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Una storia di SerenaDeLucaBosso

E alla fine del mondo parlammo d'amore.

Un racconto ispirato ad una canzone di Lucio Dalla.

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11 minuti

Pubblicato il 27 gennaio 2018 in Storie d’amore

Tags: #amore #guerra #racconto #luciodalla #futuro

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Il perturbante suono della sirena crebbe come un lamento lugubre nel piccolo paesino montano del nord d'Italia.

Claudia, una giovane sposa di ventisette anni, stava assorta nei suoi pensieri mentre controllava la cottura della pasta, e fu Giorgio, suo marito, il primo ad accorgersi dell'allarme che si propagandava per le strade come un urlo tetro; le stelle che stava ammirando un istante prima, affacciato alla finestra del salotto, di colpo si spensero lasciando solo il buio.

Come il gesto di una routine senza tempo, Claudia spense il fuoco sotto la pentola e corse in camera da letto per tirar fuori la valigia già pronta per le emergenze, mentre Giorgio stava prendendo i soprabiti di entrambi e ficcava le chiavi della macchina nella tasca dei pantaloni.

«Claudia!» urlò, ma sua moglie non lo raggiunse. Corse nella stanza dove la trovò a frugare nel cassetto dell'armadio: cosa stava cercando? Le aveva detto di tenere tutto pronto, ma come al solito c'era qualcosa che all'ultimo momento li stava rallentando. Avevano ancora tre minuti prima di raggiungere l'auto: dalla strada giungevano le voci e le grida della gente che fuggiva.

«Claudia andiamo!» la incita,

«L'anello di mia nonna -era presa dal panico- non lo trovo più».

Non c'era più tempo, dovevano andare.

Giorgio afferrò la valigia e ghermendo il braccio di sua moglie la trascinò fuori dalla stanza. Il boato di una bomba in lontananza li spinse fuori di casa.

Raggiunsero l'auto e appena messo in moto Giorgio partì a tutto gas per la strada già sgombra. Un'altra bomba cadde, Claudia stava seduta accanto a lui accovacciata sulle ginocchia coprendosi la testa. Per quanto le bombe facessero fracasso niente copriva le urla della gente.

La loro casa era al confine del paese, ubicata a due minuti dalla strada: Giorgio stava aggrappato al manubrio come se fosse stato in bilico su un burrone, incapace di guardare il cielo, che fino a qualche attimo prima era un tappeto di luci, immobile e placido. Gli aerei avevano approfittato del buio per colpire la cittadella, e sarebbe bastato poco a raderla completamente al suolo: Giorgio cercava di ascoltare il rumore del motore, ma il rimbombo alle sue spalle era troppo forte. Non voleva spaventare Claudia, terrorizzata come una bimbetta, ma avesse potuto sarebbe scoppiato in lacrime gridando dalla paura.

Rimasero nella stessa posizione per un tempo indescrivibile, muti e tremanti, ma quando la montagna si mise tra il paese e loro, Giorgio carezzò la schiena di Claudia invitandola ad alzarsi: «È tutto finito» le dice per quanto la gola gli si stringa.

Lei si guarda intorno, le lacrime le bagnano il viso, guarda di sfuggita il paesaggio notturno che li circonda, e guarda il sedile posteriore per assicurarsi che ci sia la valigia.

«È perduto ...» sussurrò dopo aver tastato il bagaglio, incredula che tutto quello che stesse accadendo fosse reale.

«Potevi ... -in una situazione normale l'avrebbe rimproverata, ma non quella notte, Giorgio non ne aveva la forza- Mi dispiace, ma era troppo pericoloso. Tua nonna terrebbe più alla tua vita che a quell'anello». Parlare era per lui uno sforzo enorme, ad ogni parola una fitta dolorosa lo costringeva a deglutire aria.

Claudia non disse niente, si limitò ad asciugarsi le guance.

Giorgio aveva ragione, aveva rischiato tanto per un ninnolo.

Guardò suo marito, teso come non l'aveva mai visto prima, e pensò che una volta allontanati dalla città potevano fermarsi e schiarire le idee: «Dove stiamo andando?» gli chiese a voce bassa,

«Non lo so. Per adesso raggiungo il bosco, poi da lì vediamo» le risponde cambiando marcia.

«Se ci trovano i soldati?» disse preoccupata,

«C'è un bombardamento, penso che per qualche chilometro si terranno lontani almeno fino a domani».

Domani. Che parola grossa, pensarono entrambi. Non sapevano neanche se sarebbero sopravvissuti a quella notte.

Claudia guardò l'orologio al suo polso: erano le ventidue e quaranta.

Il cielo era nero, le stelle erano scomparse dalla volta, e se abbassava il finestrino nell'aria c'era l'odore di zolfo trascinato dal vento. Richiuse subito.

