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Una storia di Buccedimandarino

Seconda opportunità

Cap.2  La fine

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7 minuti

Pubblicato il 29 giugno 2020 in Storie d’amore

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Scesi in fretta dal treno districandomi tra le numerose persone che lentamente prendevano la via verso casa. In poco tempo riuscii a svincolare in testa alla lunga coda di gente che si accalcava all'uscita della stazione. Fuori era già buio e le luci delle finestre illuminavano le famiglie a cena o davanti ai televisori mentre discutevano della giornata.

Quella sera non mi stavo dirigendo a casa come di consueto, ma andavo nella zona più periferica della città, impaziente di dare a lui quella notizia che avrebbe potuto essere l'inizio di qualcosa d'importante. Sorrisi all'idea della faccia che avrebbe fatto il mio fidanzato nel conoscere quella novità: finalmente con due stipendi avremmo potuto iniziare a realizzare tanti sogni che avevamo insieme e che fino ad allora non avevano mai potuto trovare compimento...progettare una casa, costruire una famiglia...

Per me era sempre stata una condizione dolorosa quella di lavorare e non essere retribuita perché, anche se stavo realizzando il mio sogno lavorativo, ero convinta che nella vita la vera felicità potesse essere raggiunta solo se tutti i tasselli relativi alla propria vita privata fossero andati al loro posto.

Alessandro mi aveva supportato durante tutta la mia carriera universitaria seppur non fosse una cosa facile: in passato trascorrevo le giornate tra treni, lezioni, laboratori e studio e non avevo mai avuto modo di trovare un lavoro all'esterno perché il tempo che mi avanzava era davvero pochissimo e quindi mi limitavo a dare qualche ripetizione di matematica a studenti con difficoltà. Spesso ero stanca nei week-end dopo aver trascorso ore ed ore della settimana nel laboratorio dove portavo avanti la mia tesi sperimentale, tuttavia, se non avessi voluto perder anni di studio, dovevo mettermi sotto e recuperare le lezioni che non ero stata in grado di studiare durante la settimana lavorativa. Alessandro, anche se preoccupato per me nei periodi di stress più intenso, aveva sempre creduto in me e mi aveva sempre spinto ad andare avanti. Erano un po' di anni, tuttavia, da quando aveva scoperto che avrei intrapreso la scuola di specializzazione, che anche lui mi remava contro. Non lo faceva con cattiveria, ma la scuola di specializzazione significava altri 4 anni di lavoro e studio senza retribuzione e lui non avrebbe voluto aspettare i 35 anni per iniziare a crearsi una famiglia propria. Se è per questo, non lo volevo neanche io.

Suonai al citofono mentre un forte tuono squarciava il cielo e repentiamente salii le scale per arrivare al terzo piano.

Alessandro mi aspettava davanti la porta, scuro in volto.

"Ciao!"

Corsi ad abbracciarlo felice.

"Ehi, che succede?"chiese lui, sciogliendosi in un sorriso. I suoi occhi azzurri mi fissarono.

"Devo parlarti, posso entrare?".

"Certo, vieni...in realtà, dovrei parlarti anche io".

Mi girai verso di lui con aria incuriosita e poi salutai sua madre seduta in salotto davanti la televisione.

"Aspetta, andiamo in camera mia".

Lo seguii velocemente, impaziente di dirgli la novità. Mi sistemai sul suo letto ed iniziai a raccontargli della giornata, del nuovo medico e di quella nuova opportunità che Lorenzo aveva deciso di dare a lei e ai suoi colleghi.

La faccia che poco prima avevao immaginato sul suo volto non poteva essere più diversa.

"Be'?!? Non sei felice? Hai una faccia!" mi avvicinai preoccupata a lui, tornando seria.

"Ludo...io...non ce la faccio più, mi dispiace!". Salirono delle lacrime nei suoi occhi chiari che rimasero lì per tutto il tempo, rendendoli ancora più belli.

"Non ce la fai? Non ce la fai a far cosa? Che succede?" lo incalzai preoccupata.

"Ludo...tu...tu sei stata la mia prima ragazza e l'unica che ho davvero amato. Con te ho condiviso cose belle e brutte...anzi, che dico?!? Ho condiviso con te la stragrande parte della mia vita, stiamo insieme veramente da tanto tempo, una cosa che tutti i nostri coetanei ci invidiano, ma adesso...adesso io ho bisogno di altro."

Ricaddi sul letto tenendomi il petto con la mano e sentendo una corda alla gola che pian piano si stava stringendo intorno al mio collo.

"Che cosa dici? Di cosa hai bisogno?" chiesi con voce flebile e triste, immaginando già la risposta.

