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Una storia di LucaTamburrino

MAMMUT

La storia di Alberto e del suo amico preistorico

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14 minuti

Pubblicato il 15 dicembre 2020 in Avventura

Tags: #Luca #Mammut #Tamburrino

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Era una bellissima giornata di metà settembre, il sole entrava dalla finestra della cucina in un fascio di luce obliqua, accendendo il pulviscolo dell’aria, e anche il sorriso appena abbozzato di mia moglie. Quasi mi dispiaceva doverle dire del trasferimento in Siberia, eravamo tornati dall’India solo pochi mesi prima e sicuramente non l’avrebbe presa bene. Alla fine trovai il coraggio e glielo dissi, senza troppi tentennamenti: «Cara, devo parlarti.»

«Dimmi, ti ascolto», rispose lei.

«Dobbiamo partire di nuovo», dissi, «questa volta andiamo in Siberia», aggiunsi con la voce leggermente strozzata dalla saliva male ingoiata. Quella notizia la pietrificò sul colpo. Si fermò a fissarmi negli occhi, come se dalle mie pupille fosse uscito il potere pietrificante della Gorgone; ma forse era semplicemente il freddo del nord che al solo pensiero le aveva congelato i muscoli del viso. Dopo qualche secondo di smarrimento le ritornò il colorito e finalmente disse con aria un po' frastornata: «Hai detto in Siberia? Ma come in Siberia?... Di cosa stai parlando, Pierdomenico?»

«Sono stato contattato da un istituto di ricerche siberiano, hanno trovato un piccolo mammut lanoso, praticamente intatto, e vogliono iniziare degli studi per capire le analogie che ci sono con i moderni elefanti indiani.»

«Ho capito», rispose lei laconica.

«Ho capito… è tutto quello che sai dire?»

«E cosa vuoi che ti dica? Vuoi portarci a vivere in Siberia, un mondo tetro e freddo… siamo tornati dall’India cinque mesi fa e ora ripartiamo di nuovo!…», disse vivamente, in tono di protesta.

«Claretta, hai sposato uno zoologo, capisci? Cosa pensavi, che sarei rimasto per sempre in Italia a studiare passeri, piccioni e cinciallegre?»

Si fermò un attimo a riflettere sulle mie parole, abbassò lo sguardo e non disse altro. Con quel silenzio sembrava aver metabolizzato l’idea della partenza, ma non accettò di buon grado che la destinazione fosse proprio la Siberia. Partimmo il venticinque settembre dall’aeroporto di Roma, con un sole che illuminava di un azzurro intenso il cielo e dopo circa nove ore di viaggio arrivammo finalmente all’aeroporto di Novosibirsk, dove invece il cielo era lattiginoso e faceva un freddo da far accapponare la pelle. All’aeroporto c’era ad attenderci il dottor Anton Ivanov, un biologo russo che avevo sentito più volte al telefono, prima di partire per la Siberia. Gli strinsi la mano con piacere, gli presentai anche mia moglie e mio figlio, poi salimmo in macchina e partimmo verso l’Istituto Siberiano di Paleontologia, all’interno del quale c’erano anche gli alloggi, dove avremmo vissuto per i prossimi quattro anni. Percorremmo delle strade interne, dirigendoci verso Tomsk e dopo circa un’ora di viaggio arrivammo finalmente a destinazione. Il giorno dopo cominciai il mio primo giorno di lavoro e arrivai nell’ufficio del direttore alle nove in punto, come da appuntamento. Con lui c’erano il dottor Anton Ivanov e un altro biologo americano di nome John Forbes. Anton me li presentò entrambi e subito il direttore cominciò a chiedermi della mia esperienza sugli elefanti maturata in India. Dopo avergliene parlato, approfittando di un momento di silenzio, perché il racconto sulla mia esperienza in India si era esaurito, dissi: «Allora, questo piccolo mammut, si può vedere o no?»

«Mi dispiace deluderla, dottor Olivieri, ma il piccolo mammut non è più qui», disse il direttore, «l’abbiamo spostato in un’altra sede provvista di un congelatore a bassissime temperature, a circa cinquanta chilometri da qui.»

Rimasi perplesso, non riuscivo a capire di cosa mi sarei dovuto occupare.

«Ci segua, dottor Olivieri!», disse il direttore, mentre si dirigeva verso l’esterno dell’edificio con gli altri due colleghi.

Uscimmo nel cortile dell’edificio e da lì entrammo in un grande capannone che fungeva da stalla per un’elefantessa indiana incinta.

«Dottor Olivieri, lei si dovrà occupare di questa elefantessa, e anche del piccolo che porta in grembo», disse il direttore con chiarezza.