Giorgio non toglieva lo sguardo dalla strada, cercava in tutti i modi di non pensare: nella sua testa echeggiava il suono della radio che, all'officina dove lavorava, annunciava di possibili attacchi aerei nelle loro zone, e quando le persone presenti ascoltarono la notizia pochi si allarmarono. Secondo il loro parere, il fatto che fossero un paesino montanaro di circa un centinaio di abitanti li proteggeva per chissà quale motivo mistico. Giorgio rimase in silenzio quando venne a conoscenza del pericolo. Non condivise con nessuno la sua opinione, non sapeva dire il perché, ma il sesto senso gli diceva che dovevano andarsene e che il tempo a disposizione era poco: esattamente due giorni.

Claudia era convinta che la guerra fosse lontana, una terribile leggenda che non avrebbe mai varcato la soglia della sua amata dimora, ma quando Giorgio tornò a casa bianco come un lenzuolo, terrorizzato come non le era mai capitato di vederlo, qualcosa nel suo animo cambiò: suo marito non era facilmente impressionabile, ma quel giorno qualcosa lo spaventò profondamente, e lo comprese dal tono di voce con cui le disse «Tieni la valigia pronta». Usando la valigia più grande che avessero, Claudia prese dei vestiti puliti, due coperte, un paio di scarpe a testa, e la loro foto di matrimonio, mentre per mangiare conservò della focaccia e una bottiglia d'acqua. Solo quando lfu lanciato l'allarme si ricordò del cimelio che la nonna le aveva lasciato. Le truppe straniere avrebbero saccheggiato ogni casa appena sarebbe giunta l'alba, e dei tesori di famiglia non sarebbe rimasto nulla.

Giorgio stava per ricredersi quando quella sera si era affacciato alla finestra: era una magnifica serata autunnale, l'aria frizzante della sera permetteva una visione nitida della montagna che si ergeva sopra il paese di S... La sirena lo svegliò da una stasi di sogno come uno schiaffo in piena faccia.

Non c'era nessuno sulla strada, erano soli in mezzo al nulla, e Claudia sentì una morsa allo stomaco quando nel buttare un occhio alle loro spalle si perse nel buio della notte che li inghiottiva.

Giorgio non fiatava, era rattrappito: le mani agguantavano il volante come un rapace afferra una preda, stringendo con la paura che potesse fuggire.

Era ancora in stato d'allerta, non si sentiva al sicuro: dovevano andare via, fuggire, ricominciare … ma dove? E se li avessero scoperti? … Per un attimo volse la testa verso Claudia ma l'incrociare gli occhi di lei fu come guardare in uno specchio che fino a un attimo fa non c'era.

«Sai dove stai andando?» gli chiese sperando che rispondesse.

«Più o meno» confessò.

Claudia guardò di nuovo l'orologio: le ventitré e quarantasei.

«Dobbiamo fermarci. Devi riposare» disse sfiorando la spalla di Giorgio,

«Sto bene. Dormi, ti sveglio quando arriviamo» le dice senza degnarla di uno sguardo.

Era sconvolto, ma non osava ammetterlo.

«Caro, ora devi fermare la macchina -non la ascoltò- Abbiamo bisogno di riposare, sia tu che io», gli stava vicino, parlandogli direttamente nell'orecchio. Giorgio era assente: non poteva demordere.

«Dieci minuti … Stiamo arrivando. Stiamo … arrivando» le disse. Arrivando dove? L'unica informazione utile che quell'annuncio radio gli aveva dato era che le truppe nemiche puntavano a sud, quindi l'unica cosa che poteva fare era puntare a Nord.

Claudia era preoccupata che Giorgio stesse impazzendo. Se avesse perso il senno l'avrebbero potuto internare e lei sarebbe rimasta sola. Gli carezzò il viso, sperando che questo lo rincuorasse.

Mai come quella notte il suo cuore aveva amato Giorgio, neanche il giorno delle loro nozze il solo guardarlo le dava sicurezza: lui era spaventato, terrorizzato, ma voleva essere forte, per lei, per farla sentire al sicuro. Voleva proteggerla dalla guerra, anche se sapeva in partenza che quella battaglia avrebbe potuto non vincerla.

La mano di Claudia sulla guancia di Giorgio fu per lui un segno di speranza, una possibilità che la pace non fosse totalmente scomparsa dal mondo. Le prese le dita che lo stavano carezzando e le baciò, quasi fossero state sante … e lo erano. Per Giorgio lo erano sempre state.

Si guardarono: erano lì, ancora vivi, e l'unica cosa che in quel momento potevano fare era aspettare fino a domani.

Raggiunsero una zona boscosa, e in un piccolo sentiero entrarono con l'auto allontanandosi di diversi metri dalla strada, così che non fosse facilmente visibile.

Quando Giorgio spense il motore piombarono nel buio. Lei si allarmò ma il marito le disse di aspettare e in pochi secondi prese da sotto al suo seggiolino una torcia: «Meno male» sospirò lei.

Si voltò sulla valigia, inginocchiandosi sul sedile, e la aprì: tirò fuori le coperte, passandole a Giorgio che aveva poggiato la luce sul cruscotto.

Appena vide la bottiglia la afferrò e la stappò per bere: aveva la gola terribilmente secca.

