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Una storia di GioMa46

A Mysteries Collector / 4

Mavruz in Me : Nelle Segrete Stanze.

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22 minuti

Pubblicato il 11 ottobre 2020 in Horror

Tags: #Darkside #Parapsicologia #Esorcismo

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Mavruz in Me
Mavruz in Me

A Mysteries Collector / 4

Mavruz in Me : Nelle Segrete Stanze.



È qui, in questa convergenza di linee, dove il segno nero si addensa demarcando l’incrocio di più angolazioni, che si coglie quello che uno sguardo attento rivela appartenere all’arcano volere del mio Signore. Un riquadro posto in un punto inconsueto del sottotetto rischiarato appena da una luminosità tenue di candela sempre accesa, e che mai non si consuma. Ancorché, aberrato, alienato, allucinato, filosofo astruso di ferrati inganni, il mio Signore, sbarrate tutte le porte, trattiene a sé agili scarabei d’oro, per una rimessa in gioco della propria volontà, onde estirpare connubi di passati ideali e consumate virtù, nella continuità mostruosa e costante dei suoi allucinati delitti, che solo la sua mente suprema, e per questo mostruosa, arriva a concepire.

Il solo davvero in grado di trasformare in strutture possibili tutto quanto possibile non è, che pure si confà all’architettura ideata, e che il mio Signore di volta in volta amplia di strutture immaginifiche di pareti bugnate e cornicioni aggettanti che offuscano la luce. Guidando la mia mano nel creare intricati labirinti che tele d’argento di ragni rarefanno nei colori lucenti di vetri istoriati, di bifore e ogive sormontate da artifici di pinnacoli vertiginosi, guglie e cuspidi appuntite come lame affilate di coltelli, conficcate nel corpo costruttivo dalla sua sfrenata cupidigia.

Ed ecco levarsi gargoiles e statue di marmo dappertutto, sospese a incerta altezza a puntare indici a benedire, a stramaledire le divine ragioni dell’intelletto, a sollevare sgomenti echi di terrore per una tenuta incondizionata al Tempo.

«Chissà, un giorno magari crolleranno! …», sussurro tra me per non essere ascoltato dal mio irascibile Signore.

«Si è detto un giocoe se per gioco qualcuno venisse a ucciderlo nel sonno?»

Stink, stank, stunk, rimescolio di terra e di merda, escrementi d’uomini e d’animali, assimilati alla più totale alienazione. Uccidere, uccise, uccisi, uccidesti, uccideremo, uccideste, uccisero, come dire mettere a morte, dare la morte, privare della vita, soffocare, annientare, spegnere, ammazzare la libertà, fare violenza, vio-len-za, vio-len-za-za-taratatà … come espressione di una repressione in atto, accumulata nel tempo, nascosta nel sistema che si trasforma in dichiarazione di guerra senza senso.

«L’omicidio è un reato che va condannato senz’altro», mi dico. Solo nel caso non sia cercato dalla controparte che, senza ammetterlo, desidera, fa in modo d’essere ammazzato.»

«Maaaavruz!, fai tacere quelle voci che gracchiano in sottofondo, non posso più ascoltarle, non voglio più udirle, fai in modo che smettano.»

«Subito, mio Signore!»

«Mavruz, te lo chiedo, te lo comando, te lo ordino, fai qualcosa per Dio!»

«Avete detto per Dio, mio Signore … ma allora?»

«Maaavruz, non bestemmiare!»

Son io, Mavruz chiuso in me stesso, detrattore di me stesso, che continuo a chiedermi, se il mio Signore è in fine il mio mentore oppure il mio carnefice? Poiché come lui avverto il ciarlare profondo del dubbio che mi è concesso, quale unico mio potere, farsi strada in me. Un’ultima occasione di rivalsa nei suoi confronti ma so già che non posso essere diverso da quel che sono, per cui ogni cosa in fine si risolverà con un niente di fatto. E tutti voi, che siete qui chiamati a esprimere giudizi sulla mia persona, a emettere sentenze ardue, non siete poi così diversi da ciò che siete, che giudicare, sentenziare, proferire, dannare, condannare, arbitrare, reputare, ritenere, valutare, pesare, ponderare, deliberare, avventare, deferire, azzardare ipotesi, vi rende tutti quanti ‘rei’, colpevoli non meno di me, di quell’io che rappresento come mio Signore e che in realtà io stesso sono.