«Non capisco… il dottor Ivanov quando mi contattò mi disse che avrei dovuto occuparmi del piccolo mammut trovato nei ghiacciai, e invece mi ritrovo a svolgere lo stesso lavoro che facevo in India, solo che questa volta dovrò farlo a temperature sotto lo zero.»

«Dottor Olivieri, non sia precipitoso. Il dottor Ivanov le ha sempre detto che lei si sarebbe dovuto occupare di un mammut, il resto lo ha dedotto da solo», riprese il direttore con un vago sorriso sulla faccia. Feci un gesto con le spalle, come per dire che non ci capivo nulla, mentre guardavo perplesso verso Anton, sperando che mi desse qualche spiegazione.

«Pierdomenico, ti spiego meglio come stanno le cose», disse Anton, «l’elefantessa a momenti partorirà un piccolo mammut. Il dottor Forbes ed io, circa ventidue mesi fa, abbiamo effettuato la clonazione, impiantando nell’ovulo di questa elefantessa il materiale genetico del piccolo mammut ritrovato nel ghiaccio, e ora sta per partorire.»

Adesso era tutto più chiaro. Mi avvicinai all’elefantessa, le accarezzai incredulo la pancia e mi resi conto che era molto più grande del normale, sembrava quasi volerle esplodere. Non riuscivo a credere ai miei occhi, a momenti avrei visto nascere un mammut, riportato in vita dalle profondità della preistoria. Aspettammo oltre quattro ore, ma l’elefantessa non si decideva a partorire, poi all’improvviso la vedemmo muovere freneticamente la coda, e mentre con gli occhi esprimeva una grande sofferenza, a in tratto piegò leggermente le zampe posteriori e dopo un sofferto travaglio riuscì finalmente a dare alla luce il piccolo mammut. Lo vedemmo uscire dal corpo della madre e cadere a terra, ancora avvolto nel sacchetto amniotico, insieme a un flusso misto di acqua e sangue. Ma qualcosa sembrava essere andato storto: il piccolo mammut non si muoveva e non respirava, sembrava morto. La madre cominciò a colpirlo a calci. Il direttore mi chiese di intervenire, ma gli spiegai che il parto degli elefanti deve avvenire con meno interferenze possibili da parte dell’uomo. Ci sono stati casi di parti assistiti dopo i quali la madre non si era più occupata del figlio. Dunque, la lasciammo eseguire quelle sue manovre senza troppe interferenze. Continuava a dare calci al piccolo pachiderma lanoso, e afferrandolo con la sua proboscide lo tirava su e lo rimetteva giù, continuando in quel modo per un po’, quando all’improvviso il cucciolo finalmente rinvenne e cominciò a respirare e a muoversi. Cercò di sollevarsi sulle zampe, ma sul principio non ce la faceva e ricascava giù a ogni tentativo. Ci provò diverse volte, finché riuscì a mettersi in piedi e a muovere i primi passi in questo mondo che non era più il suo ormai da millenni. Facemmo tutti un grande applauso ed esultammo dalla gioia. L’esperimento era riuscito, avevamo portato alla luce un piccolo mammut lanoso. Dopo oltre ventimila anni di sonno nei ghiacciai siberiani, attraverso l’utero di un’elefantessa indiana, il piccolo mammut ritrovato nei ghiacciai era ritornato a vivere nuovamente su questo pianeta che nei suoi eterni giri ha visto gli antichi pachidermi estinguersi e quelli moderni prendere il loro posto. Ora erano lì, uno vicino all’altro, l’antico nato dal moderno che insieme si prendevano gioco di anni di evoluzione.

Curai quel cucciolo di mammut per quattro anni, registrando ogni dato su tutte le fasi della sua crescita. Per tutto quel tempo mio figlio Alberto era cresciuto con lui, ci giocava tutti i giorni e gli dava da mangiare delle mele di cui era ghiottissimo; ne mangiava intere casse, portandole alla bocca con la proboscide. Alberto legò amicizia con quell’animale preistorico come se fosse un animale domestico. Lo chiamava semplicemente “Mammut” e quello era diventato il suo nome. Era un gran giocherellone e da piccolo aveva già una forza incredibile. Mi preoccupava molto il modo in cui Alberto ci giocava. A volte il piccolo mammut gli avvolgeva la proboscide attorno alla testa in segno di affetto, ma era pur sempre un animale preistorico e selvaggio. Continuai ad occuparmi del piccolo fino a quando compì quattro anni. Divenne molto grande e le sue zanne diventarono straordinariamente lunghe. Anche Alberto nel frattempo era divenuto un giovanotto, era cresciuto, aveva cominciato a radersi i baffi e quel poco di peluria sparsa sul viso. In quei quattro anni aveva continuato a studiare tiro con l’arco ed era diventato un vero campione. Mancavano pochi mesi e il contratto con l’istituto di ricerche si sarebbe concluso, e saremmo finalmente tornati in Italia. Un giorno, non sappiamo il perché, ma il mammut cominciò a rompere ogni cosa, sembrava impazzito. Intervenne la sicurezza che lo calmò sparandogli addosso proiettili di siringhe narcotizzanti. Appena l’animale stramazzò a terra sotto anestesia, gli uomini della sicurezza gli legarono i piedi con le catene e le fissarono a dei robusti pali di legno conficcati nel terreno. Al suo risveglio, il mammut, riprese a barrire e a strattonare continuamente le catene. Aveva una forza fuori da ogni immaginazione, era riuscito a sradicare uno dei paletti a cui era stato legato.

