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Una storia di DomenicoDeFerraro

Questa storia è presente nel magazine LA FILOSOFIA NAPOLITANA

SICILY SERENATA JAZZ

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7 minuti

Pubblicato il 31 agosto 2020 in Viaggi

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SICILY SERENATA JAZZ


Un lieto vento passa nel calore delle parole che mi hanno condotto per mano lungo il viaggio , in un'altra terra . Un dolce vento mi ha portato lontano con se nell’onda del caldo meriggio , avvolgente il senso delle mie parole espresse nella ricerca del senso di questa vita. Una nuova terra, dove è tutto possibile , dove un banale amore , dove cantano i ranocchi sotto la luna , dove sgambettano le ballerine dalle gambe lunghe, dove il treno della vita corre , portando via questa mia malinconia dal buio dei secoli passati. Una oscurità in fondo all’anima di Polifemo, nell’antro dei Titani ove ballano tutti insieme questa sciocca tarantella.

Qui all’ombra dei grandi pini marini , nel ballo del solleone , ruggente lungo le coste africane balzante nell’ombra raminga ,perduto tra le nuvole del cielo azzurro di porto Empedocle. Una Dea si mostra senza veli , sorge dalle onde del mare , vaga per valli di lacrime, si bagna nell’ acqua cheta del mare chiaro ove galleggiano i corpi dei migranti. Tra le meste onde dei miei ricordi di viaggio in esuli pensieri dalle varie forme danzanti intorno al sepolcro del pio poeta figlio del caos , emerso dal fondo dei mari, dal fondo dei secoli passati da altre realtà sovrumane d’ infinita bellezza.

Mattino d’ agosto , son giunto su un autobus con le mie lacrime piegate nel fazzoletto, ho visto case accartocciate all’ombra di un dramma pirandelliano perdute nell’ avventura in austeri misteri eleusini . E sulla scia di un canto acheo , son caduto come una lucciola nel fitto bosco. Mi sono rialzato dietro la grande casa bianca di luigi ove l’alba, colora l’orizzonte e la vasta piana precipita dal magno promontorio fin giù nel tramonto di un tempo che passa e solca questa morte e questo canto. .

Sotto un pino marino, solitario assopito all’ ombra di un immagine , ho gioito nel mio animo, ho danzato con gli dei e le muse , ho danzato con la mia disperazione ho viaggiato contro corrente, verso spiagge bianche e immaginarie , rapito dalla storia , ho cavalcato schiere di zefiri marini.

Una campagna di fiori selvaggi giunge fin giù sulla spiaggia. Lungo lo stretto sentiero sabbioso , m’inerpico alla ricerca di un amore che mi renda vivo . Cado , riverso per odi ed inni in mitiche egloghe ed esperimenti linguistici in altre elocuzioni , in brevi stornelli , seguo il mio metro nel sabbatico sapere, cerco l’amore e la verità dell’andare contro corrente.

Poi qualcuno mi grido di salire.

Io corro verso l’autobus facendomi arrivare le gambe dietro la schiena

Aspettatemi , vengo anch’io. Non lasciatemi devo assolutamente pigliare l’autobus.

Fate presto , tra poco si parte per un'altra avventura

Quanto ho corso

Tra poco partiamo , tenetevi

Non avete cuore

Chi parla di cuore , queste sono poesie

Si ma io non sono un poeta da meno

Forse si, forse no

Siamo in una farsa

Salga, faccia presto il primo atto tra poco ha inizio.

Lascio quello che ho visto , alle mie spalle ,rimango una parte della mia anima nel principio e la fine del caos che ha generato questi stupidi miei versi.

Così vado via con le mie impressioni , espresse nel solleone affilati come una falce che miete la spiga dorata nel campo incolto. Spiga , recisa , spezzata nel gambo qui sull’altopiano d’azzurre argille da cui osservo il mare aspro africano.


Il battito della vita è simile al battito delle ali di una farfalla che vola verso il mare , vola verso i templi nudi , distesi al sole, nella luce che acceca la coscienza, ti trascina in epoche lontane , t’accompagna per mano lungo i ripidi pendi dei miti , verso il verbo e la sua storia. Forse solo, adesso mi sento meno solo , meno capace di chiedere perdono. Ed il palpitare della vita è il battito delle note , il salire, lo scendere, l’ andare a passo lento , lungo la via sacra , fino al fondo all’ essere Dio.

Ed un Dio antico si mostra con il suo tempo, tra la gente con il suo accento gallico con la sue vesti lacere. Circondato da muse e vestali nella funzione dell’ essere un anfitrione dalle sembianze greche .

Ercole, era l’amore di Hera e questo condusse Zeus alla pazzia. Il quale scagliò un fulmine nella notte tempestosa , piena di stelle . Impauriti in molti si nascosero nell’ ovile con la pecora, la capra , la moglie , il collega , con il collare del cane , senza coda tagliata, senza amore per il prossimo.