Quest’uomo che oggi ritenete un despota, cui pur avete creduto aver adempiuto, sospinto dal desiderio di potere e di sangue ch’era in voi, a un preciso scopo di grandezza … quest’uomo che altro non è che la ruota dentata nell’ingranaggio della perfezione non raggiunta da alcuno, da nessuno di voi che ignorate quanto il raggiungimento dell’apice filosofico ribadisce: “..a parte i nostri pensieri non c’è nulla che sia davvero in nostro potere” (Descartes).

Mentre vi ritenete diversi, che la superbia vi ha resi diversi, vi avvalete di uno strumento superiore anche alla giustizia divina, mentre condannate qualcuno per aver fatto ciò che il sistema impone, pretende, reclama. Eppure sapete essere un sistema imperfetto perché inquinato, corrotto perché contaminato, disonesto in quanto immorale, che avete voluto voi stessi, votato, acclamato, che non può liberarvi da questa ascesa tormentata che è la ‘globalizzazione passiva’ di per sé negativa perché disumana, che richiede una qualche condizione di consenso. Notevole è l’anacronismo dell’azione che si sta per compiere, la superficialità di un giudizio codificato che nasce da un’autentica subordinazione di colpa, cui siamo tutti assoggettati.

«Maaaavruuuuuzzzz!!!!!!!»

«Che accade mio Signore?»

«Si può sapere che vai blaterando? Taci immediatamente, o ti faccio tacere io!»

Se è vero che un sistema democratico, qualunque esso sia foss’anche opinabile, si nutre della partecipazione di tutti levando appelli alla sovranità popolare; allora il capitalismo, il clientelismo, lo sfruttamento delle classi indigenti di cui il sistema si alimenta, non può che scaturire in forme di lotta e repressione, antagonismi e competizioni sociali, di sovvertimento intellettuale e culturale, di tutto quanto rappresenta un punto di rottura con la costituzione democratica, una emorragia di sollecitazioni che una sutura di sistema da sola, non può facilmente arrestare.

«Maaaavruuuuuzzzz!!!!!!!!, fai molta attenzione a non urtare la mia suscettibilità che la tua, piuttosto, dev’essere di subordinazione al sistema quanto basta.»

Ciò che si vuol dire ‘sottomissione’ non cercata la mia, per quanto mostruosa possa sembrare, che arriva a concepire la disubbidienza come ammutinamento di colpe, e che per questo, ogni considerazione negativa al sistema che ne deriva, aumenta il tasso di renitenza contro il dispotico potere del mio Signore.

Sento che non altro io posso per mettere fine alle aberrazioni, al proliferare di questi accordi malsani che mi trovo a subire. L’ultima volta che ho guardato giù dal ponte, ho vomitato tutti i miei rifiuti interiori, resti di un lauto pranzo della società dabbene, per un’esigenza di storicità in cui non mi riconosco. So soltanto che quando li ho defecati di bocca e visti allontanarsi nella corrente, improvvisamente, mi sono sentito libero da tutte le ‘colpe’ che mi sono state gettate addosso, dagli insegnamenti di cinquemila anni di storia raccontata con la rabbia che mi saliva dentro e per i quali sto scontando la mia pena.

«Mavruz! Mavruz, bastardo infame, non la vuoi proprio smettere di sputare nel piatto dove mangi!»

«Sì, credo sia così mio Signore, posso sembrare un indisciplinato, per quanto anch’io appartengo alla schiera dei ‘ribelli’, questo non va dimenticato. Ma non sono poi così diverso dagli altri, magnati, notabili, pensatori, eruditi, scienziati, filosofi, poeti che si credono assertori di mille virtù, e che invece hanno smarrita la ’realtà’, e si ‘vendono’ alle imposizioni nefande, ai diktat della democrazia, come di chi è assente al proprio presente

«Attento a ciò che dici Mavruz, che male te ne incoglie.»

Inveisce contro di me il mio Signore, mentre il suo sguardo gravido di superbia, posa e coglie nei lineamenti netti e perfidi d’ogni cosa, l’immagine conosciuta che quasi rifiuta, perdendosi nella fitta nebbia dei suoi pensieri che un perenne inverno gela, bloccando ogni cosa d’intorno in un’immaginaria morsa di ghiaccio. Onde stempiati prezzari impongono l’inutile necessità di una ‘guerra oggettiva’ che lo costringe negli incastri del tedio dei giorni ricolmi di vuoto, cui le sciolte legature degli incunaboli lasciano ch’egli, ed io con lui, soccomba all’inganno che si prospetta. E già forme incontenute, smaterializzate, appostate in silenzio, attendono luce nell’ombra a imporre un’ingombrante presenza che lo snerva, per poi lasciarlo affogare in un mare di scontento. A sera, tornano a stridere bulloni, forzando la morsa, cedendo a scaffali...

