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Una storia di athoszontini

H. H. - This is not the truth

Progetto collaborativo per raccontare la storia dell'Hotel House.

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85 minuti


Prefazione

Questa è una storia a metà tra narrazione e denuncia sociale, dove la fantasia degli scrittori trova una dura realtà a cui fare riferimento e da cui trarre spunto.

È la storia dell’Hotel House, un residence nato negli anni Sessanta a Porto Recanati, come isola vacanziera a due passi dal mare, autosufficiente rispetto alla città, e che si è trasformato via via in un ghetto per migranti.

Doveva essere un enorme condominio con una bella vista sul mare e sulle colline cantate da Giacomo Leopardi. Una struttura innovativa e inclusiva, con campetti di minigolf e da tennis, negozi e parco giochi per i bambini e persino un laghetto artificiale, ma in realtà non è mai stata terminata.

Oggi, in quello che doveva essere un condominio di lusso, vivono circa 2000 persone, in condizioni di grande degrado e disagio sociale. Il progetto iniziale, infatti, si è trasformato in una vera e propria città-ghetto verticale.

Lo scrittore Athos Zontini, avendo visionato il lavoro della fotografa Yvonne De Rosa, ha proposto una storia collaborativa.

Lanciato l’incipit, Athos sarà parte attiva nell’indicare come continuare la storia, pezzo dopo pezzo. Mentre ai suoi e a vostri contributi si legheranno le foto realizzate sul posto da Yvonne De Rosa, immagini che serviranno a farvi calare meglio nel contesto della narrazione.

Foto che in alcuni casi saranno descrittive e che in altri potrebbero essere dei veri e propri indizi, semplici input narrativi a cui dar seguito.

L’obiettivo di questa iniziativa è portare alla luce questo caso di architettura razionalista, frutto di una filosofia architettonica che doveva avvicinare le persone, ma che in realtà ha recato danni enormi alle persone e al paesaggio.

Attenzione, si tratta pur sempre di una storia semivera che parte dalla realtà, ma con personaggi a cui dovete dar vita voi.

O meglio, la storia dell’Hotel House è vera ed è una realtà estremamente cruda, ma a noi interessa crearne una nuova che possa tentare un esperimento: raccontare il vero attraverso il verosimile.

Ognuno ha la libertà di raccontare personaggi diversi, che si muovono in un arco narrativo che va dall’inizio dei lavori dell’Hotel House fino a oggi, attraversando qualsiasi genere letterario.

Un racconto in cui gli abitanti di questo complesso sono tanti, ognuno con la propria vita, che ad un certo punto potrebbero intrecciarsi.

Ogni contributo deve essere introdotto da una breve sinossi (tre righe) in cui l’autore spiega il contenuto, e come si inserisce nel filo narrativo complessivo.

Accanto alla storia principale, ci saranno più meta narrazioni: con articoli dell’epoca e materiali di altro tipo forniti da Yvonne che andranno a integrare i vostri contributi.

Ecco le linee guida da consultare per contribuire alla storia sull’Hotel House.

Parte del materiale verrà inserito in una mostra curata dalla fotografa Yvonne De Rosa.

La storia è iniziata, ora tocca a voi continuarla.

Incipit

Gli occhi lo tradiscono spesso, perché non dovrebbero farlo le sue orecchie? La filodiffusione nei corridoi del grattacielo potrebbe aver smesso di funzionare da chissà quanto, quella musica forse la sente solo lui. Ormai cammina tra i fantasmi, non quelli degli uomini ma degli oggetti incompiuti, abbandonati al tempo che li consuma, senza nessuno che li utilizzi: anche il ferro, il calcestruzzo, la pietra, il vetro, hanno facoltà di morire e diventare spettri. Nei tre ettari di terra incolta che circonda l’edificio, si ritrova a fissare i campi da tennis mai costruiti, le dune verdi del minigolf, la piscina dove più di quattrocento famiglie avrebbero dovuto prendere il sole e fare il bagno d’estate. Con lo sguardo segue la staccionata del galoppatoio dove nessuna ragazza con gli stivali di pelle e i pantaloni attillati è mai andata a cavallo e dal parcheggio vuoto gli arrivano i riflessi delle macchine in fila – una Fiat 850, uno spider Alfa Romeo, una Lancia Fulvia – tutte nuove di zecca, con i paraurti cromati e le vernici sgargianti. Certe sere poi, intravede le giacche bianche dei camerieri che accolgono i residenti nel ristorante mai aperto e una piccola orchestra in abito scuro che avrebbe dovuto suonare per le coppie sulla pista da ballo. Perfino nell’atrio, tra la puzza di piscio e i muri scrostati, ha l’impressione di scorgere in lontananza qualche signora che entra nell’istituto di bellezza o nel supermercato che erano stati previsti al piano terra. Ma esce raramente, gli ascensori sono quasi tutti rotti e i pochi in funzione sono sempre troppo affollati, una volta fuori casa ci vogliono ore per rientrare. Vive confinato nel suo appartamento al quindicesimo piano e da quando la televisione ha smesso di funzionare passa sempre più tempo affacciato alla finestra: guarda la pineta che degrada verso il mare, il traffico che va e viene dalla città, tutte quella gente arrivata da mezzo mondo, facce, nomi, lingue che non conosce. Dal cortile si sentono urla, pianti, a volte degli spari, soprattutto la notte, ma ha imparato a non farci caso. Si consola pensando che a differenza del passato, il presente dovrà avere per forza una fine.

