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Una storia di Ghpaoly

Treno per Lecco in arrivo sul binario 1

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11 minuti

Pubblicato il 12 febbraio 2019 in Thriller/Noir

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La sera del 26 gennaio Saverio Motta guardò esausto le lancette del suo orologio: emise un profondo sospiro di sollievo quando realizzò che finalmente erano arrivate le 18.00. Era letteralmente sfinito dalla stanchezza: da quando, due anni prima, aveva iniziato a lavorare alla "Concessionaria MagisCar" quella era stata in assoluto la giornata più faticosa ed interminabile che gli fosse mai capitata. Il telefono aveva squillato senza sosta sin dalla mattina ed ora i suoi nervi erano a pezzi ed il suo umore pessimo: per tutto il giorno, suo malgrado e con enorme disappunto, si era dovuto sorbire lamentele a non finire da parte di clienti inferociti per un ritardo nella consegna delle nuove autovetture; per di più in ufficio era rimasto solo, in quanto il collega Pedrotti era rimasto a casa per via della febbre.

Proprio nel momento in cui pregustava che di lì a poco si sarebbe infilato sciarpa e cappotto per tornare finalmente a casa, sulla porta dell'ufficio si affacciò Dario Magistrelli, il direttore del salone: "Saverio, dai un'occhiata a questa pratica, mi raccomando, è urgente" gli disse con tono sbrigativo per poi dileguarsi con la scusa che era appena entrato un cliente. "Ci mancava solo questa ennesima scocciatura!" gridò Saverio picchiando i pugni sulla scrivania con una rabbia tale che il calendario con le immagini della Valtellina ed il portapenne verde oro caddero dal tavolo e rotolarono sul pavimento. Aprì nervosamente il fascicolo e prese tra le mani le carte, cercando di portare a termine l'incombenza più velocemente possibile. "Questa maledetta giornata dovrà finire prima o poi" disse sbuffando. Dopo avere riposto la pratica all'interno del fascicolo volse lo sguardo all'orologio: si erano fatte le 18,35 ed il suo treno sarebbe partito di lì a dieci minuti. Realizzò che sicuramente, con una piccola corsa, sarebbe riuscito a percorrere i 200 metri che lo separavano dalla stazione e a salire sul suo solito treno, ma quella sera si sentiva troppo stanco, la schiena gli doleva ed un fastidioso ronzio alla testa gli impediva di fare leva sulla sua forza di volontà. "Ormai è inutile" pensò stancamente "il treno delle 18,45 questa sera partirà senza di me: pazienza, aspetterò quello delle 19,15".

Appena uscito dalla concessionaria vide da lontano l'insegna luminosa del "Bar Marylin" e decise che si sarebbe fermato per bere qualcosa di caldo. Per lo meno, pensò, avrebbe ingannato il tempo dell'attesa in un luogo riparato: il freddo di quella sera di gennaio gli stava letteralmente paralizzando le articolazioni. Non appena entrato nel bar Saverio fu travolto da una musica talmente assordante che, per cercare di ripararsi da quel rumore infernale, si portò le mani alle orecchie; a malapena riuscì a percepire le parole del ragazzo dietro al bancone: "Cosa prende?". "Un tè caldo" rispose Saverio. "Come?" esclamò il barista facendogli cenno di parlare più forte. "Un tè caldo al limone, grazie!". Saverio avvertì un senso di disagio e per un attimo pensò di andarsene, ma temeva di sembrare poco educato così, senza nemmeno togliersi il cappotto, si sedette sullo sgabello. Bevve il suo tè, seppur bollente, mentre tutto intorno l'aria era attraversata dal ritornello di una famosa canzone rock:

"I'm on the highway to hell

and I'm goin' down

all the way, way down,

I'm on the highway to hell"

Pagò quanto dovuto e salutò il barista che lo ricambiò con una strizzata d'occhio, poi uscì e si diresse verso la stazione. Si erano ormai fatte le 19,00. Ancora una quindicina di minuti e finalmente sarebbe arrivato il treno che lo avrebbe riportato a casa.