«Maaaavruz! Maledetto blasfemo!»

Urla, s’agita, insulta il mio Signore, che il suo gridare frantuma la materia cerebrale dei suoi costrutti … mentre, graffiati a pennino, s'oscurano i sogni miei dai disegni suoi, i giorni d’oro e di smalto separati dai castelli di carte che ci stanno crollando addosso.

«Si, mio Signore, ha chiamato?»

Chiuso in me stesso, sono dunque io, Mavruz, il demone orrifico che rispondo sommesso, dal letto delle mie notti insonni, con le sue medesime cupe parole, pur senza replicare agli insulti. Ma se nelle mani stringo la nebbia dei pensieri, n’escono lacrime vive che stento ad asciugare, tanto i miei occhi sono ciechi per l’affanno, che quasi vorrebbero chiudersi per non assistere all’esplosione dell’anima. Forse per questo, quando mi levo lascio nel letto le spoglie del guerriero, vittorioso di niente, i pensieri sotto il cuscino, le sue grida scritte sulla carta.

«Maaaavruz!!!!!!»

«Vengo, vengo mio Signore...mi si lasci almeno il tempo di arrivare!»

«Maaaavruz, non senti?»

«Arrivo, arrivo!»

«Ah sei tu Mavruz, si può sapere che vai blaterando?»

Sono pur sempre io, Mavruz, chiuso in me stesso, filosofo muto e fin troppo loquace, azzittito che, rinchiuso nell’immaginifica ‘stanza dei giochi impossibili’ osservo ognuno degli ‘esseri di passaggio’ che giungono furtivi all’infausta dimora del mio Signore a reclamare favori e protezione, appoggi e benevolenze, soccorso e sostegno, indulgenze, più di quanto essi stessi siano disposti a dare. Ma come il mio Signore pur dice: chi si circonda di infidi ipocriti poi non può lamentarsi di ritrovarsi accanto degli impostori, dei simulatori di verità, che spacciano per vere solo cianfrusaglie, falsità, ipocrisie. Vi ho osservati a lungo nottetempo e continuo a scorgervi di giorno, arrivare furtivi e bussare alla porta sbarrata, nella speranza che il mio potente Signore, permetta che s'apra e vi inviti ad entrare. Vi ho sentito e continuo a sentirvi piagnucolare senza ritegno …

Ma arrivati fin qui dove siamo, immersi nel frastuono dei tempi, dissento dall’aprire la porta di codesta magione che non è ospedale, né ricovero di ipocriti e, sebbene la ‘verità’ non sia qui ospite gradita, ancor meno lo è la falsità irriverente e irrispettosa, che di accettare chiede le regole del male. Che anche il ‘male’ detiene una sua dignità che va rispettata davanti al sublime anfitrione qual è il mio Signore.

«Mavruz, mortale pidocchioso, finalmente ti riconosco, come ho potuto dubitare di te, mi chiedo?»

«È così mio Signore, se anche adesso comandaste a Mavruz, di aprire la porta che ci separa dal mondo, mi sarebbe impossibile farlo, ché da sola la volontà non basta a tener celate le malvagie ambizioni, i cattivi propositi, le fatue mire cresciute nell’ombra che tutto nasconde e che ha trasfuso nel mio subalterno volere il vostro supremo inganno.»

«Mavruz! Mavruz! Mavruz!, che cosa mai ne farò io di te?», farfuglia il mio Signore nel delirio che lo assale.

«Mavruz! Mavruz!»

Ma più egli mi reclama, ancor più faccio finta di non sentire, offuscato come sono da quello stesso squilibrio mentale cui un grande Erasmo da Rotterdam dedicò un Elogio a encomio della sciocchezza virtuosa del male che, più dappresso, acquisisce un tono cupo, oscuro, di rossa follia, quando premendo per adottare pratiche corrotte perpetra l’auto-inganno. Quella corruzione della mente che il mio Signore, trasforma in celebrazione della paranoia, della schizofrenia, della follia divina, soprannaturale, contagiosa del male.