Sono anni che l’aspetta mentre si chiede: “Com’è cominciato tutto questo?”

Sinossi: Samina viene dal Pakistan. Ha fame. I suoi pensieri sono occupati dal bisogno di cibo, le tasche sono vuote di soldi. Li ha dati tutti per pagare il subaffitto dell'appartamento. Vorrebbe essere come il Markhor la capra del suo paese che si ciba di serpenti.

***

La luce è fievole, balenii intermittenti seguiti da un brusio elettrico che non promette niente di buono. Forse avrà vita per un'altra settimana, poi smetterà di funzionare del tutto, adeguandosi al resto delle cose. In fondo è solo un frigorifero, pensa Samina. Contiene del latte a lunga conservazione, un barattolo di pelati dal bordo arrugginito sul cui fondo una chiazza verde si sta allargando da giorni. Ieri ha mangiato un piatto di spaghetti, gli ultimi della confezione offerta dal banco alimentare, senza olio, senza sale. Lo stomaco brucia. La testa gira e i pensieri fanno fatica a mettersi in fila. Guarda fuori dalla finestra, l'A14 corre come un serpente e lei vorrebbe essere come il Markhor, la capra selvatica del suo paese che i serpenti se li mangia e per questo non soffre mai la fame. In Pakistan ci sono molti serpenti e molti Markhor; qui, ci sono poche capre e molti serpenti che strisciano in ogni angolo. Si fruga in tasca, non ha più soldi. La donna bionda ed elegante, ogni inizio mese manda il suo autista a incassare l'affitto, ma ora che Samina è rimasta da sola perchè Hassan l'hanno portato via, non ce la fa a pagare per intero e gli arretrati aumentano. Prima la donna bionda le mandava una busta della spesa, ora non più. E' un mese che non va a trovare Hassan, ma sta troppo lontano. L'hanno arrestato perché era un piccolo cavallo. Spacciava droga. I grandi cavalli sono solo italiani. Riapre il frigo. Di nuovo il balenio. Lo richiude è solo un frigorifero.

Samina apre la porta, si ferma un attimo nell'andito del lungo corridoio. I soffitti sono adornati con cornici in gesso intarsiato, le finestre ad ante scorrevoli che avrebbero dovuto brillare guardano ovunque verso l'esterno: verso il mare, verso i panni stesi e colorati, lungo la fila di auto che di giorno attraversano l'austostrada, come se si arrampicassero su un grattacielo orizzontale; le finestre hanno tendaggi un tempo di un bianco terso; qualche tenda penzola, qualche altra è stata tolta, forse usata come coperta. Tutto serve. Tutto è riciclabile. Meno che la fame.

Sale una rampa di scale, compiendo uno sforzo sovrumano per i suoi quarantachili, ma vuole raggiungere l'appartamento di Marco, chiedere se può anticipare le pulizie, perché ha bisogno di soldi. Marco ha un lavoro, raggiunge la città ogni mattina e rientra nel dopo pranzo. Fa l'aiuto cuoco in una mensa e i suoi capelli odorano di aglio soffritto. Le ombre corrono nel corridoio, sono i lampioni esterni messi in fila lungo la piscina, vuota d'acqua. L'Hotel pare avere le cose svuotate della loro essenza, ricolme invece di odori e rumori che non gli appartengono, rubati ad altri luoghi ed altre persone. Come canzoni, private di ritornelli.

Bussa. Marco apre e la guarda. Samina pronuncia solo due parole: «Fammi mangiare».

Marco è grosso, anzi grasso. Le sue mani sono grasse, i suoi occhi sono grassi. Non risponde.

«Posso lavare per terra...», dice Samina, attendendo una risposta. Marco fa un passo indietro, la lascia passare, come quando si fa entrare in casa il prete e non è ora di benedizione.

Strascica i suoi grassi piedi sul pavimento, fino al tavolo.

«Che stavi facendo?», gli chiede Samina.

«Aspettavo di lavare i pavimenti», risponde Marco.

Samina sorride, con i suoi denti bianchi e anche un po' gialli.

Anche Marco è un uomo privato dell'essenza, si è perduta nei suoi cento e passa chili, ma profuma di aglio rosolato in padella. Va ad aprire il frigorifero. La luce arriva dritta come una lama di spada, fende l'aria. E' solo un frigorifero, pensa Samina, per ricacciare indietro il senso di sconforto pensando al proprio che marcia inesorabile verso la morte.

La morte delle cose è come quella degli uomini. Qualcuna avverte, altre arrivano improvvise. Lungo i muri dell'Hotel House, ce n'è una terza. Quella dell'attesa che non sai mai quando smette.

Sinossi: Mario ha settantacinque anni, ha conosciuto l'Hotel Hose sin dagli inizi, se ne è innamorato, lo ha vissuto e ancora ci abita. Il suo è un ricordo straziante, ma anche un inno alla vita, a ciò che è importante nonostante le apparenze possano confutare le certezze.

***************

Già, come è cominciato tutto questo?...