«È impazzito!», esclamò il direttore mentre si aggiustava incredulo gli occhiali sul naso, «ha idea di cosa gli stia accadendo, dottor Olivieri?»

«Non capisco», risposi, «deve essere il caldo che lo innervosisce.»

«Il caldo dice? Anche se siamo in giugno, siamo pur sempre in Siberia…»

«Deve essere l’eccesso di peluria lanosa che ha sviluppato quest’anno a farlo soffrire. Ne ha risentito anche gli anni passati, di questi tempi, ma adesso che la peluria gli è diventata più folta dovrebbe vivere nella parte più a nord della Siberia. Qui in giugno è decisamente troppo caldo per lui.»

«Cosa possiamo fare?», domandò il direttore.

«Dovremmo spostarlo più a nord, in zone più fredde», risposi con convinzione.

«Avevamo previsto per settembre lo spostamento allo zoo di Novosibirsk, per farlo vedere finalmente al mondo, ma non possiamo correre rischi e nella parte nord non abbiamo strutture adatte», disse il direttore, «mi dispiace, ma non possiamo curarci più di lui!», disse.

«Cosa sta pensando di fare, direttore?», chiesi aggrottando gli occhi.

«Questo mammut è decisamente impazzito. Un animale così grande e per di più folle è pericoloso e non sappiamo come gestirlo.»

«Sia più chiaro, direttore, la prego. Cosa vuol fare?»

«Dobbiamo abbatterlo, dottor Olivieri!»

«Cosa?! Abbatterlo?! Lei è completamente fuori di senno, direttore!», dissi in tono brusco, «non glielo permetterò mai!»

«Cosa crede di poter fare, dottor Olivieri? Ha svolto un ottimo lavoro fino ad ora. Fra meno di tre mesi, il suo mandato sarà scaduto e se ne potrà tornare in Italia con la sua famiglia. La prego di non crearci alcun tipo di problema, lo dico soprattutto nel suo interesse», disse il direttore, con un tono che celava una qualche minaccia.

«Cosa dirà al mondo? Si rivolteranno i popoli di tutta la Terra, e il suo nome sarà infangato!», esclamai rimbrottando.

«Al mondo diremo che il mammut è morto per incompatibilità con l’attuale clima terrestre. È un animale preistorico e ci crederanno tutti», rispose, «arrivederci dottor Olivieri!», si voltò e andò via. Tornai a casa e raccontai tutto a mia moglie. Claretta la prese molto male, ma soprattutto era molto preoccupata per nostro figlio.

«Alberto impazzirà se glielo dirai», disse mia moglie.

«Non possiamo non dirglielo, lo scoprirebbe comunque.»

Quando tornò da scuola gli spiegammo quello che stava accadendo e subito volle precipitarsi dal suo amico mammut.

«Alberto, dove vai? Lo sai che senza di me non puoi entrare nell’ ISP.»

«Papà, andrò con o senza di te!», disse risoluto. Lo accompagnai e quando arrivammo, trovammo il direttore con gli addetti alla sicurezza che tenevano d’occhio la situazione, e c’erano altri uomini che stavano fissando dei grossi cavi elettrici alle caviglie del mammut.

«Cosa sta facendo direttore?», chiesi secco.

«Lo stiamo preparando, lo abbatteremo domani con una scarica elettrica, non soffrirà.»

«Perché vuole ucciderlo, direttore?!», gridò mio figlio con violenza, «Mammut è mio amico e non glielo permetterò!»

«Ne ho già parlato con tuo padre, giovanotto. Il mammut è impazzito, puoi verificarlo da solo», concluse il direttore.

«Non è impazzito», disse il ragazzo, poi si voltò verso il suo amico e lo richiamò: «Mammut!...», poi entrò nel recinto e allungando la sua mano sul viso dell’animale gli sussurrò: «Mammut, ti prego smettila di ribellarti, altrimenti ti uccideranno.»