Questo disse Iddio agli uomini : fate del bene ma poi si appartò con una valchiria era bionda, tutta bionda, bianca come il latte , dolce come il miele , splendida come la luna nuda sul monte.

Sublime , esclamò qualcuno, ma era trascorso il suo tempo, il suo andare a ritroso , il suo sentire, sotto le stelle lucenti nella sera d’ agosto in questo magico luogo oltre ogni immaginario comprendere Iddio.

Sarebbe stato bello avere un Dio per amico . Ma Giunone stanca si tolse la gonna , mostrando cosi al volgo la sua vulva nera cangiante colore dal nero di seppia al rosa . Si mostrò ignuda sotto un ulivo, lasciva nel corpo rendendo Ercole un demone intenzionato ad ammazzare Zeus. Ora quale dolce canzone ,quali canti di guerra e d’amore canti agli dei. Ercole.

Il grido degli achei , echeggiò sopra le onde del mare , nel vento udimmo il grido del perdono, l’amore cercato per strade deserte , oltre ogni intendimento. La mia stupidità non aveva limiti.

Sul mio capo, chi sà se sarà mai posto dell’alloro, sulle mie spalle il vello della pecora che m’avvolse con il suo soffice manto, sotto la luna calante nel canto di odisseo .

Mi abbandono al suono del ritmo jazz, incalzante nella calda sera africana .

Forte come una zappa, spacca la dura zolla di terra , da cui nacquero tante leggende . Da cui i titani caddero per volere di Zeus negli abissi della conoscenza e in quelle titaniche sembianze pagai il caro prezzo dell’ udire un ritmo siculo jazz.

Zogna, zogna , taralli zogna e pepe.

Talamone tu godi , sembri nu ciuccio , sembri nà scigna , senz’altro nà rilla , sotto le piante di ulivi , senti , senti come suona sotto a luna.

Nù piezzo , guaglione e chisto Talamone .

Stù sarchiapone , sona buono.

Sotto un cielo chino di stelle senza mutanda, senza scarpe , chiamate li guardie , chiamate a Tonino , chiamate chi volete , io sono il caos , fatemi sentire un'altra bella canzone , che gira , rigira mi sembra , una lingua nella gola di Giulia.

Non hai pagato il biglietto.

Mi manca il resto di nulla , mi manca tanto, per capire che tutto vada bene .

Poi , verrà il tempo dei frutti maturi che cadranno dall’ albero della vita, poi verrà il signore con il cappello storto a reclamare la sua esistenza , la sua indifferenza, la sua ignoranza, la sua clemenza .

Signor giudice, si sono rubata la mia bellezza . Chi prenderà ora la luna per mano, chi farà l’ amore con giunone sopra il talamo .

oh Talamone sei proprio tu , che inquieti i miei sogni sopra le rocce , sopra le nuvole, io spingo il carro di apollo .

Sono Apollo , sono Pippo , sono Topolino , sono Paperino , sono il senso della storia viscerale che scende, scema , scende, sciarabbonda dalla bocca come la lava dal vulcano. Scende la sciara di fuoco un fiume di cenere , attraversa queste terre , entra in questa anima , in questa leggenda, lungo lo stretto , oltre l’arcipelago, verso salina , fino a vulcano cercando il senso di questo amore tra le isole , dentro il nome degli dei.

Si suona tutta la notte, chitarre e tamburi , qui ai piedi del tempio dedicato a giunone ,qui in questo angolo di mondo , dimenticato sotto le stelle sicule . Ed una dolce voce, echeggia e porta via i tristi pensieri, miti intrecciati , misti di rabbia , di verve ed erre mosce sotto il palco , rutto con lo ventaglio in mano Chi è grosso, chi piccirillo , chi più grande d’un elefante , chi più grande di un gorilla che sorride con una banana in mano. Io sono il senso di questo ricercare per rime che trascende le generazione , trascende libero il senso della storia. Io sono sballato nel gioco del lotto, sotto il palco , vorrei afferrare il microfono in mano. Ascolto il suono , il musico ribelle , la bolla di sapone , sull’orlo dell’ universo aspetto di fluire nella ragione dell’ amore. Danzo , jazz con giunone. A spasso con Zeus qualcuno , ci grida fermate quei due mascalzoni.

Chi le ha detto di entrare .

Per fortuna c’è sempre qualcuno che dice buonanotte

Sono al bar , bevo una aranciata questa volta non ci casco

non giocherò più con gli Dei a mosca cieca.

Più in là , c’è chi continua ad offendere il sacro nell’iperbolica congiunzione carnale.

Ad un passo dal sasso nel sesso , non cesso di capire l’ignominia dei cognomi, io sono il figlio di nessuno , l’angelo ribelle che vola libero in questa serenata jazz , per Giunone e Zeus.



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