Appoggiato alla ringhiera scrostata del terrazzino scruta verso il basso e osserva un gruppo di ragazzi che schiamazzano giocando a pallone in quella porzione che avrebbe dovuto ospitare i campi da tennis. L'erba cresce tutto intorno, due porte improvvisate delimitano il perimetro di terra calpestata. Sono stranieri, si vede dalla pelle, e anche se la vista inizia a farsi incerta e dall'alto del dodicesimo piano appaiono come piccoli soldatini, riesce a riconoscerli. C'è il piccolo Kamal, il figlio del vicino di appartamento, un bravo ragazzo con la voglia di studiare, e poi Delmin, quello che si è beccato una coltellata quando ha provato a difendere una ragazzina dall'interesse di uomo più grande. Bravi ragazzi pensa, fossero tutti così.

Rientra in casa e chiude la porta finestra, tira la tenda color pesca e si siede stancamente sulla poltrona. Avrebbe voglia di andarsene, lasciare quel posto che da troppo tempo scivola nell'abbandono, ma non è facile, non per un uomo di settantacinque anni. Guarda le pareti, le foto che ritraggono flash di vita passata. Sua moglie Marisa, i due figli ormai grandi che abitano lontano e sente un paio di volte la settimana. Gli manca Marisa, ed è un dolore che parte dallo stomaco, uno strappo nell'anima mai ricucito da cinque anni. Se ne è andata una notte, mentre come sempre ricamava seduta davanti alla tv; un infarto, silenzioso come è sempre stata lei, donna di un'altra epoca, dedita alla famiglia e felice di avere accanto un marito che la rispettava.

Vorrebbe, ma non può lasciare quella casa che è il suo mondo, che ha segnato il percorso della sua vita. Era il 15 luglio del 1967, lo ricorda come adesso, il giornale sul tavolino del bar era aperto sulla cronaca locale, si era avvicinato curioso ed aveva letto la notizia: inaugurazione del complesso residenziale più innovativo da sempre. Era rimasto affascinato da quelle foto che ritraevano un palazzone a forma di croce tappezzato di terrazzini e un grande terreno intorno. Quattrocentottanta unità abitative, il meglio del meglio, con campi da tennis, alberghi, aree verdi e tutto ciò che serviva a rendere il posto una favola. Lo aveva detto a Marisa e il 22 luglio si erano trovati in mezzo ad una moltitudine di persone chiassose pronte a visitare il complesso. Non erano mancate le autorità, era presente persino il Ministro della Marina Mercantile Lorenzo Natali. Le mani della moglie non smettevano di stringere le sue, gli occhi illuminati da una luce di gioia. Mario si era sentito forte e sicuro del futuro; era il momento di cambiare, di lasciare quell'appartamento in affitto ad Ancona e trasferirsi. Il suo lavoro di falegname gli avrebbe permesso di svolgere l'attività anche lì, di sicuro ci sarebbe stato bisogno di un buon artigiano mobiliere. E così era stato, gli ordinativi non erano mancati e così, grazie anche all'aiuto di Marisa e al suo lavoro di sarta, erano riusciti a comprare casa. I suoi figli erano nati e cresciuti felici, si erano laureati e avevano abbandonato il luogo appena in tempo. Il degrado era iniziato lentamente, quasi in sordina; una struttura così grande aveva bisogno di continua manutenzione e i progetti di ampliamento erano scoppiati come una bolla, lasciando l'opera incompiuta. Quasi duemila persone vivevano all'ombra della struttura, facce per lo più sconosciute, che Mario aveva visto trasformarsi, evolversi, assumendo sembianze sempre meno italiane. Ma lui non era razzista, nemmeno ora che il residence-ghetto (così veniva definito) ha il sapore di una torre di Babele.

Le brave persone non hanno razza, le brave persone popolano il mondo, accanto alla feccia, a coloro che sfruttano il prossimo, lo condizionano e si comportano come parassiti capaci solo a consumare ciò che di buono il mondo può offrire.

Ha sete, si alza e va in cucina; l'istinto lo spinge al lavandino, però si ferma, perchè sa che quella che esce non è acqua. Ci sono le cisterne posteggiate nel piazzale, quelle a cui si riforniscono tutti, ma lui non se la sente di portare dei pesi e quindi si fa comprare le bottiglie al supermercato da Kamal, al quale lascia sempre il resto. Dallo scarico arriva un odore pungente di sporcizia, un misto di spazzatura e carne morta che ormai stagna nella cucina. Rovescia dell'ammoniaca che gorgoglia verso il basso, quindi prende l'acqua dal frigo e si riempie il bicchiere.