Il ‘male’ già!, qui rappresentato da quella macchia rosso sangue che dalla tavola/mensa/altare, desco del mio Signore, adesso si slarga e gocciola sul pavimento della stanza, fino ad allungarsi davanti a quell’unica porta, la sola sbarrata in nero sulla facciata immateriale di questa erudita costruzione, scolando attraverso i graffi che qualcuno, di certo un altro succube, ha inferto sul ruvido legno, implorando che gli fosse aperto. Sangue che una distesa di nebbia bianca, come di latte, fuori dalla finestra aperta, sfiora, ghiacciando fino a farla esplodere di temperamento e impiastrare di rosso il bordo bianco del cartoncino che ambiva di restare immacolato.

«Sei tu Mavruz, come al solito in ritardo!»

In ritardo dice il mio Signore, su quali risorse di tempo?, mi chiedo basito quando per nessuna ragione potrei esserlo, se immobile resto al suo capezzale d’infermo, cui nessun’altro consenso è dato senza permesso … che l’infelicità e la colpa sono tutto ciò che concerne all’ordine che le regola.

Son io Mavruz, chiuso in me stesso, custode senza ritegno di un segreto più grande di lui che non può essere svelato. Io … che preferisco restare qui, da solo, seduto sulla panchina di marmo di questa ‘stazione al limite del mondo’. Sì, io Mavruz, disposto ad aspettare il passaggio del treno del Tempo, quando passerà, se mai passerà per me. Io Mavruz da sempre in attesa, pur sapendo che “..possiamo conoscere la fine da come abbiamo iniziato” (Denham).

No, d’ora in poi non parlerò più di me con nessuno, non udrò più le calunnie, le ingiurie, le accuse, né tantomeno ascolterò le condanne, i giudizi avventati … che l’affronto subìto non cancella la pena. Chi mai può levare alta la voce a simili insindacabili giudizi su gli altri? Io sono, Mavruz, chiuso in me stesso, succube occulto della tragedia che pur mi incombe e mi sovrasta, riflesso ostile della malvagità, che pure il mio spirito infiamma.

«Mavruz, non mi hai mai fatto partecipe di questo tuo progetto immorale, perché?»

«Temevo la vostra incomprensione, mio Signore. Ma adesso mi taccio», dico, allontanandomi per tornare a calpestare i riquadri neri che mi nascondono alla sua vista.

«Dove stai andando Mavruz?»

Dove, chiedete, Signore? Come potrei allontanarmi da Voi, dov’altro potrei mai andare, se non comandato? Io sono, Mavruz, chiuso in me stesso, stramaledetto filosofo del tempo che passa, che pur sta dalla parte corretta quand’egli m’impone la sua volontà nefasta.

«No mio Signore! Si mio Signore! Vi prego, concedetemi per un istante di onorare il silenzio che ritiene la colpa, di assecondare l’onere che richiede il peccato, affinché la solitudine, che pure alberga in noi nell’incombenza del fato, ritrovi il senso più prossimo a quell’assoluto incondizionato che ci vede entrambi vittime e carnefici, offerti in olocausto. Ciò renderà più loquaci le nostre lingue, il nostro ritrovarci dopo l’esposizione all’abbandono.»

«Non temi la solitudine, Mavruz?»

«No io no, da sempre sopravvivo da solo, e Voi mio Signore?»

Non m’aspetto risposta all’operato del silenzio quando, sbarrata o spalancata la porta che sia, si dischiude sul nulla quale estrema proiezione di un vuoto conoscitivo che annienta ogni giovanile velleità, che azzera ogni mostruosità adulta, ogni malvagia ottusità della vecchiaia, dal cui oblio, per quanto distante, è solo possibile risorgere.

«Siamo porte, Mavruz, siamo varchi da attraversare; tu muto nel silenzio delle tue azioni, con le tue paure e i miei timori di sempre, ma leggo nei tuoi occhi un desiderio di morte, sei forse geloso della mia voglia di vivere, parla, ti ascolto …»

Quando parlare non ha senso, piani e dirupi della memoria, pensieri di nulla attendono, è nel bosco della solitudine l’angolo buio dove nascondere il viso, quando si ha voglia d’assoluto” ... «Comprendi Mavruz, anche tu … come ognuno di loro … come tutti gli altri, fai uso delle mie parole, ma non c’è ripiego nella disperazione degli altri, che i mortali una volta attraversata la porta non ritornano, che lo si desideri intensamente o che anche si ritienga un’ingiustizia la loro scomparsa

«Siamo angeli caduti mio Signore, solo perché abbiamo guardato oltre la porta, perché abbiamo ambito la luce quando non ne eravamo degni. L’indifferenza è motivo di disperazione, mio Signore … aver compreso che l’empireo era definitivamente perduto, quando ormai lo credevamo già nostro.»

