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Una storia di ClaudiaNeri

Il nome della rosa - un capolavoro senza tempo

La mia non-recensione a Umberto Eco

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5 minuti

Pubblicato il 15 marzo 2020 in Recensioni

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Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.

Questa è la frase con cui si conclude il nome della rosa e significa “la rosa primigenia esiste solo nel nome, possediamo soltanto nudi nomi”. È una variazione di un verso dell’opera “De contemptu mundi” (in cui al posto di rosa c’era scritto Roma) di Bernardo di Cluny, monaco benedettino del XII secolo che in pochi conoscerebbero se non fosse per Umberto Eco. Tradotto letteralmente, il verso di Eco intende sottolineare che al termine dell'esistenza della rosa particolare non resta che il nome dell'universale, concetto che fa riferimento alla disputa millenaria che s’interroga sulla relazione che esiste tra le cose e i nomi che le designano, tra segni e referenti.

In breve, gli universali (intesi come essenza delle cose) potrebbero essere:

  • Ante rem, ovvero esistono prima delle cose nella mente di Dio;
  • In re, ovvero sono all'interno delle cose stesse, come essenza reale;
  • Post rem ovvero sono un prodotto reale della nostra mente che svolge quindi una funzione autonoma nell'elaborazione dei concetti che non dipende dalla realtà.

Della questione ne hanno poi discusso ed elaborato teorie i più illustri pensatori e filosofi fino ai giorni nostri. Ma perché sono partita da una cosa così lontana dalla trama del romanzo di Eco?

Perché Il nome della rosa è complesso, è intricato, ingarbugliato e di eccezionale sottigliezza.

Non è un’opera che si può trattare con superficialità e la sua lettura è allo stesso tempo veracemente curiosa e pesantemente riflessiva. Trattiamo separatamente questi aspetti.

È veracemente curiosa perché è un giallo magistralmente condotto a tutti gli effetti. Dalle analisi psicologiche dei personaggi, alle deduzioni del protagonista Guglielmo da Baskerville, è divertente seguire il filo logico di un genio brillante che spiega a noi (che non le capiamo) l’ovvietà delle sue deduzioni attraverso le conversazioni con Adso, non altri che il giovane monaco che narra la storia, scritta al tramonto della sua vita per noi che la leggeremo.


È pesantemente riflessiva perché Eco dedica intere pagine alla descrizione minuziosa di particolari che noi tutti dimenticheremo e che io, in particolare in certi casi, ho odiato profondamente.
Mettendo da parte le prolisse descrizioni ambientali (non ricordo più quante pagine per descrivere l’architettura dell’abbazia), ci sono capitoli profondamente riflessivi dedicati a Dio e al destino dell’uomo che a lui si affida.

Ora, Eco era ateo e anch’io lo sono, per cui nei tratti illogici e profondamente ispirati dalla fede monacense del narratore, ho talvolta avvertito una tale repulsione per la cecità dei ragionamenti da sentirmene disgustata e infastidita, soprattutto nei continui riferimenti alla donna come demoniaca, strega e contro dio, unica eccezione Maria perché vergine eccetera eccetera.

Quando la femmina, che per sua natura è tanto perversa, diventa sublime per la sua santità, essa può essere il più nobile veicolo della grazia... Pulchra enim sunt ubera, quae paululum supereminent.

Di tutt’altro parliamo quando invece leggiamo le riflessioni sulla vita, sull’uomo e sull’origine delle cose che manifestano un’intelligenza e una profondità a tratti commoventi.
Ciò è in particolare dovuto alla tendenza anticonformista di Guglielmo – e quindi dell’allievo Adso – che è votato alla conoscenza e alla verità, un bene non così scontato nella realtà ecclesiastica del 1300.

C’è infatti un tema portante del romanzo che è quello della custodia del sapere e della conoscenza, che appunto non può stare a disposizione di tutti ma solo di chi può capirla. Oggi potrebbe sembrarci scontato dire che è giusto che tutti sappiano la verità e che le persone che la conoscono siano le uniche veramente libere di scegliere.

Ma proprio ultimamente, durante e dopo aver letto Il nome della rosa, mi viene da chiedermi se alcune verità, invece di fornire un quadro più chiaro delle cose, affidate agli ignoranti non possano peggiorare la situazione e la loro condizione di cecità.

Nella grande saggezza c'è grande dolore e chi incrementa il proprio sapere incrementa il proprio dolore.

L'autore Umberto Eco
L'autore Umberto Eco

In ogni caso nel romanzo questa conoscenza viene custodita gelosamente dall'Abbazia, attraverso una biblioteca-labirinto, nella quale è impossibile non perdersi, piena di trucchi e di diversivi che portano alla follia il visitatore indesiderato, ovvero tutti a parte il bibliotecario.

Il bene di un libro sta nell'essere letto. Un libro è fatto di segni che parlano di altri segni, i quali a loro volta parlano delle cose. Senza un occhio che lo legga, un libro reca segni che non producono concetti, e quindi è muto.

Guglielmo da Baskerville è quindi sicuramente un dotto molto progressista, che si è fatto qualche nemico prima e dopo la sua carriera da inquisitore (uno dei migliori) della santa Chiesa Cattolica, la quale già allora era più un’istituzione, un’azienda, che non un riferimento di salvezza. La consapevolezza che lo ha allontanato da quella professione è quella della relatività della verità e dell’impossibilità di giudicare in mancanza di prospettive.


In una società povera e difficile come quella medioevale, era molto più facile giudicare che non capire le condizioni per le quali i reati si verificavano e molti inquisitori erano di fatto nobili che non avevano idea delle condizioni delle altre classi sociali, per cui molto facilmente una donna un po’ più dotta era bruciata per stregoneria, assieme a tutti quelli che accusava sotto tortura. Un clima di paura che, come Guglielmo stesso spiega, rende molto semplice il diffondersi della violenza piuttosto che della verità.

Tutte le eresie sono bandiera di una realtà dell'esclusione. Gratta l'eresia, troverai l'emarginato. Ogni battaglia contro l'eresia vuole solamente questo: che l'emarginato rimanga tale.

e ancora

Spesso sono gli inquisitori a creare gli eretici.

Dalle riflessioni sulla vita, su Dio, sull'amore e sulla morte, questo libro insegna molto anche nel XXI secolo e soprattutto ci mette di fronte alla realtà di due fatti:

  • Che dal 1300 a oggi alcune realtà e alcuni pregiudizi sono rimasti gli stessi, seppure cambiano i soggetti e gli argomenti che li motivano e per questo dovremmo imparare dal passato;
  • Che da oltre un secolo, e vale la pena dire anche prima, i dubbi e le incertezze sono rimasti gli stessi: i misteri della vita e dell’amore rimangono argomento d’analisi e di riflessione e l’uomo non smetterà mai di cercare la verità.

Claudia Neri - altre recensioni e articoli li trovi sul mio blog.


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