Il muro che divide il locale dall'appartamento vicino è sottile, in quell'ambiente è impossibile isolarsi, tutti sono interconnessi, quasi che le vicende familiari si trasmettessero attraverso i mattoni, propagandosi tra i piani. Sente la voce di Samina parlare con Marco, quasi un canto lieve. La porta del frigorifero sbatte, di sicuro la ragazza è di nuovo in cerca di cibo; difficile per lei sopravvivere in quella giungla, fatta di affitti in nero, violenze psicologiche e paura di essere costretta a fare qualcosa che mai vorrebbe. Tante come lei popolano l'Hotel House, storie che cambiano di continuo, come i volti che incontra le rare volte che decide di uscire a fare due passi. Marco è un uomo buono, apparentemente burbero e schivo, ma in Samina ha trovato uno scopo per continuare. Glielo ha confidato qualche settimana prima, scendendo insieme con uno dei pochi ascensori ancora in funzione. Il suo timore di poter essere giudicato negativamente lo trattiene dall'essere cordiale con lei; le voci fanno presto a girare ed essere bollato come porco è l'ultima cosa che desidera. Per questo si trattiene, la tiene a distanza, anche se in lui l'affetto per quella ragazza, che potrebbe essere una figlia, è trattenuto a stento.

Mario sa che prima o poi riuscirà ad aprirsi e per Samina sarà un nuovo inizio.

La violenza ha preso il sopravvento, i giornali parlano di continue interpellanze e decisioni che l'amministrazione intende adattare, ma negli ultimi anni sono cambiate giunte e sindaci e nulla sembra partire. Ci sarebbe bisogno di più controllo, ma la Polizia si tiene a distanza, solo qualche sporadica ronda, poche presenze quando la situazione degenera e gli spari echeggiano. Ma tutto finisce senza risultati, il mondo dell'Hotel House è un universo a parte. Vorrebbe crederci, sperare che possa tornare quello di un tempo, il potenziale c'è, ma è conscio che occorrerebbero una pila di milioni di euro per sistemarlo. Vetrate rotte, muri che evidenziano crepe e sporcizia in ogni angolo. L'odore pungente di orina ed escrementi si fa sentire ovunque e quindi è costretto a tenere porte e finestre sigillate. Per fortuna ha il terrazzo e da lì entra aria pulita, l'unico sfogo verso l'esterno, una visuale sulla A14 attraversata da un'emorragia continua di auto.

Posa il bicchiere nella lavastoviglie ormai inutile e decide di voler uscire; la malinconia è una brutta bestia, scava dentro senza pietà e lui non ha voglia di farsi prendere dai ricordi. Fuori c'è il sole, l'aria di fine primavera è tiepida, sente il bisogno di passeggiare. Indossa il cardigan fatto da Marisa dieci anni prima ed esce. Non prende l'ascensore, le gambe gli chiedono di muoversi e imbocca le scale. Un gradino dietro l'altro, un paio di saluti frettolosi ed è fuori. Meno peggio di quanto si aspettasse, si sente in forze, forse sarà la giornata, o gli schiamazzi dei ragazzi che continuano a tirare calci al pallone, non lo sa e non se lo chiede. Riprende il passo e si allontana dall'Hotel, attraversa il prato brullo in direzione dell'autostrada. Non sa quanto andrà avanti, forse potrebbe persino non tornare nemmeno indietro. Il sole gli scalda la pelata, ha dimenticato il berretto. Ride, non sa nemmeno perchè, poi si volta e guarda l'immenso palazzo, rimanendo affascinato.

Gli anni sono passati, milioni di storie lo hanno attraversato, ma per lui rimane sempre quello che i suoi occhi hanno osservato nel lontano luglio del 1967.

"Casa..." mormorà tra se. E lo sarà per sempre.

Sinossi: Mario si addentra nella pineta, ma il suo agire da vita ad una serie di eventi che tendono a precipitare. Marco, Samina, ma anche due occhi che osservano la scena diventano i protagonisti.

**************

Marco guarda la ragazza, non prova nessun impulso per lei, solo affetto. E' minuta, vestita con la Salwar Kameez, l'abito tradizionale della sua cultura, molto colorato, anche se logoro in più punti lo indossa con grazia ed eleganza. Vorrebbe dirle qualcosa, ma non trova le parole, quelle parole che in vita sua non è mai riuscito a pronunciare, nemmeno quando ha conosciuto Maria. Lei sarebbe stata quella giusta, la compagna perfetta, se non fosse stato per il suo carattere introverso. Scrolla testa: pensieri, solo pensieri, che si trasformano in rimpianti senza soluzione.

Si allontana da lei, avrebbe voglia di rimanere solo in quel momento, ma non può mandarla via; Samina riempie di luce e calore la casa solo con la presenza e lui sente di averne bisogno. E' come il sole, quel sole che lentamente sta conquistando le giornate, allontanando il freddo inverno. Guarda dai vetri il globo luminoso e la luce accecante gli fa spostare il viso verso il basso, in direzione della pineta che divide l'Hotel House dall'autostrada.

C'è una persona ferma a testa in su che pare osservarlo, ma capisce che da quella distanza e tra il reticolo di appartamenti e finestre sarebbe impossibile.

"Ma che diavolo!" esclama, riconoscendo in lui Mario. Samina accorre al suo fianco, preoccupata. "Dove accidenti sta andando?"

Sa che Mario non ama allontanarsi dalla struttura, tante volte gli ha proposto di fare una passeggiata, ma ha sempre rifiutato, dicendo che quello che ha intorno, a portata di vista, gli basta. Prova l'istinto di affacciarsi al terrazzo e chiamarlo, invece rimane ad osservare. L'uomo indossa un leggero cardigan, i capelli radi sono sistemati in modo disordinato e frettoloso sulla testa. Forse vuole solo prendere una boccata d'aria, pensa Marco, invece dopo qualche secondo lo vede voltarsi e incamminarsi verso la pineta.