Come se avesse capito quello che Alberto gli diceva, il mammut smise di barrire e non strattonava più, ma il direttore non si persuase dall’idea dell’abbattimento. Tornammo a casa rassegnati, ma non fu così per Alberto. Nel cuore della notte sentii l’allarme suonare, corsi nell’ISP e vidi che c’erano le guardie armate e Alberto col viso colorato da guerriero in groppa al mammut, con in mano il suo arco e le frecce nella faretra dietro la sua schiena. Aveva liberato il mammut con le mie chiavi e ora voleva uscire dall’istituto insieme a lui, scagliando frecce contro chiunque li volesse ostacolare.

«Cosa fai Alberto? Ti farai ammazzare!», gridai. Un agente della sicurezza fece fuoco sul mammut, colpendolo alla zampa posteriore. Alberto incoccò la prima freccia nel suo arco e la scagliò contro la guardia, colpendogli il braccio. «Maledetto ragazzo, mi hai colpito!», esclamò la guardia con un’espressione di dolore.

«Vai Mammut!», gridò Alberto incitando l’animale verso l’uscita, e mentre tirava frecce sugli agenti della sicurezza, colpendoli alle gambe e alle braccia per non ferirli mortalmente, il mammut si faceva spazio con le sue lunghe zanne e con la proboscide.

«Fate fuoco!», ordinò il capo della sicurezza, «ammazzateli entrambi!». Una delle guardie mirò verso Alberto e gli sparò.

«No!», gridai disperato, e dopo aver impugnato un bastone di legno colpii quell’uomo, con forza, tra capo e collo. Fece seguito una pioggia di proiettili verso il mammut che con un ultimo barrito, l'animale, si accasciò a terra. Cominciai a colpire a bastonate tutte le guardie che mi trovavo davanti, quando all’improvviso fui colpito dal calcio di un fucile dietro alla testa e persi i sensi. Mi risvegliai nell’infermeria di un carcere siberiano, con una persona che mi sorvegliava e con la testa che mi faceva molto male.

«Che ci faccio qui?», chiesi scuotendo un po’ la testa per liberarmi dal dolore.

«Stia buono dottore. Per favore, non si muova dal letto.»

«Voglio vedere mia moglie e mio figlio», dissi, «mi lasci andare dalla mia famiglia la prego.»

Chiesi alla guardia perché mi tenevano prigioniero, e lui rispose con voce grave: «Dottore, la guardia dell’ISP che lei ha colpito col bastone è in prognosi riservata e rischia di morire.»

«Morire? …», feci eco con voce rauca. Poi soggiunsi: «E Alberto? … Come sta mio figlio?»

«È stato ferito gravemente ed ora è in ospedale», disse, fra i denti. A un tratto mi si fece il cuore buio e un brutto sentore si impadronì di me. Il giorno dopo mia moglie venne a trovarmi in carcere e mi disse piangendo, e con gli occhi scavati dal dolore che Alberto non ce l’aveva fatta. Il mio cuore si spaccò in due, il mio unico figlio era morto e io dovevo soffrire in carcere, col cuore pieno di sgomento. Dopo quella sciagurata vicenda, mia moglie tornò in Italia col corpo di nostro figlio, mentre io dovetti restare in carcere fino al giorno del giudizio. Mi fu preclusa la possibilità di seppellirlo e l’unico mio conforto era una sua foto che gli scattai un giorno, mentre giocava felice con il piccolo mammut. Fu un anno terribile, l’orologio batteva i secondi che sembravano giorni e i giorni sembravano anni, mentre un dolore profondo mi si era piantato nel cuore come una freccia lacerante. La guardia riuscì a sopravvivere e finalmente, dopo cinque mesi, fui assolto e potetti tornare in Italia. Tornai a casa con la paura di entrarci dentro ed essere perseguitato per sempre dalle ombre. Varcai la soglia di casa dove c’era ad aspettarmi mia moglie, invecchiata di dieci anni in soli pochi mesi; quel lutto l’aveva terribilmente provata. Fu felice di riabbracciarmi, ma senza nostro figlio la vita non sarebbe stata mai più la stessa. Decisi di non girare più il mondo per studiare animali e aprii un piccolo centro veterinario in città. Un bel giorno vidi arrivare allo studio mio figlio Alberto sopra il suo mammut, ma quando mi avvicinai per abbracciarlo, mi accorsi di aver avuto un'allucinazione dissociativa e quello che avevo davanti non era mio figlio.

«Buongiorno, dottore! Lavoro nel circo arrivato ieri in città e questo elefante ha bisogno del suo aiuto.»



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