La passò al marito che fece altrettanto.

Prese la focaccia e ne constatò la morbidezza: era nella valigia da due giorni e non aveva mantenuto la freschezza della cottura. Purtroppo era l'unica cosa che poteva conservare fra i vestiti.

Giorgio la guardò per un lungo istante: Claudia non si abbatteva, era pronta a passare la notte in quel bosco alla meglio, senza preoccuparsi della scomodità del dormire in macchina.

Aveva addosso ancora i vestiti che aveva indossato tutto il giorno: di solito a cena indossava un vestito leggero, per stare più comoda, ma in quelle ultime ore anche in lei c'era una sensazione di pericolo imminente. L'istinto aveva suggerito ad entrambi di tenersi pronti.

Giorgio la vedeva mentre sistemava nuovamente i vestiti nella valigia: i capelli scombinati e la camicia sbottonata sul petto lasciavano intravedere del sudore freddo. Lui riusciva solo a pensare a quanto fosse bella sua moglie, a quanto fosse coraggiosa e più di ogni altra cosa pensava che se avesse potuto l'avrebbe sposata altre cento volte.

Mangiarono mezza focaccia, aiutandosi con dei piccoli sorsi d'acqua per mandarla giù.

«Cosa facciamo adesso?» domandò lei stringendosi nelle braccia per il freddo.

«... Non lo so» le risponde, disarmato.

Vedendola tremare l'avvolse con una delle coperte.

«Dove siamo?»,

«A circa tre chilometri dal confine. Se siamo fortunati possiamo chiedere asilo nel paese confinante. Dovrebbe essere neutrale al momento» le spiega,

«E se … ce lo dovessero negare?» era una possibilità da dover tener conto,

«Ci pensiamo domani» era esausto.

Giorgio spostò la valigia al posto di guida così che potessero mettersi dietro dove c'era più spazio.

Le tese le braccia invitandola accanto a lui. Lei lo abbracciò e si coprirono con una coperta di lana, mentre l'altra la usarono per poggiare la testa.

Il freddo si faceva sempre più intenso.

Claudia tremava, ma Giorgio la stringeva per tenerla al caldo.

Il cielo era ancora tanto buio, il Sole molto lontano. Domani, in quel momento, era una parola astratta.

Che quella fosse la loro ultima notte?Avrebbero potuto attaccare quella zona mentre dormivano, o peggio ancora avrebbero potuto trovarli. Giorgio le sfiorava il viso mentre cercava di tenere lontano le orribili previsioni dalla sua mente.

Lei lo stringeva, poggiando la testa sul suo petto, deliziandosi del profumo della sua pelle: un odore che ricordava il pane, qualcosa di naturalmente buono.

E se fosse finita quella notte? Se il loro mondo cessasse di esistere quella stessa notte? Cosa sarebbe rimasto del loro amore? Si guardarono, e nei loro occhi c'erano tutte quelle parole che le loro bocche non osavano proferire perché troppo dure e dolorose da sopportare.

Giorgio la baciò, come si bacia quando ci si dice addio. La strinse forte, lei fece lo stesso, i loro respiri divennero una cosa sola, e nel pio silenzio del bosco fecero l'amore, come se tutto stesse per crollare da un momento all'altro e le loro anime non avrebbero avuto altra occasione per incontrarsi un'altra volta.

Era la fine del mondo e l'unica cosa che li teneva in vita era il loro amore.

Spensero la luce. La loro voce era un flebile sussurro. Restarono abbracciati sotto la coperta.

«Ci pensi mai ad un figlio?» gli domanda lei,

«Qualche volta mi è capitato» afferma lui,

«E che cosa pensavi? -Giorgio non seppe cosa rispondere- Io mi immagino come potrebbe essere. Spero che abbia i tuoi capelli»,

«I miei capelli?» dice sorpreso,

«I bambini ricci sono più carini. O almeno a me piacciono» risponde lei,

«E se invece ce li ha lisci? Non è carino?» dice lui accennando un sorriso,

«No, ma quando mai», anche lei curva le labbra.

«Io voglio che non abbia paura -dice improvvisamente, mentre Claudia era sul punto di addormentarsi- Sarà forte … nostro figlio».

Claudia lo baciò con dolcezza, commossa dalle parole di Giorgio.

«E se è una femmina?» gli chiede.

Lui le bacia la fronte e risponde: «So già come si chiamerà».

Non avevano più paura. Le bombe non facevano più tanto rumore.

Avrebbero aspettato l'alba, dormendo abbracciati nel mezzo del nulla.

Quando i loro occhi si sarebbero riaperti il mondo che conoscevano era realmente finito, o forse erano loro che non erano più gli stessi. Quel giorno avevano un motivo per affrontare la guerra, per non lasciarsi intimidire. Avrebbero lottato, insieme, per il domani, per quel domani che avevano creato quella notte in cui il mondo, in un attimo, stava per finire.



Copertina: "Moonlight" di Serena De Luca Bosso





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