"Non mi piace, non è da lui" dice a Samina.

"Perchè?" chiede, con il suo strano accento.

"Perchè Mario non è uno che si allontana" risponde. Sente che qualcosa non va, glielo dice l'istinto di ex carabiniere in congedo. "Dobbiamo seguirlo, devo sapere che sta facendo."

Samina non capisce, secondo lei sta solo facendo una passeggiata, ma vuole assecondarlo, si fida di lui e se le sta chiedendo aiuto non può rifiutarlo. Anche di Hassan si fidava, ne era innamorata, forse lo è ancora; troppi sbagli, bugie maacherate da verità, piccoli doni che le faceva per evitare domande. Forse avrebbe dovuto chiede di più.

Le gambe reggono ancora, sorride Mario, mentre affronta il terreno brullo e pietroso. In quel punto avrebbe dovuto sorgere il campo da minigolf; ricorda bene il progetto e la ruspa che aveva parcheggiato pronta per iniziare i lavori. Poi il cambio di giunta, i fondi che erano stati bloccati e la decisione di lasciar perdere. Sarebbe potuto diventare un posto meraviglioso se la testa di chi comanda non avesse pensato solo ai numeri.

Gli occhi non sanno mai cosa fanno i piedi, ricorda, una frase che suo nonno gli ripeteva spesso. Era passato attraverso due guerre, aveva combattuto nella prima, la più dolorosa e ne era uscito illeso ma indurito. Non credeva in chi comandava, sapeva che per essere davvero un capo si doveva partire dal basso, fare esperienza. Le decisioni a tavolino portano solo danni.

Quando raggiunge i primi pini si ferma e si domanda dove davvero vuole andare. Saranno almeno cinque anni che non entra in quel boschetto; sente il rumore delle auto farsi più forte, forse in cuor suo vuole solo vedere scorrere la vita, attraverso i visi veloci dei guidatori.

Intanto Samina e Marco scendono le scale, lui più affaticato per via del peso e della protesi al ginocchio destro che non ha mai risolto il problema. Lei sembra fluttuare nell'aria, i passetti veloci che scivolano sui gradini. Escono, i ragazzi lanciano loro un saluto, tra di essi Delmin sembra il più interessato: gli è sempre piaciuta la ragazza, ma non ha mai osato avvicinarla.

Due occhi al primo piano osservano la scena, occhi scuri, ornati da spesse sopracciglia nere. Chissà perchè tutto questo movimento: prima Mario che si allontana e poi i due che sembra vogliano raggiungerlo. Che si tratti di affari?

I soldi non sono mai abbastanza, l'affitto pesa, anche se ha subaffittato una stanza a tre senegalesi. La sua idea è quella di andarsene e fare la grana in modo facile. C'era Hassan che gliene procurava parecchia, ma quel coglione si è fatto pizzicare; per fortuna ha tenuto la bocca chiusa, altrimenti sarebbe stato un casino. E' un pesce piccolo, un piccolo spacciatore che non riesce ad emergere e questo lo infastidisce. Nello stabile ha qualche cliente, ma la maggior parte vuole spendere poco. Erba, qualche pasticca, soldi che non riesce a recuperare. Una bella rete di distribuzione, le persone giuste e una quantità notevole di pelo sullo stomaco. Quello non gli manca di certo.

I due arrancano, mentre Mario è già sparito alla vista. Si sposta dalla finestra, mentre un ricordo lo blocca: il vecchio ha un bell'orologio al braccio, sicuramente d'oro e se non sbaglia al collo porta una catenina d'oro.

"Tutto fa brodo" esclama alla stanza vuota. Sa già dove piazzare la merce, conosce un rumeno al decimo piano che compra di tutto. Mario è solo un vecchio, chi se ne frega se lo trovano in mezzo alla pineta con la testa rotta. E poi... c'è Samina. Il solo pensiero di metterle le mani addosso gli provoca un'erezione. Esce di casa e sbatte la porta, la cosa va fatta a mente fredda. Marco è una nullità, due pugni ben dati ed è fuori dai giochi, poi Mario, e infine il dolce premio di Samina. Che urli pure, tanto con il casino dell'autostrada chi può sentirla?

Lancia un'occhiata ai ragazzi che giocano a palla e tira dritto, le mani in tasca e sulla testa un berretto a visiera. Per non dare nell'occhio allunga la strada, prendendo il sentiero opposto, che sa si congiungerà più in basso. E' pronto, elettrizzato e in grado di spaccare il mondo grazie al fisico possente. Proprio una bella giornata, qualcosa di diverso.

Non pensa, agisce solamente e si sente invincibile, non accorgendosi che Dalmin ha smesso di giocare e lo osserva con gli occhi che sembrano due fessure.

Sinossi: nell'Hotel House sta crescendo un ragazzino. La sua vita, fatta di limiti e discriminazioni, si trascina via in una lotta infinita fatta di autodeterminazione e sacrfici. Questa qui è la storia di Alfredo. Un bambino che aveva fretta di nascere.