"Io ho aspettato tanto...TI ho aspettata tanto. Per me il nostro amore non è mai bastato, avrei sempre voluto diventasse altro...che si evolvesse in qualcosa di più grande. Io ho sempre immaginato un futuro con te, ma non sono più disposto ad aspettare".

"Ma ti sto dicendo che non dobbiamo più aspettare! Appena firmo il contratto sarà fatta!" mi aggrappai al suo braccio supplicante, mentre la gola si stringeva sempre di più e mi faceva uscire una voce che non assomigliava affatto alla mia.

"Sì, certo...per un anno e poi ricadere nel baratro dell'incertezza. Ludo, io ho preso una decisione ormai".

Crudele e spietato si sedette sulla poltroncina all'angolo della stanza a fissarmi in cerca di una mia parola. Ma non avvenne. Non riuscivo più a pensare. Non riuscivo più a vedere altro che quei 15 anni passati e svaniti in una frazione di secondo. Le lacrime iniziarono a trovare la strada sul mio viso, ma io non ero più lì. Non sentivo più la fame, il sonno, l'amore...sentivo solo un forte peso sulla bocca dello stomaco che mi tramortiva e non mi permetteva di respirare bene. Accelerai il respiro, mentre con un gesto della mano bloccai lui che si era avvicinato a me per consolarmi. Non volevo sentire quelle sue mani su di me. Volevo solo andare via. Mi accorsi guardandolo che Alessandro continuava a parlarmi, ma non seppi mai quello che disse perché non ero più lì da tempo. Corsi giù per le scale mentre lui mi rincorreva e urlava: "Fatti almeno riaccompagnare, piove a dirotto!", ma io ero già fuori.


L'acqua scendeva a fiumi giù dal cielo e cadeva su di me bagnandomi i vestiti. Non mi importava. Guardai in alto, facendomi risvegliare dalla quella pioggia forte che mi batteva sul viso. Immaginai i passanti che dovevano vedermi in quel momento: in mezzo alla strada, completamente zuppa dalla testa ai piedi, che continuava a prendere pioggia senza trovare un riparo. Scoppiai a ridere. Ridevo e non pensavo. Ridevo e i cattivi pensieri si facevano un po' più leggeri. Ridevo e pian piano ritornavo in me.

Continuai a vagare non so per quanto tempo per le strade della città vuota. Ogni tanto sentivo il cellulare squillare, ma non avevo la forza di frugare nella borsa e rispondere, così lo lasciavo lì, a farmi compagnia sotto quell'acquazzone.

Un barbone all'angolo della strada, rifugiatosi sotto un balcone, mi guardò male mentre continuavo a passeggiare sotto la pioggia come se nulla fosse, senza aumentare l'andatura dei miei passi. Mi sentivo vuota. Non sapevo dove andare e cosa fare. In 10 minuti avevo buttato la mia vita passata, presente e futura e il peso al petto me lo ricordava diventando sempre più pesante fino a rendermi difficile il respiro.

Quando ebbi la forza di incamminarmi verso casa la pioggia era terminata da un pezzo e le luci alle finestre erano quasi tutte spente.

Ascoltai le grida di mia madre, che preoccupata iniziò a bombardarmi di rimproveri per tutto il tragitto che separava la porta di casa al bagno. Non dissi una parola e chiusi la porta, ma subito lei mi seguì nella stanza. Ci guardammo in silenzio per un attimo e la sua espressione di rabbia mutò in un attimo in preoccupazione. Il mio viso non doveva avere un bell'aspetto.

"Ludo, ma che è successo?" chiese tirandomi a sè per abbracciarmi.

Scoppiai a piangere forte, liberandomi finalmente di quel dolore che si era accumulato nel petto, mentre mia madre mi accarezzava con un'aria terrorizzata pensando a chissà cosa.

"Mamma...Ale...Ale mi ha lasciata". Dire quelle parole fu come avere la conferma definitiva di quello che era appena successo e mi accasciai a terra, seguita da mia madre che mi rimase accanto e mi aiutò a togliermi i vestiti bagnati e a mettere il pigiama.

"Manda un messaggio al laboratorio. Non ti sei mai presa ferie, domani non mi pare il caso di andare. Vuoi dormire due ore?" mi consigliò mamma mentre si allontanava dalla mia stanza per ritornare a dormire.

L'ultima cosa che ricordai di aver fatto in quella pessima giornata, oltre a mandare un messaggio a Lorenzo, fu quella di mandare un SMS ad Alessandro con un idea che mi era balenata in mente in quel momento.


"Dimmi la verità,

ti sei innamorato

di un'altra?"


Dopodiché crollai esausta con la testa che mi pulsava.



Questo è il secondo capitolo di "Seconda opportunità":

Cap.1 - Il nuovo medico


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