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Una storia di Brividogiallo

Stanotte la terra ha tremato

Quando la terra trema, lascia in dote qualche secondo di rumore e tanti anni di silenzio

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Pubblicato il 20 febbraio 2021 in Altro

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Non ho più una famiglia d'origine, è stata distrutta da quel tremendo terremoto in quella notte del 2009 a L'Aquila.

Era il 6 aprile ed io ero in vacanza con amici a Ibiza, quando ricevetti la terribile notizia; mia madre, mio padre e mia sorella di 23 anni non c'erano più, schiacciati dalle macerie della casa che era caduta loro addosso.

Non ero presente, ero in vacanza ma, del resto, anche quando non ero in ferie, a casa non c'ero quasi mai.

Detestavo vivere nella mia città, troppo provinciale, poco movimentata, troppo piccola per i miei gusti...detestavo L'Aquila e spesso mi chiedevo perché ero nata proprio lì dove d'estate fa troppo caldo e d'inverno fa più freddo che a Bolzano.

Sono un'agente di commercio e ho scelto di lavorare al nord perché il mio snobismo, la mia presunzione e un concetto davvero provinciale del provincialismo, mi avevano indotta a pensare che lavorare in città come Torino, Milano o Firenze, avrebbe reso il mio stile di vita più consono a quella che sono o, meglio, che credevo di essere.

Mi attraevano le metropoli, la movida, la gente che si ignorava, il poter fare quello che mi passava per la testa senza che qualcuno lo venisse a sapere e lo riferisse a mezzo quartiere.

Il fine settimana tornavo a casa, più per un senso del dovere che non perché lo desiderassi veramente.

Della mia famiglia mi bastavano le voci, quando le sentivo quotidianamente al telefono.

Amavo i miei cari, ma avevano il torto di essere nati e cresciuti in un luogo sbagliato e ci avevano fatto nascere anche me.

Feci di tutto per perdere anche l'accento dialettale della mia zona, come fosse un marchio che mi avrebbe bollata, facendomi sentire diversa dai miei amici del nord.

Ho avuto molti uomini e ho vissuto le mie avventure sentimentali in piena libertà, senza alcun timore di essere giudicata, mi sono concessa anche la libertà di provare il piacere saffico con la ragazza con cui dividevo l'appartamento.

Mi sentivo completamente libera, felice e normale.

Non mi sentivo sola, anche se le persone che frequentavo, se ne avessi avuto bisogno, difficilmente mi avrebbero, aiutata ma allora non me ne rendevo conto, non mi ponevo il problema.

La mia scellerata voglia di vivere una vita che credevo mi appartenesse, mi allontanava dalla realtà, da quella che ero veramente facendomi credere che quel mondo di apparenze, fosse il mio mondo, quello che mi avrebbe liberata per sempre dalla pochezza della mia gente e dalla loro ignoranza.

Non avevo perso i miei valori ma li vedevo riflessi nelle persone che frequentavo, senza rendermi conto che si trattava, appunto, solo di riflessi, di apparenze.

Fu quella notte d'aprile del 2009 a farmi tornare bruscamente alla realtà.

Appena saputa la notizia da mia cugina, che mi telefonò alle quattro del mattino, raccolsi poche cose e mi precipitai nella mia città.

Arrivai alle sette e trenta del mattino.

Alle prime luci del mattino del giorno seguente L'Aquila era sfigurata, gli aquilani erano sotto choc.

Corsi verso la mia casa...ma intorno a me avevo solo macerie che si accatastavano una sull'altra, non avevo più nemmeno un riferimento per trovare esattamente il punto dov'era casa mia.

Mi era stato detto che non si era salvato nessuno della mia famiglia ma la disperazione ti impedisce di credere, avrei voluto vedere con i miei occhi, scavare con le mie mani ma non mi fecero nemmeno avvicinare, era considerata una zona a rischio.

Mi misi a camminare per le strade, cercando di dare assistenza e conforto a chi da cittadino, nel giro di pochi minuti, si era tramutato in uno sfollato, senza casa, senza più nulla di personale, sulle loro teste solo il cielo che aveva assistito attonito a quella tragedia.

Continuavo a camminare come in trance, vidi la Casa dello Studente rasa al suolo, tutte le chiese, a partire dalle più importanti basiliche, che avevano subito lesioni o crolli importanti assieme a palazzi storici nel centro, compreso il Forte Spagnolo, uno dei simboli della città.

Mi sedetti su un masso, che fino a poco fa era stato una colonna e solo allora mi accorsi che le ferite che aveva subito la mia città erano le stesse che avevo nel cuore.

La mia avversione per la città in cui ero nata, mi aveva salvato la vita ma non era stato lo stesso per la mia famiglia che amava quella città e, per questo aveva pagato il prezzo più caro.

Di colpo le metropoli nelle quali avevo vissuto e le persone di alto rango che avevo frequentato, mi parvero dei figuranti senza alcuna importanza, senza spessore.

C'era più vita in quei disperati superstiti che si stavano già organizzando per le notti successive, senza risparmiarsi, chi aveva la fortuna di possedere ancora una casa, non esitava a metterla a disposizione di chi non l'aveva più.

Vidi gente vera, piena di coraggio e determinazione, gente concreta che pensava non solo con la testa ma anche con l'anima e col cuore.

Sono passati quasi dodici anni da quella notte e da L'Aquila non sono più andata via.

Ho sposato un carabiniere, conosciuto quella mattina tra le macerie ed ora ho due bambini a cui sto cercando di insegnare l'amore e il rispetto per la loro terra d'origine e per le persone che la abitano.


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