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Alfredo era nato troppo presto. Fin da quando sua madre lo tratteneva al caldo del ventre quel ragazzino aveva dimostrato una fretta incontenibile. Nove mesi rappresentavano un tempo d’attesa che non poteva assolutamente reggere. Allora decise che al sesto e qualche giorno in più il liquido amniotico e la placenta erano uno spazio stretto e scomodo per la sua indole.

Dopo circa dodici ore di travaglio, quando Alfredo venne tirato fuori col forcipe dall’ostetrica, un’infermiera lo trasferì direttamente in un’altra stanza. Una adiacente alla sala parto. Margherita se ne stava ancora sul lettino operatorio. Gambe aperte e seno scoperto. Solo Dio sapeva quanto avrebbe voluto tenerlo lì, sul torace, accanto ai suoi capezzoli. Il calore del suo corpicino sporco di sangue che l’avrebbe fatta sentire finalmente madre era il suo unico desiderio.

Invece glielo fecero vedere soltanto due giorni dopo. “Ha respirato in ritardo” disse il dottorone. “Forse resterà handicappato. Ma chi lo può dire. Bisogna aspettare che cresca”. Glielo comunicò così, con una gomma da masticare in bocca, mentre leggeva la cartella clinica della paziente sul lettino accanto a quello di Margherita. Tanto mica era figlio suo. ‘Sti cazzi.

In effetti il piccolo Alfredo qualche problemino iniziò subito a manifestarlo. A pochi mesi il suo braccio destro sembrava la coda di un cavallo priva di movimenti volontari. Margherita glielo alzava in continuazione, cercava di tenerglielo su mentre giocavano a farfalline colorate. Ma l’arto, non appena lei lo mollava, cadeva come un oggetto inanimato.

Poi venne il problema delle gambe e della parola. Alfredo si trascinava la gamba destra ed un discorso completo, senza pause eccessivamente logoranti, non lo completò mai prima dei sei anni.

A dodici anni, non appena metteva la testa fuori dall’interno trentasei del sesto piano, i suoi coetanei lo apostrofavano "budino". Budino perché i suoi movimenti dinoccolati, acquosi, si avvicinavano molto a quelli del dolce molliccio quando qualcuno lo scuoteva.

Eppure Alfredo non ne soffriva. Le offese sembravano non sfiorarlo. Sì, era stato bravo a costruirsi uno scudo contro gli sguardi e le vocine che gli schiaffavano in faccia o che gli sussurravano alle spalle.

Festeggiati i tredici anni, tra i corridoi dell’Hotel House non c’era nessuno che potesse sottometterlo. Alfredo non temeva neppure gli scontri fisici, anche se ne sarebbe uscito evidentemente a pezzi. “Non tengo paura nemmeno della morte” rispondeva a chi lo sfidava.

Se qualcuno gli urtava i nervi, e capitava spesso, Alfredo sfoderava quella cadenza napoletana che gli era stata inculcata dai suoi genitori, emigrati a Porto Recanati nei primi anni settanta.

A chi tentava di umiliarlo sull'handicap o sulla meridionalità della sua famiglia, Alfredo aveva inventato un metodo tutto suo per svicolare a testa alta pure da questi vili agguati. “Io mi chiavo le vostre madri e le vostre sorelle” diceva. Ma gli altri rispondevano che lui era soltanto un handicappato di merda e che non era buono a fare nulla. Figuriamoci a scoparsi qualcuna.

Per questo, Alfredo, sorridente manco avesse vinto una bicicletta rossa, si apriva la patta dei pantaloni e tirava fuori il suo enorme cazzo. Sì! Alfredo era dotato di un cazzo davvero grosso. E non era tanto la lunghezza ad impressionare chi lo guardava, ma quanto fosse dannatamente doppio in circonferenza. Così, con l’arnese ben saldo tra le mani, Alfredo iniziava a masturbarsi e ad ansimare i nomi delle madri e delle sorelle di chi aveva di fronte.

A pensarci bene era un comportamento che andava oltre l'assurdo, tuttavia quella tattica da pervertito spiazzava tutti quanti. Era come vincere una guerra giustiziando perfino i prigionieri.

Nelle giornate in cui Alfredo si sentiva stanco per via dei dolori alle ossa ed era costretto a starsene in casa, Margherita gli cucinava le melanzane imbottite di salame e di formaggio piccante. Solo a sentire nelle narici il profumo dell’uovo fritto e della farina in cui si impanavano le melanzane, il ragazzino impazziva. A quel punto, rimanere in casa, non era affatto un sacrificio.

Per ammazzare il tempo, la televisione era poco gradita da tutti i membri della famiglia Rezzuto, Margherita apriva il mobile dove conservava tutti i suoi vinili e fingeva di sceglierne uno. Esatto. Era un vero e proprio rituale. Una sciocca pantomima. Tanto la sua scelta sarebbe caduta come al solito su un vecchio album di Caterina Caselli del 1966. Il titolo era Cento giorni.

Perché per te questa vita è un girotondo

che abbraccia tutto il mondo, lo so,

ed invece la corsa della vita

per me si è già fermata negli occhi tuoi.

Io ti amo, io ti amo,

più della vita, lo sai.

Per cento giorni, per cento anni,

non finirò di amarti mai.

non finirò di amarti mai.

L’avrebbero cantata a squarciagola. Alfredo dal divano. Margherita dalla cucina.