Quella sera del 26 gennaio la stazione dei treni parve da subito a Saverio più buia e silenziosa del solito. Abitualmente la sala d'attesa era stracolma di pendolari, le vecchie panche in legno erano stipate all'inverosimile di passeggeri in attesa ed era praticamente impossibile trovare un posto libero per sedersi. Quella sera invece era stranamente deserta. Nessun pendolare. Nessuno in giro, né dentro né fuori, sulla banchina. Lo sportello della biglietteria sprangato. Dietro al fatiscente bancone del "Bar sosta" sembrava che da anni non fossero più serviti né bibite né caffè. Una luce fioca e opaca illuminava la sala d'aspetto che, seppur vuota, emanava un odore acre e nauseante, tanto che Saverio si portò le mani al volto per tapparsi le narici. Istintivamente, forse realizzando di essere completamente solo, si mise quasi per scherzo a canticchiare, reinventando lì per lì le parole di un famoso motivetto: "Perché, perché...questa sera mi han lasciato proprio solo...per andare a vedere la partita...di pallone...perché…". Poi picchiò più volte con forza il piede sul pavimento. Il suo orecchio rimase in attesa per alcuni minuti. Nessuno rispondeva. Quasi spazientito e facendosi improvvisamente serio emise un grido strozzato: "Ooohhhh! E allora? C'è qualcuno sì o no?".

L'unico rumore che percepì in risposta fu il ronzio fastidioso del monitor delle partenze. "E' proprio strano" disse tra sé e sé quando, alzando lo sguardo verso il monitor, notò che non erano previsti convogli in arrivo ed in partenza, se non il suo treno, quello delle 19,15 per Lecco, in arrivo sul binario 1. "Possibile che a quest'ora non ci siano altri treni? Cosa significa questo mortorio? In fondo sono le sette di sera, mica mezzanotte!". Ad un tratto la sensazione di essere completamente solo gli istillò una certa apprensione. Quel luogo emanava qualcosa di decisamente lugubre. Cercò di vincere il ribrezzo che gli procurava l'odore nauseante della sala d'attesa e si sedette su una panca di legno: non voleva perdere di vista il monitor delle partenze. Sentì un leggero tremito pervadergli il corpo, le sue tempie pulsavano senza sosta, la testa gli doleva: era evidente che la stanchezza della giornata iniziava a farsi sentire. Alzò di nuovo lo sguardo verso il monitor: erano le 19,12, ancora tre minuti ed il treno sarebbe finalmente arrivato, portandosi via il silenzio irreale di quel luogo e quella sensazione di penosa solitudine che gli opprimeva l'animo. Emise un profondo respiro e si alzò per dirigersi sulla banchina: si promise che non appena fosse salito sul treno avrebbe dimenticato l'intera giornata e avrebbe rivolto il suo pensiero a ciò che lo avrebbe atteso a casa, ovvero una tranquilla cenetta ed un buon film in tv. Non che a casa ci fosse qualcuno ad aspettarlo, ma per lo meno sarebbe stato al caldo, al pulito e si sarebbe sentito finalmente al sicuro.

Guardò di nuovo l'orologio: si erano fatte le 19,14. Girò lo sguardo verso sinistra, verso la direzione di provenienza del treno e per alcuni istanti che gli parvero interminabili rimase a fissare l'oscurità. Da lontano non riusciva ad intravedere la sagoma della locomotiva. Tese l'orecchio nella speranza di percepire almeno il rumore del treno in arrivo, ma udì nuovamente il ronzio flebile del monitor delle partenze. Iniziò ad avvertire un leggero nervosismo: "il treno dovrebbe essere già qui, per la miseria!" disse ad alta voce quando si accorse che le 19,15 erano appena passate. Attese ancora qualche minuto poi, nel tentativo di scaldarsi, si mise a camminare per alcuni metri lungo il marciapiede, tenendo sempre fisso lo sguardo verso sinistra. Ma i suoi occhi percepivano solo oscurità. Spazientito, ritornò nella sala d'attesa: rimase alquanto basito quando lesse sul monitor che il treno per Lecco era previsto per le 19,25 sul binario 2.

