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Una storia di Atrabile

Il cacciatore

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5 minuti

Pubblicato il 17 settembre 2018 in Avventura

Tags: #Surrealismo #Avventura #Surreale

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“Colui che pretende di dire la verità dappertutto, in ogni momento e a chiunque, è un cinico che esibisce soltanto un morto simulacro della verità”.

“La parola veridica non è una grandezza costante in sé: è vivente come la vita stessa."


-Dietrich Bonhoeffer


Arrivai in un istante e l'incredibile alterità di quel luogo accese il mio interesse e la mia curiosità: anni di viaggi non mi avevano procurato tale sensazione di smarrimento, mai.


Era notte: questo è ciò che lesse la mia mente, constatando l'assenza di una forma di luce proveniente dall'alto, dall'esterno di quel luogo, ma fortunatamente si riusciva a vedere grazie al baluginìo di alcune lanterne sparse in maniera piuttosto omogenea ovunque i miei occhi potessero arrivare. In realtà ero arrivato lì grazie ad una complessa serie di calcoli e di processi fisici che ancora non ero riuscito a chiarire, e quindi non potevo essere certo della presenza di fenomeni astronomici in quel luogo.


Ciò che si presentava era un'ampia piazza, un pavimento di ossidiana, formato da placche di medie dimensioni e leggermente rigonfie. Tutt'intorno una merlatura, nello stesso materiale e in stile ghibellino, delimitava l'area.


Le fioche lanterne illuminavano in basso e riuscivano a mostrare l'inizio di un sentiero che, seguendo l'architettura, si allontanava tortuosamente dalla piazza. Decisi di seguirlo.


Camminando strani fenomeni arrivavano ai miei sensi: dapprima vidi, in alto e nell'oscurità totale, due passeri che si inseguivano, intrecciando i loro moti, ma subito dopo scomparivano, senza più possibilità di essere visti, afferrati o percepiti nella maniera più assoluta. Il mio stesso rilevatore confermava quanto appena successo.

Continuando a camminare riusci a vedere le più grandi opere architettoniche dell'umanità, ma tutte sconvolte in qualche forma: l'Anfiteatro Flavio capovolto e mutilato alla base, passai sotto la Cappella Sistina, curvata in maniera anomala e la pittura deformata, in lontananza tre pietre di Stonehenge e metà di un vascello norreno sul quale quattro corpi di vichinghi e quattro teste, appartenenti ai corpi, sparsi lungo l'imbarcazione, intonavano ciclicamente delle kenningar:


"I tintori dei denti del lupo/prodigarono la carne del cigno rosso./Il falco della rugiada della spada/si cibò degli eroi nella pianura./Serpenti della luna dei pirati/adempirono la volontà dei Ferri."


Il sentiero continuò con questi fenomeni, del tutto reali e per niente olografici: pezzi di vita di universo riuscivano ad essere, magari perivano dopo poco e scomparivano, altri emergevano in maniera altrettanto improvvisa e si potevano scorgere, in una manciata di secondi, le vite di intere galassie.


Giunsi finalmente a quella che, dall'esterno, aveva tutta l'aria di essere una locanda: una piccola abitazione in muratura scura. Bussai e mi aprì un uomo minuto, basso e dalla corporatura paffuta, con pochi capelli bruni ai lati della testa, che indossava un paio di occhiali rotondi: in effetti aveva tutta l'aria di essere un banchiere di metà novecento.

"Benvenuto!"- mi accolse con una voce squillante e carica di energia.


Entrai e la casa era, al contrario delle mie aspettative, incredibilmente familiare. All'ingresso mi trovai di fronte ad una serie di cartelli appesi su tutti i muri della stanza, un vecchio cartello in legno recitava "La Cascina", con un disegno di fianco raffigurante una navicella spaziale stilizzata: era l'unico cartello che riuscivo a comprendere, gli altri erano scritti con caratteri a me sconosciuti, probabilmente non appartenenti a nessuna civiltà umana.


Varcai la soglia della sala principale e mi trovai di fronte ad un salotto con il caminetto acceso, c'era abbondanza di divani, poltrone e tappeti a donare calore e comodità a quel pavimento scuro e freddo come l'architettura nichilista in cui ero arrivato.

Librerie a coprire gli spazi vuoti dati dall'assenza di finestre.


Nove erano le persone che sedevano in quel salotto: alcuni di loro li riconobbi, cari compagni di viaggio, avventurieri, pirati e navigatori che più di una volta mi avevano accompagnato ed illuminato, anche loro giunti in questo buio antro di mondo, mentre gli altri non erano neanche appartenenti al mio popolo, ma giungevano da angoli remoti di civiltà.


Passammo tutto il tempo a parlare, a raccontarci e a discernere i più disparati argomenti che appartenevano al Sole, tanto eravamo immersi nel mistero che nessuno sentì il bisogno di accennare ad argomenti anche solo minimamente toccati dall'Ombra.

I più esperti non dissero nulla di quel luogo, gli altri non chiesero. Proprio in questi luoghi si deve fare attenzione a parlare il linguaggio del mistero per cercare di trovare risposta alle proprie domande e non entrare, spaventati, con una fiaccola a scacciare timori profondi.


Instaurai una conversazione estremamente interessante con uno dei partecipanti, "Il Cacciatore": era effettivamente vestito come un cacciatore ottocentesco. Parlammo della scrittura come del delitto più efferato con cui flagellare l'universo, sottoponendolo ad un massacro sconcertante. Il discorso si generalizzò presto ad ogni forma di linguaggio e lui sottolineava con insistenza la necessità di questa violenza famelica e primordiale.

Mi invitò nella sua proprietà, la sua tenuta di caccia, e nello stesso momento mi accorsi che nessuno più era presente nella stanza. Accettando l'invito, lo seguì lungo un altro sentiero ossidianico, immersi in questo continuo buio, illuminati dalle solite lanterne basse, camminammo lentamente per una manciata di minuti, continuando la conversazione: mi trovavo in uno stato stranamente lucido, ma per un momento persi totalmente il senso delle cose.


Una piccola scalinata segnava l'inizio della proprietà e due colonne all'ingresso presentavano degli inserti di Mercurio, assai raffinato. Oltre la scalinata si apriva sotto di noi un'arena, sempre immersa nella pietra scura tipica del luogo, ma completamente riempita di vegetazione, alberi secolari, piante esotiche, alcune addirittura luminescenti: sembrava un museo di piante rare a giardino, la passione per il collezionismo è infatti tipica di molti cacciatori.


La sveltezza con cui estrasse la carabina dal fodero in cuoio ruppe il silenzio del momento. Una dozzina di ominidi, simili ad australopitechi, uscirono, correndo e gridando, dalla vegetazione, scappando e scontrandosi talvolta. Tredici colpi furono sufficienti ad estinguerli, l'ultimo suono fu il tredicesimo sparo e la canna fumante che veniva riposta nel cuoio.


Una lacrima, fu l'unico atto di coraggio che riuscii a compiere alla vista di quella danse macabre.


"Vedi, qui storie eterne durano giusto un respiro e lasciano solo il silenzio, altre non riescono neppure ad avere modo di nascere. Nonostante ciò, le storie che si raccontano sono sempre, seppur mutilate o deformate, risultati unici di un'esattezza più alta di qualsiasi verità scritta."


Mi congedai e tornai alla mia macchina del tempo, nome quantomeno incompleto a dirla tutta. Mi ci vollero giorni per tornare a pregare.




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