Anno dopo anno l’Hotel House cadeva a pezzi. Intonaci. Tubature. Solai infiltrati dalla pioggia. Insomma, gli interventi di manutenzione si moltiplicavano e le spese non finivano mai. Alfredo necessitava di parecchie cure: le scarpe ortopediche, il bustino che gli reggeva la colonna vertebrale, le lezioni private dalla maestra che gli insegnava la dizione. Tommaso, suo padre, con un buon lavoro da impiegato all’Inps, per sostenere tutte quelle voci in passivo sul bilancio domestico era arrivato a vendersi finanche la macchina, poi l’oro accumulato tra il matrimonio ed il battesimo di Alfredo.

Una mattina d’aprile, la pioggia era sottile che neanche bagnava, la scuola chiuse in anticipo le lezioni per un problema relativo ai bagni. Alfredo si avviò piano piano a piedi perché nessuno aveva voluto dargli un passaggio. Ci mise un po’, una mezzora, ma alla fine, nonostante la camicia zuppa di sudore e le fitte alla schiena, riuscì a salire i sei piani che lo portavano a casa.

A metà corridoio, a pochi passi dall’interno trentasei, Alfredo udì chiaramente provenire dall’interno di casa sua la voce di Margherita. Non parlava. Non faceva neppure un discorso. Era una specie di affanno. Uno strano rantolio. Ma non di sofferenza. Bensì di piacere.

Il ragazzino riconobbe quel verso. Non gli era sconosciuto. Un paio di volte aveva maneggiato quelle VHS dove le donne facevano sesso in maniera piuttosto esplicita. I loro gemiti erano identici a quelli che il suo orecchio attaccato alla porta stava appena ascoltando.

Il sangue che scorreva nelle vene di Alfredo si fece denso e rallentò di colpo la sua corsa verso il cuore. Il turno di lavoro di suo padre finiva alle quindici e trenta. L’orologio che portava sul polso segnava le dodici e trenta. Forse era rientrato in anticipo come era capitato a lui? Impossibile. In dieci anni non si era mai verificato.

Certo, lui in tasca aveva le chiavi di casa. Poteva usarle ed entrare. Ma non lo fece. Alfredo andò a sedersi in un angolo lontano del corridoio e si mise in attesa. Soltanto venti minuti dopo la porta del suo appartamento si aprì e ne venne fuori un uomo. Era ben vestito. Quando la porta si richiuse alle sue spalle si stava ancora sistemando la camicia nei pantaloni.

Fece trascorrere altri dieci minuti. Dopodiché Alfredo bussò al campanello e Margherita gli aprì. Il comportamento di sua madre era esattamente lo stesso di tutti i giorni. Né una sfumatura in più. Né una sfumatura in meno. “Vatti a lavare le mani. È quasi pronto in tavola” gli comandò. Alfredo fece esattamente come gli era stato chiesto.

All’uscita del bagno, con le mani ancora umide, gettò un occhio all’interno della camera da letto. Le lenzuola erano disfatte. Strano, pensò. Insolito per una fissata dell’ordine. Poi, prima di tornarsene in cucina, gli occhi si spostarono sul comodino di sua madre. Su quelle due banconote da cinque mila lire sistemate accanto ad un bicchiere d’acqua.

Ad Alfredo si spense l’appetito. La bocca gli diventò amara e secca. Senza avvisare uscì sul pianerottolo. Mise il culo sul primo gradino della scalinata che portava ai piani inferiori e, schiacciandosi le palme delle mani sulle orecchie, iniziò a cantare:

Perché per te questa vita è un girotondo

che abbraccia tutto il mondo, lo so,

ed invece la corsa della vita

per me si è già fermata negli occhi tuoi.

Io ti amo, io ti amo, più della vita, lo sai.

Per cento giorni, per cento anni,

non finirò di amarti mai.

non finirò di amarti mai.

Sinossi: c’è un arrivo insolito presso l’hotel. Un’art director e una manager di una maison di moda. Stanno cercando una location alternativa per un brand giovane. Mondi agli antipodi che si sfiorano.

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La vettura si ferma a bordo strada, la costruzione è lì, davanti a loro. Lei pensava peggio. E di peggio ha visto nella sua vita.Scende facendo attenzione a dove posare i sandali dal tacco sicuramente fuori misura. E fuori contesto, se ne rende conto.

Guarda l’edificio scorrendone l’altezza e girando con garbo il capo ne assorbe l’ambiente circostante. Si rivede ragazza, ribelle, buttata per scelta a sopravvivere ai margini delle periferia di Lione e poi di Marsiglia. I suoi occhi si fermano su quelli di una figura femminile immobile dietro i vetri di una finestra. Occhi giovani ma già troppo invecchiati, sguardo vivo di curiosità ma… capisce che a quegli occhi lei con il suo tailleur sportivo Ferré sembra come proveniente da un altra galassia. Ma proprio da quella realtà arriva e senza quella realtà non sarebbe così com’è ora.

- E’ perfetto! non ti pare? E qui sarebbe certamente più sicuro che a Secondigliano

La voce dell’art director arriva a costringerla nella realtà: l’idea è quella di organizzare un servizio fotografico per lanciare una collezione moda, brand per giovani, della “maison” per cui lavora. Presentare i capi con modelle e modelli in un quartiere degradato di periferia è un asset un po’ abusato ma funziona sempre.