«Adesso so di aver sbagliato con te, Mavruz, non si allevano serpi in seno. Solo adesso mi spiego come ho potuto credere nella tua lealtà, nella sincerità e fedeltà degli ‘altri’, di tutti gli altri … maledetti, stolti, detrattori

«Lealtà, mio Signore? Fedeltà?», sembra una blasfemia.

«Dove sono adesso quegli ‘altri’?»

«Gli ‘altri’?, non c’è più qui nessuno qui, sembra che tutti l’abbiano abbandonata, mio Signore.»

«Senza un mio preciso ordine, è ammutinamento. Mavruz fai in fretta, restituiscimi il mio palcoscenico, la mia luce. Non ti accorgi … ci stanno privando della nostra luce

«Non ancora mio Signore, è del fuoco la fiamma che si spegne

«Dunque che aspetti, brucia dell’altra legna, infame impostore!»

Ebbene sì, lo ammetto mio silenzioso interlocutore, hai sempre avuto ragione tu, sapevi che non c’era risposta a certe domande, ai dubbi, alle paure, alle allocuzioni facili. Come tutto torna a essere 'presente' in questo ‘futuro liquido’ che avanza, quando d’intorno tutto cambia e tutto ritorna al suo stadio primario, quando tutto ciò ch’è stato costruito in passato viene abbattuto, il nuovo cancellato da una molle gomma strofinata sulla carta: can-cel-la-to.

La magione/reggia/cattedrale/manicomio è adesso completamente libera delle iniziali sovrastrutture, come giacesse da sempre abbandonata, svuotata dei suoi orpelli preziosi, trafugati, rubati, venduti. Un colpo di gomma ed ecco, sono resi invisibili gli stucchi, le cornici, gli specchi, le volte affrescate, i trompe-l’œil, cancellati i tappeti, gli arazzi, le mantovane, i ritratti degli antenati che come fantasmi s’aggirano spaventosi nelle stanze.

«No, aspettate, non potete lasciarci così, non potete no, la scena Mavruz, dove sei … ricostruisci la scena … gli orpelli … gli arredi … i manichini … no …», urla in preda al panico il mio Signore, lasciandosi andare a una energica masturbazione che non viene … che è della ‘grandezza’, la libidine che offusca il cervello, nell’ora in cui il buio più s’appressa, ma non faccio in tempo a pronunciar parola ch’egli tosto delira nella goduria procurata.

«Mavruz fai in fretta, accendi le smunte candele affinché possa guardare in faccia i miei ruffiani, adulatori, leccaculo, capaci anche di uccidermi durante il sonno.»

«Nulla deve temere da loro, mentre io sono qui a vegliare, come sempre sul mio Signore.»

«Oh, sei tu Mavruz, sei dunque tornato … e tutti voi chi siete?, perchè non vi riconosco», chiede allucinato il mio Signore.

Son io, Mavruz, chiuso in me stesso, il tessitore d’inganni che da sempre veglia sulle vite degli angeli ribelli che dimorano in queste segrete stanze, e che il mio Signore vuole accanto a sé ad ogni desco, per plasmarne le menti, affinché si renda nota la sua nefasta trama di irriducibile despota.

E sono George Byron e la sua amante Claire Clairmont, che per ravvivare l’atmosfera di Villa Diodati, decise insieme al suo segretario e medico personale, John William Polidori, di scrivere una storia di vampiri ispirata alle letture del Monaco di Matthew Lewis, che il mio Signore a ragione, ritiene l’iniziatore del genere ‘gotico’, anche se poi la lasciò incompiuta. Sì lui, il creatore della figura de Il Vampiro, unanimemente considerato il progenitore di quel Conte Dracula che, anni dopo, Bram Stoker prenderà a modello per disegnare il suo eroe nero, che da più di 100 anni è fonte inesauribile d’ispirazione per cinema, teatro, fumetti e videogiochi.