Sebbene in giro non ci fosse anima viva, Saverio Motta decise che non avrebbe attraversato i binari, ma che avrebbe raggiunto il binario 2 tramite il sottopassaggio. Affrettò il passo, nel tentativo di raggiungere quanto prima il binario giusto. 19,21: ancora quattro minuti e finalmente avrebbe detto addio a quella giornata da incubo. Salì a due a due i gradini che lo portavano al binario: "Questa scala mi sembra infinita" disse portandosi una mano alla fronte gelida. Ad un tratto ebbe un leggero capogiro e dovette appoggiarsi al corrimano. "Sarà la febbre" pensò, poi cercò di farsi coraggio: "Ancora un piccolo sforzo e presto sarò a casa. E domani me ne starò casa, al caldo, sotto le coperte. Suoni pure il telefono! Suoni pure tutto il giorno! Possano reclamare tutti i Santi del Paradiso, caro il mio Magistrelli, domani saranno cavoli tuoi!" concluse con una risata isterica. All'uscita del sottopasso guardò in alto e si accorse che la luce dei lampioni si era affievolita, sembrava che tutto d'un tratto il buio si fosse fatto più fitto. Fermo in piedi davanti al binario 2 Saverio Motta si mise di nuovo in attesa. Il gelo, come lame taglienti, gli entrava dritto nelle ossa. Volse speranzoso lo sguardo verso la direzione di arrivo del treno e finalmente scorse nel buio una sagoma nera. Gli occhi sembravano scoppiargli dalle orbite nel tentativo di riconoscere in quella sagoma la forma del treno, ma più si sforzava più si accorgeva che si trattava solo di una massa di nuvole scure. 19,27: del treno non v'era ancora alcuna traccia. "Salirei su qualunque treno mi si parasse davanti" disse Saverio stringendosi nel cappotto per ripararsi dal freddo. Proprio in quel momento notò davanti a sé, in corrispondenza del binario 1, la sagoma di un uomo che camminava lungo la banchina e sul cui capo riconobbe un cappello da ferroviere. Saverio si mise ad agitare le braccia e a gridare con quanto fiato aveva in gola: "Ehilà! Ehi! Mi sente?". Ma l'uomo continuava a camminare e pareva non volergli dare retta. "Ehi! Scusi! Dico a lei!" gridò ancora più forte "Il treno per Lecco quando arriva?". Il ferroviere finalmente si fermò. "Eh, ma insomma, quanto grida!" gli rispose quasi seccato. "Il suo treno parte alle 19,45, non vede che è scritto sul tabellone?" concluse per poi riprendere a camminare lungo la banchina. Prima di scomparire del tutto nel buio della notte gelida, gli gridò: "Binario 1, si sbrighi!". Saverio rimase impietrito quando nella direzione di quell'uomo, udì provenire un ghigno beffardo. In un attimo gli si ancorò dentro, come un arpione, un senso di oppressione violenta e di angoscia tale che sentì venir meno il respiro.

Si diresse di nuovo verso il sottopasso per tornare al binario 1 e, mentre scendeva i gradini, credette di essersi immaginato tutto. Di nuovo stava percorrendo la stessa scala, di nuovo, come pochi minuti prima, gli sembrava infinita. La sua casa, la cenetta tranquilla, il film in tv ed il letto caldo parevano ora distanti centinaia e centinaia di chilometri. Entrò nella sala di aspetto per controllare l'orario della partenza ed in quel momento si accorse che la luce all'interno di essa si era fatta debole. Anzi, pareva quasi che tutto intorno le luci si stessero lentamente abbassando. Proprio in quel momento fu raggiunto dalla voce gracchiante dell'altoparlante: "Treno per Lecco! Treno per Lecco in partenza sul binario 2!". "Ma che diamine, è forse uno stupido scherzo questo? Se così fosse, sappiate che è di pessimo gusto!" si mise a gridare l'uomo, ed inveiva e imprecava alzando minaccioso il dito indice verso l'alto, come se volesse rendere responsabile di quanto stava accadendo il destino ostile o qualcuno di cui non conosceva né nome né volto. "Vi denuncio tutti, maledetti bastardi!".

