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Una storia di RossellaDettori

Questa storia è presente nel magazine Racconti di Leonvalle

Sympathy for Deniers

Profilo di un negazionista

267 visualizzazioni

3 minuti

Pubblicato il 27 novembre 2020 in Giornalismo

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A 15 anni, miracolosamente giunto in seconda liceo, i miei mi dissero: o studi, o lavori.

A me, di far finta di combinare qualcosa, seduto dietro una scrivania per tutto il giorno, proprio non andava.

Volevo essere onesto. Imparare qualcosa di importante per vivere, da subito, ed essere rispettato.

Volevo essere uomo.

Quelli che studiavano, li guardavo dall'alto in basso: le ragazze più carine non se li filavano; non sapevano divertirsi, o comunque non erano certo l'anima della festa, com'ero invece io - sempre a tenere banco, con la battuta pronta.

Snello e in forma, mangiavo tutto ciò che mi pareva e mai una gastrite; fumavo e mai una tosse o una bronchite; bevevo, e il mio fegato era più sano di quello di un astemio.

Non c'era una festa alla quale mancassi, o una bella località di mare che non conoscessi.

Peccato che chi mi dava lavoro, tanto onesto non lo fosse; per diversi anni, mal pagato, i contributi me li sognai.

Gli imprenditori di allora non erano migliori di tanti attuali.

Ma chi pensava alla vecchiaia, alla pensione, allora?

O chi voleva informarsi bene su alcunché di non immediato interesse? Tempo perso.

I miei amici non avevano neanche la terza media, per cui il più colto ero io.

E comunque allora si parlava per lo più in dialetto, o in italiano regionale.

Chiunque provasse a fare lo splendido, discorrendo in italiano impeccabile, era ripudiato, nientemeno.

Un bel giorno, colsi la mia occasione: in pochi anni, ebbi finalmente la mia attività.

Tutto filò liscio per molto, molto tempo: matrimonio, famiglia, barca, tre viaggi di piacere all'anno.

Ben presto la casetta divenne una villa con piscina.

Qualcuno, a scuola, diceva ai miei figli che loro, il sussidio per i libri, non lo meritavano.

- Lasciate perdere quegli straccioni sfigati! - dicevo loro.

Erano così sicuri di sé. Non studiavano tanto, allora, ma per strada tutti li rispettavano.

Del resto, anche per loro, studiare troppo era da sfigati. Bastava la sufficienza.

Belli, sportivi e alteri. Migliori di me, come li avevo sempre voluti.

Ma mia moglie non era affatto contenta di loro.

Tornava irritata dai loro colloqui e disapprovava le loro compagnie, troppo chiacchierate.

Io li trovavo perfetti così, e cominciammo a litigare, di volta in volta sempre più furiosamente.

Un giorno la sorpresi a rimproverare il figlio più giovane per aver dato del "frocio" a un suo compagno. A me pareva la cosa più normale e persino più giusta del mondo.

Lei mi disse che non capiva più cosa ci avesse tenuti insieme.

Infine, un giorno, mi piantò per una donna.

Ebbe persino la pretesa di presentarmela.

Non ricordo nemmeno più tutto quello che le dissi, infuriato, intimandole di non farsi più vedere, tantomeno con quell'invertita.

Fu tanto che la lasciai in vita, anzi. Io sono uno a posto, mica come certi uomini.

Bisognerebbe premiarmi.

E così, di punto in bianco, tutto cambiò.

I miei figli maturarono (così dicono i nonni) e divennero dei secchioni come pochi.

Tanto saccenti da parlarmi a stento, ormai.

Tutto ciò che credevo di sapere, di avere, su cui mi illudevo di poter contare per sempre... Tutto in fumo.

Io sono uno importante. Non mi si può fare un torto impunemente.

E non mi si può ingannare, di certo.

Questo Covid, ad esempio.

È architettato dai potenti, appositamente per ingannare la gente a posto come me.

Per confonderla e poterla manipolare.

È proprio quando sei convinto di aver capito come funziona il mondo, che qualcuno coi miliardi si alza una mattina e mescola le carte, a tuo sonoro svantaggio.

Oh, no, non mi inganneranno. Non me.

Io, la vita, l'ho imparata sul campo, a muso duro.

A me fotte sega dei vostri bei laboratori ad alta tecnologia.

La tecnologia, oggi, è alla portata di tutti.

Mi informerò su canali alternativi, perché io capisco, e voi vivo non mi avrete mai.




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