E tutti gli altri, quanti sono in compagnia di Horace Walpole, autore de Il Castello di Otranto, pure ospite amato del sottosuolo di questa magione; il grande Goethe, autore della straordinaria quanto immonda figura di Faust; e quel Percy Bisshe Shelley con sua moglie, Mary Godwin Wollenstonecraft, più conosciuta come Mary Shelley che, affascinata dai progressi della scienza di allora, sfidò la natura e le leggi divine, scrivendo il lungo racconto dello scienziato Frankenstein, una creatura umana e mostruosa ottenuta riunendo parti di diversi cadaveri.

Benché altri, abbandonati a se stessi, dimorano nelle stanze appartate: A. Moore ed E. Campbell, creatori di Jack lo squartatore che tanto terrore hanno sparso alla fine dell’800, successivamente ripreso in un fumetto che si rifaceva a fatti di cronaca ‘realmente’ accaduti. Ed Edgar Allan Poe, l’americano autore de Il Pozzo e il Pendolo e di tanti racconti dell’orrore, amato consigliere del mio Signore insieme al marchese De Sade riesumato all’occorrenza insieme a moltissimi altri, a non finire, che occupano le soffitte e gli abbaini. Nonché l’irlandese Sheridan Le Fanu e la sua Carmilla, la più nota figura di donna vampiro di tutti i tempi; lo scozzese Robert Louis Stevenson la cui ambientazione nebbiosa e affascinante del libro Lo Strano Caso del Dott. Jekyll e di Mr. Hyde ancora sporca di sangue le pareti e i corridoi del piano ‘nobile’ invisibile di questa stessa costruzione; e quel Kafka, autore de Le metamorfosi, dal talento visionario proiettato verso il lato oscuro del proprio essere, e H.P. Lovecraft, detto ‘il sanguinario’, con i suoi miti di Chtulu.

E non mancano nomi altisonanti come i due francesi, Theophile Gautier autore de La Mummia, e quel Gaston Leroux, creatore de Il Fantasma dell’Opera, due mostri romantici francesi d’ingegno che tanta ispirazione fornirono ai fratelli Lumiére, iniziatori di quella che in seguito è diventata la straordinaria “arte” del cinematografo con le sue architetture impossibili relegate in metropoli in rovina, che pullulano di mostri e creature assurde, come I freak, in grado, da soli, di prevedere e di trasformare il futuro di questa umanità caparbia e voluttuosa. Senza dimenticare Virginia Wolf circondata dai suoi Dieci piccoli Indiani; Daphne Du Maurier chiusa nella sua Casa sull’estuario; l’attuale Stieg Larsen, autrice della giovane e irrequieta figura della hacker Lisbeth e Patricia Cornwell con Il Libro dei morti.

Inoltre ad Andrea G. Colombo autore della straordinaria figura de Il Diacono, e il talentuoso Stephen King di Shining, che vive appartato da tutti, i cui romanzi allucinati, affascinano un pubblico sempre più vasto in ogni parte del mondo e alimentano la linfa vitale, benché malvagia, del mio Signore. Nonché cineasti, sceneggiatori e registi del calibro di F. Lang, A. Hitchcock, e in qualche modo Polanski, Spielberg, Kubrick, Cronenberg, gli italiani Mario Bava e Dario Argento, che attraverso la magia del cinema che singolarmente rappresentano, riempieno le notti degli umani succubi di un terrore sottile e affascinante.

In uno dei piani segreti del sottosuolo sono invece ammassati i cosiddetti ‘ciarlatani’, quegli alchimisti fautori di esperimenti folli, come Galeno, Bacone, Croll, Fulcanelli, Newton, Paracelso, Pico della Mirandola, Sadoul, Evola, Lombroso, Bruno, Kircher, Nostradamus e tantissimi altri che hanno portato alla ribalta teorie e sperimentazioni un tempo ritenute ‘stravaganti’ quanto ‘impossibili’. Nondimeno gli autori di ipotesi scientifiche spregiudicate, come quelle del performer australiano Sterlac, che oggi lascia intravedere la possibilità di sfidare e vincere la morte. Per non dire dei numerosi creatori di cartoni animati giapponesi, di fiction e videogiochi, che s’ispirano a quelli che sono i miti sacri di una rivoluzione fumettistica fin troppo compiaciuta.

