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Una storia di mikiefromwine

Questa storia è presente nel magazine Storie di un fisioclown

Boutique Mario

-ricucire l'umore-

137 visualizzazioni

3 minuti

Pubblicato il 12 febbraio 2020 in Altro

Tags: #sarto #fisioterapia #morte #vita

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“Uaglio’ inutile che vieni” questo fu il buongiorno di Mario appena mi vide, non era un mio paziente, ero lì per delle sostituzioni e Mario si era creato in reparto la fama di chi non vuole far nulla. Entrai in punta di piedi dopo quell’accoglienza, quasi intimorito dal suo atteggiamento, non volevo dare fastidio ma non potevo nemmeno lasciar stare e andare via. Provai invano ad intavolare una conversazione, per capire i motivi della sua scelta, ma non andò bene, Mario non mi guardava nemmeno, aveva il viso girato dal lato opposto, mi odiava senza nemmeno avermi visto, aveva scelto di odiare tutti a priori. Iniziai comunque una cauta mobilizzazione fin quando innervosito si girò, mi guardò e disse: “voglio murì, lasciami stare”. Capii che Mario aveva scelto di non accettare più nessuna forma di aiuto, fisicamente non stava male ma non voleva più alzarsi dal letto, voleva morire sul serio e aveva scelto il modo più crudele per farlo, rifiutando la vita. Provai a parlargli senza mai ricevere un feedback da parte sua, ma sapevo stesse ascoltando, gli parlai di mio padre, di quando è venuto a mancare e di quanto da allora abbia capito che la vita pur essendo di merda è preziosissima e vederlo lì declinando aiuto, cibo e medicine mi infastidiva molto. Arrivai quasi a rimproverarlo senza rendermene conto, credo di aver provato un po’ di odio nei suoi confronti e stupidamente pensai che quella vita magari poteva tornare più utile a mio padre, se respinta in questo modo. Andai via, senza ricevere mai risposta né un saluto.

Il giorno successivo c’era qualcosa di diverso, Mario mi fece un cenno quando entrai, si ricordava il mio nome. Questa volta la conversazione funzionò, mi raccontò dei motivi per i quali aveva pensato di voler morire, con le lacrime agli occhi mi parlò di sua moglie gravemente ammalata e della sua impotenza nel poter fare qualcosa, sensazione che purtroppo capivo benissimo. Mi raccontò con fierezza dei suoi due figli e della famosa attività di famiglia ‘Boutique Mario’ (un’importante sartoria per uomo) a Sorrento portata avanti da loro in maniera brillante. Mario aveva voglia di parlare, e lo feci fare. Parlò per tutta la durata della terapia, rifiutò comunque di alzarsi dal letto ma per un po’ di tempo credo abbia pensato ad un paio di motivi validi per i quali continuare a vivere, senza intestardirsi con stupidi pensieri. Probabilmente quella carrellata di ricordi saturi di emozioni gli aveva dato una carica che non sapeva di poter avere.

Il terzo giorno fu l’ultimo insieme, il mio collega sarebbe ritornato l’indomani e Mario lo sapeva. Anche quel giorno passammo un’oretta a chiacchierare durante tutta la terapia, ci lasciammo andare anche a piccole confidenze cosa che non mi sarei aspettato visto le premesse del primo giorno. Arrivammo verso la fine, lo sistemai nel letto e lo salutai ringraziandolo per il tempo passato insieme e lo rincuorai cercando di mantenere quella piccola fiammella di motivazione accesa. Feci per andarmene ma mi afferrò il braccio e con voce flebile disse: “Quando t’è spusà vieni da me a fa’ o’ vestito”. Premetto che non avevo e non ho alcuna intenzione di sposarmi ma fu uno dei gesti più belli mai ricevuti, proprio da Mario quello che mi odiava senza vedermi, quello che voleva rifiutare la vita ora mi stava dando un appuntamento a data da destinarsi, credo che in maniera implicita quel gesto oltre che gratitudine racchiudeva un semplice arrivederci e questa fu la vittoria più bella.


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