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Una storia di Andreatravertino

La valigia

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3 minuti

Pubblicato il 12 maggio 2018 in Viaggi

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Domani parto e stasera non riesco a dormire.

Inutile provare a non pensare; anche quando sono sicuro che non lo sto facendo, da qualche parte della mia testa, dove le luci sono già spente, qualcuno sta ancora lavorando, e con un lieve brusio mi tiene sveglio. Tanto vale riaccendere le luci sperando di finire il lavoro in fretta e riuscire a riposare; che magari il lavoro finito sarà pure interessante.

Difficile però capire a cosa si lavora in quella remota parte del cervello che è ora sotto le luci dei riflettori. Probabilmente si pensa al futuro, partendo dal passato, dall'ultima cosa fatta prima di infilarsi sotto le coperte: la valigia.

Si, sono uno di quelli che fa le cose all'ultimo momento, e nemmeno la valigia si salva da questa abitudine. “La pressione del tempo che sta per finire mi aiuta a concentrarmi e a non dimenticare niente”, racconto agli altri ed a me stesso; ma in realtà è solo pigrizia.

Però funziona sempre; alla fine non dimentico mai niente, anzi ora sono diventato davvero bravo a far in modo che entri tutto e a non sprecare spazio.

Ecco a cosa sto pensando senza nemmeno saperlo; penso al fatto che questa notte, ai piedi del mio letto, dove di solito trova spazio solo il disordine, ora c'è in piedi una valigia grande, pesante, azzurra e verde.

Penso in realtà a come, in una valigia pronta a partire, le cose cambiano forma; alcune cambiano proprio la loro ragion d'essere.

Un asciugamano, per esempio, stanotte non avvolge un corpo nudo ma il mio computer nella speranza di proteggerlo dagli urti; l'altro invece protegge una bottiglia che all'arrivo sarà un regalo. La scarpa destra adesso non contiene un solo calzino ma tutti quelli che sto portando con me, mentre nell'altra, racchiuse in un sacchetto, ci sono delle mutande arrotolate strette per entraci meglio. Anche la camicia a quadri, che di solito è troppo importante per essere piegata in un cassetto tra maglioni e magliette, stavolta invece è finita tra la macchina fotografica ed un romanzo ancora da finire.

E tutto si tocca, tutto combacia in parte con l'altro. Qualcosa anzi, ne tocca più di un'altra: la felpa a quadri, per esempio, sembra quasi la seconda pelle della valigia, quella un po' più delicata che si trova sotto quella più dura tenuta insieme dai punti sintetici della cerniera.

Penso a tutto quello che mi sto portando dietro e rifletto su quante volte anch'io avrei fatto bene a cambiare forma e non l'ho fatto, alle persone che avrei potuto toccare e che invece ho schivato, a quanto spazio ho sprecato mettendo un solo calzino nella scarpa quando di spazio ce n'era per altri.

Forse ho viaggiato più leggero, è vero, ma quante cose non ho portato con me e adesso non ho più? Quante persone non sanno ora chi sono, e quante altre avrebbero potuto legarsi a me ma non ne hanno avuto modo?

Ecco cos'era il brusio che mi teneva sveglio quando le luci erano ancora spente: erano queste domande.

E chissà se ha senso cercarne le risposte per cercare di prender sonno; so però che le valige fatte male nel passato, lo spazio sprecato o i guanti lasciati a casa perché “vabbé, non farà poi così freddo”, mi stanno insegnando a viaggiare.

E questo mi basta stanotte a far spegnere le luci e a prender sonno, felice di aver decifrato il brusio che mi teneva sveglio, e di dare un nuovo senso al mio viaggiare.


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