un’identità che s’impone, che si sofferma, talvolta, oppure che scorre lentamente e irrimediabilmente destinata a scomparire, come genesi, o forse epifania, la cui evoluzione, forma il nucleo esterno e sensibile di un’impalpabile corposità, che non è un negarsi a se stesso, quanto un rivelarsi altro, del tutto diverso da sé, un porsi e un rovesciarsi che non richiede mediazioni, prove, verifiche, perché non razionale.

Quell’uomo non s’interroga, non valuta, non confronta passato e presente, non richiede riconoscimento alcuno, non sospetta, non sfugge a un’implicazione interamente giocata sull’immediatezza di pochi atti visibili, come seguire con lo sguardo il passaggio delle nuvole attraverso i riquadri della finestra, e su percezioni elementari che sembrano tessere un filo soprasensibile che la memoria altrui sembra aver perduto, poiché trascesa dalla necessità dell’interpretazione razionale – “..di fronte all’infinitamente grande e all’infinitamente piccolo, l’immaginazione, dopo qualche debole sforzo, si ferma subito e annega nell’immenso vuoto che la circonda” (4).

Per quell’uomo, l’inimmaginabile, l’irrappresentabile, dopo tutto, può essere pensato, rappresentato, in un no-luogo oltre il quale si arresta l’immaginazione, destinata a restare inappagata oltre i limiti della sensibilità, quelli stessi che determinano le estreme conseguenze della sua concezione, mostrando una facoltà dell’animo che trascende ogni misura dei sensi e che trova conferma nel sorgere di una maggiore percettibilità, nel concetto di performatività, come chiave interpretativa, ad esempio, sulla linea d’onda della bellezza, lì dove la bellezza è contemplazione, ammirazione, estasi. In fondo anche la bellezza è un’illusione percettiva utile a connotare di una veste teorica la costruzione di senso.

Siamo davvero al limite, vale a dire in quella zona franca della liminalità – “..in quella zona potenzialmente feconda di riscrittura dei codici culturali” (5) e di trasformazione che investono il singolo e, a seguire, tutta la società, come rottura di una norma, come infrazione di una regola, che può essere deliberatamente, addirittura calcolatamente premeditata. Il concetto di limen significa infatti “soglia”, “margine” (in latino), e l’uomo immerso nel silenzio spesso abita quel margine, lo sguardo puntato contro le nuvole, valica la soglia, e sotto certi aspetti è legittimato a farlo. È per così dire, il suo necessario “rito di passaggio” (6), originato nell’atto di tracciare il solco del nuovo, che gli occorre per superare il limite posto dalle sbarre, per andare oltre la misera realtà che gli concerne, oltre la messa in scena performativa del proprio corpo, oltre se stesso. Un’illusione, appunto.

“L’essenza della liminalità consiste nella scomposizione dei fattori costitutivi e nella ricomposizione libera e “ludica” dei medesimi in ogni e qualsiasi configurazione possibile, per quanto bizzarra” (7), in cui potenzialmente potrebbero insorgere nuovi modelli comportamentali, ma anche nuovi paradigmi, per così dire, nuove regole combinatorie, l’anonimato e l’uniformità, la conformità sessuale, l’essere vivi che morti, spinti verso l’invisibilità corporale, oppure l’insorgere di forme strane, di “modelli” da ibridare, che possono dar vita a combinazioni inusuali, contrapposte allo status quo, in tutto o in parte. In realtà, è anche attraverso il “disordine”, o meglio in un ordine diverso, (dei quadrati delle sbarre della cella), che si può affermare l’esistenza di un’altra realtà, è nella liminalità che può fermentare il nuovo, attraverso la stimolazione della nostra mente - corpo.

Quando il silenzio propaga la sua eco, le parole rivelano tutta la loro usura. Ecco che sentiamo la necessità del silenzio, un posto non inondato dai rumori e dalle immagini, che consenta all’anima un minimo di introversione, dove ciascuno possa ritagliare un brandello di silenzio per incontrare se stesso. L’uomo nella cella difficilmente incontra se stesso, per lo più trasforma la natura stessa del silenzio che diventa qualcosa di sospetto. Mi riferisco a quei silenzi tesi, chiusi, impermeabili alla comunicazione, o impenetrabili, propri di chi vive ogni incontro come un pericolo per la propria integrità. E allora si nasconde dietro una fortezza silenziosa che gli consente di tenere a distanza le parole e di difendersi da esse. Imbavagliato dal silenzio e quasi protetto, alla fine odia tutte le parole contenute nei vocabolari, nei dizionari, nelle enciclopedie, contribuisce alla disgregazione del castello delle parole, alzando un muro contro, respingendo l’eco stessa che incontra.

È il silenzio che allontana gli altri, diffondendo intorno a sé un vuoto che più nessuno potrebbe riempire, insidioso, difficile da descrivere o da immaginare, lo si scopre quando è già penetrato per devastare, far tacere, nascondere, negare l’esistenza di un mondo interiore abitato che si vuole disabitare. Non sempre è il silenzio a uccidere la parola, il suono, il rumore, che penetrando talvolta senza essere richiesto, in modo indiscreto e invadente, senza neppure bisogno del nostro esplicito consenso, finisce con lo stravolgere il “gioco” che il recluso ha iniziato inserendosi nell’inferriata della cella, per cui, il rapporto figura-sfondo, numeri e riquadri del sudoku non viene, e con esso si vede preclusa la propria libertà. Scopre allora che l’altro di sé, che pur si muoveva agevolmente sul limitare dell’esistenza, era a lui estraneo, quasi straniero, che il suo parlare nel silenzio, che pure avvertiva quando incontrava se stesso, era solo un’illusione “just an illusion!” - esclama, intorno a cui avvinghiare la propria usurata identità.


Note:

1) J. Redfield

2) U. Galimberti

3) F. Rella

4) W. Addison

5/6/7) V. Turner


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