Poi ad un tratto si spense tutto: la luce della sala d'attesa, i lampioni sulla banchina. Buio pesto. Saverio corse fuori verso quello che doveva essere il binario 2. Questa volta decise di attraversare i binari. Fu un attimo. Due fari comparvero all'orizzonte. Non si sapeva da quale direzione provenisse ma Saverio ne era certo, era il suo treno. Doveva riuscire a prenderlo. Senza pensarci un attimo decise di andare incontro al convoglio: ad un tratto i suoi occhi furono accecati da una luce abbagliante e si sentì avvolgere da un fortissimo calore. Realizzò con orrore che dal suo petto fuoriusciva una lunga macchia, viscida e nerastra.

"Saverio! Saverio!". Saverio avvertì un tocco leggero in corrispondenza della sua spalla destra e lentamente aprì gli occhi. Le palpebre erano terribilmente pesanti ed un fastidioso ronzio gli attraversava le orecchie. Quando aprì gli occhi di trovò davanti il viso appuntito di Magistrelli: "Non mi dire che ti sei addormentato!" gli disse l'uomo fissandolo con sguardo interrogativo. "No Dario, ecco, vedi, è che…". Saverio era ancora talmente intorpidito e stralunato che non riusciva a formulare una frase di senso compiuto. "Si è fatto tardi, vai a casa" gli disse Dario. Saverio si asciugò la fronte ancora imperlata di sudore poi si guardò attorno: riconobbe il suo portapenne verde oro ed il calendario con le immagini della Valtellina. Si portò una mano al petto: il suo cuore batteva regolarmente. "Per fortuna si è trattato solo di un terribile incubo" esclamò tirando un sospiro di sollievo. Si alzò dalla scrivania e si diresse verso l'appendiabiti. Indossò il lungo cappotto marrone e la sciarpa a quadretti rossi e neri.

In quel momento fu raggiunto dalla voce di Magistrelli: "Ti conviene muoverti, sai?" gli suggerì "altrimenti ti tocca attendere il treno delle 19,15". Saverio, nell'udire quelle parole, rimase profondamente scosso. Per un attimo, al ricordo del sogno, sentì un brivido percorrergli la schiena, le gambe iniziarono a tremargli con violenza. Uscì dalla concessionaria, attraversò il passaggio pedonale e vide da lontano l'insegna luminosa del "Bar Marylin". Guardò l'orologio: erano le 18,40. Mancavano solo pochi minuti alla partenza del suo solito treno, ma avrebbe fatto forza sulle sue gambe, anche se stanche, anche se gli dolevano: doveva correre, doveva riuscire a prendere il treno delle 18,45. Ma, mentre ancora era assorto in questi pensieri, una musica assordante gli attraversò le orecchie. Aprì gli occhi ed, inspiegabilmente, si trovò seduto sullo sgabello del "Bar Marylin", come se una forza oscura lo avesse spinto lì dentro.

"I'm on the highway to hell

and I'm going down

all the way, way down

I'm on the highway to hell"

"Cosa prende?" gli chiese il barista. "Un tè caldo" rispose Saverio, ancora incredulo. "Come?" esclamò il barista facendogli cenno di parlare più forte. "Un...un tè, un tè caldo al limone..." disse Saverio quasi balbettando, mentre iniziava a realizzare con terrore che ormai avrebbe dovuto attendere il treno delle 19,15.










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