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Una storia di Purpleone

El Chupacabra

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5 minuti

Pubblicato il 26 febbraio 2020 in Horror

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L’ultimo pensiero del povero Bernardo fu che quella bocca aveva più denti di una tagliola. A esser pignoli però più che un pensiero fu una rapidissima immagine ad attraversargli la mente. Dopo di che perse i sensi e morì dissanguato tra gli sterpi, con l’arteria femorale recisa.

Non era un cattivo uomo, Bernardo. Aveva una famiglia: una donna con le lunghe trecce nere che vedevo spesso, soprattutto la sera, quando ritirava i panni stesi al sole, e due vispi bambini. Avranno forse avuto quattro o cinque anni i piccoletti; mai stato capace ad azzeccare l’età di qualcuno. Però una cosa la so per certo: erano buoni come il pane. Mai che li vedessi o sentissi litigare come spesso fanno quelli della loro età; mai che non li vedessi giocare d’amore e d’accordo. Obbedivano ai genitori e non si allontanavano mai oltre lo steccato. Qualche tempo dopo, però, quando mi capitò di vederli correre, mi feci l’idea che forse erano malati. Non so, trotterellavano in modo strano, come trascinando i piedi, ma lo ripeto, erano dei buoni bambini.

Io, appena arrivato, andai a stare a poca distanza dalla casupola della famiglia di Bernardo e quindi, anche se non ci frequentavamo spesso, posso affermare che li conoscevo abbastanza bene. Confesso che quando passavo dalle loro parti mi capitava, a volte, di provare un pizzico di fastidio nei loro confronti ma forse, era solo il mio desiderio di avere una famiglia. Ero solo come un cane e, invecchiando, questa forzata solitudine mi pesava sempre più.

A quei tempi capitava che facessi più volte la strada che passava alle spalle della loro casa di mattoni di fango. Di giorno lo vedevo chino a zappare l’orto, e il pomeriggio spaccava la legna o lavorava al tetto della casa e sempre, cantava. Non che avesse una bella voce, e perlopiù non capivo un accidente delle parole che lanciava in aria, ma la melodia mi piaceva. Era anche un uomo generoso: diverse volte mi lasciava prendere uno dei suo conigli, o una gallina. Non spesso come avrei voluto, ma anche lui e la sua famiglia non navigavano certo nell’abbondanza. Li vidi molto meno l’anno successivo quando, probabilmente a causa dei noti fatti, uscivano molto meno all’aperto e, quando capitava, mai senza il fucile. Come tutti gli altri abitanti del circondario del resto.

Come si può non capirli.

Quando vengono ritrovati due bambini di forse quattro o cinque anni con le membra straziate e le budella di fuori, chiunque diventa un tantino paranoico. Ricordo in quel periodo decine di volontari che giorno e notte battevano la campagna alla ricerca di quell’animale, bestia o uomo che fosse. Poi persero le speranze e si arresero. Niente più fiaccole la notte a rischiarare la rada boscaglia e niente più spari accidentali che mi facevano sussultare nel cuore della notte. Nei mesi successivi, quando, da lontano incrociavo Bernardo, avevo l’impressione che invecchiasse un poco di più ogni giorno: più capelli bianchi e sempre più radi, e il passo sempre più strascicato. Rassegnato quasi.

L’ultima volta che vidi sua moglie invece, fu a pochi passi dal luogo nel quale erano stati ritrovati i suoi figlioletti, e anche lei nelle stesse condizioni.

Era stata una bella donna - per quel che può saperne un vagabondo come me - ma adesso, coperta di sangue e formiche, con la faccia scarnificata fino all’osso e brandelli di carne sparsi ovunque, sono sicuro che fece passare molti notti cariche di incubi allo sceriffo e ai suoi volontari. Eppure, anche questa volta, benché spaventati a morte, quei poveri contadini abbandonarono le ricerche del responsabile dopo qualche giorno. Scarpinare per terre aride e sassose e sobbalzare a ogni ombra dietro uno sperone di roccia, mette a dura prova coraggio e determinazione e, se non sei un cacciatore di professione, torni presto a rintanarti in casa. E così fecero.

Passò non so quanto tempo senza che si verificasse nessun altro fatto increscioso, e io vedevo sempre di meno Bernardo. Ormai la sua casupola aveva sempre più l’aspetto di una tana, e l’orto era una distesa incolta di erbacce secche.

Avevo preso a fare, non saprei dirvi esattamente perché, un giro diverso dal solito, evitando poi del tutto di passare dalle sue parti. La notte però, dal mio giaciglio, vedevo in lontananza la lucina della lampada illuminare la piccola finestra.

Mi addormentavo con quell’immagine negli occhi.

Quelli che vennero dopo furono tempi duri per tutti (ma per noi vagabondi, quando mai non lo sono stati) e, comunque, in un modo o nell’altro non mi mancò mai di che campare. Quando si tratta di mettere qualcosa in saccoccia non pecco certo in iniziativa. Poco ma sicuro.

Poi arrivò il giorno in cui anche Bernardo ci lasciò la pelle. E non è un modo di dire. Fu conciato, se possibile, peggio della moglie e dei poveri figlioli.
Immagino che i più pensassero a una specie di maledizione, e forse proprio di quello si trattava. Una malasorte che ti si attacca addosso e che non c’è verso di scrollare via. Fino alla morte.

Non so dirvi il perché o il percome ma dopo qualche giorno dal ritrovamento dei suoi resti (è proprio il caso di dirlo), sentii il bisogno impellente di dare un’occhiata fuori dal mio rifugio. Non lo faccio quasi mai di giorno per via del gran caldo. E fu così che li vidi. Erano a occhio e croce, a meno di dieci metri e, sicuramente per via dell’abbiocco in cui ero sprofondato, non li avevo sentiti arrivare. Non feci neppure in tempo a riprendermi dalla sorpresa che un colpo di fucile mi catapultò all’indietro con una forza esagerata. Con la vista un poco offuscata li vidi avvicinarsi rapidamente e, subito dopo, un viso scuro come la carne secca occupò tutta la mia visuale. Non sapevo chi fosse ma non ebbi comunque alcun dubbio: era un cacciatore. Abbandonai questa terra con un misto di stupore e soddisfazione perché nonostante non lo avessi mai incontrato anche lui sapeva chi ero.

Le uniche parole che pronunciò furono quelle del mio nome e le riconobbi subito:

el Chupacabra.


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