Non c’è Dan Brown, quello del Codice Da Vinci, né Ian Fleming creatore del celebre 007, né Christa Wolf autrice di Cassandra, mentre invece le soffitte brulicano di prosatori eccellenti ‘segnati’ dal male, come Allen Ginzburg, Jack Kerouac, W. S. Burroughs, Charles Bukowski, Carlo Lucarelli, Massimo Carlotto, Fruttero e Lucentini, Massimo de Cataldo, Giorgio Faletti autore di Io uccido, un libro intriso di sangue. Per non dire di ‘altri’ che sono al vaglio del mio Signore che li lascia aspettare fuori della porta, fino a che non avranno dimostrato la loro tenacia e il loro attaccamento al genere di cui il mio Signore è mecenate.

«Maaaavruz!, Maaaavruz!»

Odo di nuovo la voce affannata del mio Signore che mi chiama, che risuona nel vuoto d’ogni immaginabile stanza, procurando un certo logorio di pilastri sul fondo, che segue alla frantumazione di impalcature fatiscenti, i cui sforzi a tenere, pari alla debolezza di cedere, lasciano che la sua testa di pietra, ricada sui suoi piedi e li schiacci.

È lui, mi dico, no, sono io. Sono io, Mavruz, chiuso in me stesso, il fustigatore di pecore matte, assassino e vittima del mio Signore, al cui volere pur mi ribello, contro le leggi dei padri e contro ogni autorità costituita, ma che adesso, senza la spinta dell’intimo volere che mi sostiene, resto privo di quell’interesse vitale che, pur trovando giustificazione nel primordiale terrore della morte, accende la mia paura delle tenebre di un’atmosfera allucinata. Nell’eterna notte in cui mi conduco e che il mio Signore dipana dal suo vorticoso dominio, culminante nella situazione caotica in cui ha origine la colpa, nell’infatuazione sessuale per il Supremo, fino alla cacciata degli angeli ribelli, cui una consapevolezza ancora informe non è in grado di registrare, e che, se pur in modo distorto, educa la mia coscienza e quella del mio temibile Signore.

«Mavruz sei tu?»

Son io, Mavruz, chiuso in me stesso, il filosofo insolente, che mi costringo nella ‘ricerca del migliore dei mondi possibili’, che porti al ricongiungimento del corpo con l’anima, affinché venga restituita all’umanità la necessaria volontà di vivere e quella fiducia che è pressoché andata perduta nella ‘imperfezione’ del mio divenire. E allora mi chiedo: «Qual è il destino della libertà di pensiero in uno status, (il mio), di netta subordinazione, in cui il credo multiculturale è diventato dogma? Quali sono i diritti di un individuo, (come me), in un mondo governato dal calcolo delle utilità, dove lo stesso concetto di diritto individuale è stato dichiarato superato?» (Rodotà), stando almeno a quanto riferisce il mio Signore.

Non aspettatevi una risposta, benché siate esonerati dal rispondere, perché la domanda non è mia, e una risposta io non l'avrei comunque … ché, altresì, denoto nella totale ignoranza generale che mi circonda. Del resto il suo autore, Steven Lukes, non è qui ad ascoltarci, per quanto il professor Nicholas Caritat, personaggio millantatore del Migliore dei mondi possibili, costretto a uscire dalla sua torre d’avorio, infine conviene d’essersi sbagliato. Ma lo ha fatto, dice, solo dopo aver constatato con crescente preoccupazione, del bisogno perenne di un ordine sociale giusto e più umano, che non esiste, e che forse è un’utopia non da poco.

«Strano come gli esseri umani siano separati da ciò che più li unisce, pur essendo costituiti in società autonome che parlano diverse lingue e che tuttavia si comprendono?»

Che occorra riconsiderare la vita emozionale e svolgere una maggiore indagine in ciò che costituisce la propria sfera di autonomia? Ossia, aprire spazi non verbali che permettano di comunicare in modo creativo e costruttivo con l’immaginario collettivo, alfine di riscattarla dall’anonimato in cui giace.

Purtroppo questo male era scaturito fatalmente dal male principale, la Conoscenza”, per poi riscontrare che: “L’uomo non poteva che conoscere e soccombere. […] Il mondo sotto l’assillo del desiderio smodato della conoscenza, era invecchiato prematuramente. […] E mi sembra che persino il nostro senso per ciò che è forzato e innaturale, anche se assopito, avrebbe potuto fermare a questo punto la nostra corsa.” (Poe)


«Finis nusquam …»













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