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Una storia di Tyregianpa

La Solitudine dei Cinque Contro Uno

Un Racconto di Tyrone Nigretti & Gianpaolo Buonafede (illustrazione di Alessia Santangeletta)

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5 minuti

Pubblicato il 15 gennaio 2019 in Humor

Tags: #Solitudine

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Lo sapeva che sarebbe rimasto solo.
Dall’alto della sua scrivania fissava la vecchia Olivetti sporca di sangue e sperma mentre pensava alla pelle di lei che stringeva forte il suo cazzo.
Se l’era fatta lì, fugacemente, tagliandosi la mano destra col fermacarte e sudando freddo, al solo pensiero di rivestirsi, ma col bisogno di sgranchirsi le gambe.
“Non posso continuare a pensare a quella mignotta, la vita non è una botta e via, mi serve una birra”.
Si alzò di scatto lasciando cadere la sedia e il rumore del metallo lo fece sobbalzare.
“ma, che cazzo, pure la sedia mi fa tremare” pensò arrancando voracemente di fronte al frigo e notando il piccolo post-it sullo sportello con scritto: “c’è da fare la spesa”.
“ci penso domani”, borbottò, e una volta aperto lo sportello si accorse che solo una birra, e pure mezza iniziata, si era salvata da quel periodaccio. Doveva assolutamente pubblicare qualcosa di nuovo.

Aveva già preso l’anticipo e se l’era bevuto in soli sei giorni.
L’agente letterario era stato categorico: “vogliono che tu presenta il progetto finito entro la fine di marzo”. Mancavano pochi giorni ad agosto.
“sti cazzo di agenti… se lo scrivessero loro questo libro di merda. Io manco volevo farla la biografia di ‘sto calciatore” urlò mentre si accasciava sul divano, in mutande e camicia, con una chiazza marrone sul colletto.
D’un tratto, come un calcio nelle palle, una notifica di Facebook lo staccò dai suoi pensieri: un amico lo aveva taggato in una di quelle petizioni per salvare un cane, un centro sociale o qualcosa del genere. Nulla che a Frank interessasse davvero e infatti decise di ignorarlo. Gettò il cellulare lontano; molto lontano, e dopo aver acceso lo stereo, mentre in sottofondo Bob Dylan cantava di Hurricane Rubin, finì la sua birra, si scorse di lato, poi vomitò.
Nello stesso momento, mentre ancora sputava l’anima a terra, qualcuno bussò alla porta, quasi riconducendolo nel mondo dei vivi.

“Che ore sono?! Chi cazzo è?!…” urlò precipitandosi in piedi.
“Frank sono io, apri la porta.”
“Io chi?” domandò con voce ferma e arrogante.
“sono io, Simon!” rispose la voce da dietro la porta. Una voce pulita, quasi femminile.
“Simon?”, rispose, “non conosco nessun Simon. Non sarai per caso un altro di quei testimoni di Geova, vero?”
“Cazzo, Frank, sono io, Simon, tuo fratello. Fammi entrare!”
“Massì… scherzavo,” sbraitò aprendo la porta, “che ci fai in giro a quest’ora?”.

Simon era lì per parlare della rottura con Rebecca, la ragazza con la quale si era mollato e ripreso più di una volta, ma sapeva benissimo che con Frank non avrebbe potuto parlare liberamente di queste cose, altrimenti lo avrebbe mandato a fanculo.
“Allora Frank, come va?” domandò al fratello mentre si accomodava accanto a lui sul divano, cercando di evitare le chiazze di vomito, nonché i rimasugli delle vecchie birre.
“Una favola caro mio, davvero una favola. Sto per pubblicare il mio nuovo capolavoro e poco fa mi son scopato una troia di prima classe. La mia vita è un treno che corre sui binari della meraviglia…” poi scoppiò a piangere.
Ecco che Simon si ritrovò, ancora una volta, a consolare il fratello grande mentre piangeva.
Un soffio di rabbia gli solleticò la mente riportandolo a quando, da bimbi, ogni volta che Frank piangeva, veniva picchiato dalla madre. Quest’ultima era convinta fosse Simon la causa di tutti quei drammi, e quindi lo puniva, nel peggiore dei modi, facendolo sentire quasi sempre una merda.

“Dai Frank, non fare così, hai detto che stai per pubblicare un libro nuovo… è una buona notizia!”
“Lo sarebbe, se non fossi costretto a scrivere la biografia di un bidone di calciatore con il menisco sputtanato!” rispose scostando l’abbraccio, quasi amorevole, che Simon stava cercando di dargli.
“Va bene, ok, ma è pur sempre qualcosa. Pensa che ci sono scrittori che passano tutta la vita cercando di pubblicare anche solo un racconto, ma non ce la fanno. Tu hai la fortuna di poter scrivere e pubblicare almeno una volta su dieci quello che vuoi, e se per farlo devi scendere a compromessi, accettalo! Non è niente di così grave. Forza e coraggio!”.
Frank non sapeva se rispondere o prenderlo a pugni. Perciò si limitò a fargli il verso, liberando una scoreggia che puzzava come se avesse inzuppato un fritto misto nel latte e infine, dal nervoso, fracassò la bottiglia sul pavimento.
“Ma sei scemo? Cazzo, Frank! non farmi incazzare!”.
“ma stai zitto, coglione… la bottiglia era vuota, perciò è tutto a posto” ribatté trasformando il suo ghigno in un sorrisetto nevrotico.

“…e che mi dici della tipa che ti sei fatto?”, chiese Simon, “non è stato bello?”.
Restò un attimo in silenzio e poi confessò: “io nemmeno mi ricordo come è fatta una fica”.
A quel punto Frank si ammutolì. Si sentiva a disagio e non sapeva davvero cosa rispondere. Guardò il fratello dritto negli occhi per un paio di minuti, finché, quasi esasperato, vuotò il sacco:
“la tipa che mi sono fatto?!… Vuoi sapere della tipa che mi sono fatto?!…” domandò a Simon con tono di sfida misto a disprezzo, “la verità è che la puttana che mi sono fatto, prima che tu arrivassi, era lei…” e dopo aver alzato la mano destra, con l’eleganza che non lo ha mai distinto, invitò il fratello ad uscire.

Il resto della notte lo passò stringendo nella mano sinistra la solitudine e nella destra tutt’altro.

Illustrazione di Alessia Santangeletta
Illustrazione di Alessia Santangeletta

[Questo racconto è stato scritto da Tyrone Nigretti (Týr), Gianpaolo Buonafede (GiaNpa) e illustrato da Alessia Santangeletta ].

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