Iniziano a girare all’intorno con lui che scatta decine e decine di fotografie.

Un gruppo di cani attraversa il marciapiede, il sole battente e senza vento solleva un’afa umida di odori; il portone d’accesso al palazzo è spalancato, l’androne deserto. Il pavimento appare d’un colore indefinibile i muri scrostati. Macchie d’umidità sul soffitto. Vicino alla rampa delle scale un sacco semiaperto mostra qualcosa che un tempo erano abiti.

Un vecchio li supera camminanndo fissandoli a lungo e si scontra con due ragazzi di colore che scendono correndo per le scale. Sbanda urta contro il muro, lei interviene a sorreggerlo e con la presa su un braccio riesce a evitarne la caduta.

- Tutto a posto?

- Si, si grazie- sospira osservando il volto di lei -… grazie. Non è di qui, vero?

- No, non sono di qui- Lei sorride e lui ricambia illuminando gli occhi. Il vecchio prova a discostarsi ma inciampa di nuovo, stupidamente.

- Dove abita? L’accompagno- Lui fa un gesto come per rifiutare, ma poi lascia che lei gli tenga il braccio, anni che non aveva più la sensazione del contatto con una donna.

Rampa di scale: primo piano e sono davanti ad una porta

-Beh, grazie…. posso offrirle un caffe?

Lei è perplessa e mentre il suo istinto snob inorridisce, qualcosa tra la pietà filiale e la dolcezza di un ricordo lontano le fanno dare un cenno di assenso. Sporgendosi richiama l’attenzione del collega facendo capire che si defila per un momento. Le operazioni di apertura delle tre serrature sono articolate ma giungono a buon fine. Entrano. Il bilocale è piccolo, abbastanza luminoso, semplice tenuto con ordine e dignità. Domina un odore di stantio lieve e antico. Lui accosta la porta e rimane a fissarla lievemente trasognato. Lei sa di essere una donna fuori dal comune. Sorride in risposta consapevole di aumentare il suo vantaggio anche se la situazione non lo richiede.

-Il caffè?- - Sì, subito-

Il vecchio procede meccanicamente, la moka, l’acqua, la povere di caffè, il fuoco. Poi si gira a torna a fissarla.

-Io sono Mario, posso domandare come si chiama?

-Mario, sono Emanuelle

-Emanuelle? E’ francese?

-Lo era mia madre. Vive solo ?

- Si. Il palazzo è grande ci sto da tempo ma non conosco praticamente nessuno (tossisce) Come mai una signora come lei è qui? Qualche parente?

Lei sorride ancora, lievemente – No, nessun parente. Lavoro per un marchio di moda e stiamo cercando un’ambientazione per fare un servizio fotografico. Questo ci sembra il posto adatto.

Dal piano di sopra o dintorni arrivano rumori di voci, grida, qualcuno che corre. Poi di nuovo il silenzio.

- E venite in questo posto per fare delle foto di moda?- Appare sinceramente incredulo -Mi sta prendendo in giro..?

- No - sorride nuovamente - Il mio è un mondo strano, a volte si scelgono posti per suggerire nelle persone sentimenti e ambientazioni lontani dai loro, opposti. Lo si fa per accarezzare l’immaginazione con qualcosa di drasticamente diverso, che può sapere di trasgressivo. E questo attira.

- Per me questo posto è realtà, non ne sono molto attirato, ci vivo. Ma se potessi andrei via. Dove abita lei?

- Nome della città, ma lavoro a Milano- Aroma di caffè si spande per l’ambiente a coprire la l'odore monoclore dominante. Il vecchio armeggia e presenta il caffè in tazze grandi da colazione. Diverse.

- Zucchero?

- No, grazie

- Caspita è un bel posto dove vive, ci andai nel… nel… tanti anni fa. Ha una bella casa? Grande?

- Sì, credo sia una bella casa. Grande- Lei è ora a disagio: non ha mai percepito la povertà, le difficoltà a sopravvivere di tante persone come un disagio, un’accusa al mondo cui appartiene. Si rende però conto di avere sbagliato ad accettare quel piccolo invito. Voleva fare una cortesia gratuita nei confronti dell’uomo, ma si rende conto che la sua presenza e il suo essere così com’è a lui stanno facendo male . Sorridendo con garbo si alza, ringrazia per il caffé -molto buono- una carezza al volto dell’uomo che fa cenno di volerla trattenere ma lei, senza aggiungere altro, esce.

L’automobile sta divorando l’autostrada in direzione nord.

- Allora, visto che posto fantastico?!!! Faremo due stage di ripresa, una mattinata subito dopo l'alba, sperando di trovare un po’ di nebbia. Magari riusciamo a convolgere qualche gruppo di ragazzi del posto da mettere in sfondo, magari anche qualche gruppo di vecchi.

Lei fissa qualcosa di lontano oltre l'orizzonte e replica: - Mi spiace. Non faremo nulla lì. Dobbiamo variare il taglio del messaggio.

Lui è perplesso, molto, quasi arrabbiato. Ma sa che quando parla di lavoro lei non cambia mai idea. Mai.


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