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Una storia di Giorgio51589046

NON TI HO MAI SENTITA

FATTUCCHIERE E RINTOCCHI DIGITALI

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20 minuti

Pubblicato il 29 marzo 2021 in Thriller/Noir

Tags: #figlio #inceppo #mostro #sacrificio #soglia

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Serena fissò la lucetta quasi morta a fianco dello Hewlett Packard mentre riversava
le ultime gocce di odio attraverso lo schermo verso Pauli6792, il suo account, il suo
profilo, le sue idee, e la persona nella completezza di aspetti e variabili.
La detestava?
Era forse un hater?
Provò a figurarsi alle 2 nella notte, mentre sua marito Omar, maresciallo della Finanza dormiva senza alcun inceppo nella stanza principale, e non si preoccupava assolutamente
di ciò che la sua compagna stava inzuppando all'arsenico nel soggiorno.
Omar Guardini riposava del sonno degli Ingiusti: trafficone e trafficante, evasore recidivo,
coinvolto in almeno una decina di truffe sparpagliate lungo tutta la penisola e ben oltre
i confini europei, verso quelle zone franche consacrate a sacro e intoccabile riciclaggio,
quelli che lui appellava non PARADISI FISCALI, ma MODI DI ARRICCHIMENTO SOSTANZIALI.
E, semanticamente, aveva un senso.
Poi v'era il traffico di materia umana attraverso il ventre molle dei confini, la cinghia
di trasmissione fra la criminalità organizzata e disorganizzata (bastava che non fossero
del tutto incompetenti, al resto avrebbero pensato lui e la sua ballotta di esperti in "new
economy"). La sagacia nell'infiltrare tonnellate di cocaina e sostanze di cui non ricordava
nemmeno il nome; ma era sufficiente la resa a livello immobiliare o di investimenti
borsistici sotto copertura ferrea.


Lui russava, appunto, sognando mazzetti di banconote sotto forma di uccelli con le ali
(che si dirigevano immancabilmente nella sua direzione, mai in senso opposto) e si girava
nel letto giusto lo stretto necessario per non anchilosarsi le braccia.
Lei, membro di una gruppo, e pagina, chiamato FUOCO E FIAMME si scagliava, con le palpebre a stento trattenute sopra le pupille, verso appunto questa certa Pauli6792 (Daniela si firmava comunque, senza fornire come tutti generalità false).
Serena non la disprezzava (segno di una mente ancora nella precisa fase di equilibrio) ma
nutriva un'avversione per così dire congenita, forse genetica non sappiamo, verso la
donna che non conosceva fisicamente ma che amava pensare detestabile, liberale, democratica, tollerante, maestrina in atto, eticamente corretta, politicamente impeccabile.
Pauli6792 era parte di un gruppo e pagina, chiamato BARRICATA E VALORI...
Lei e suoi scagnozzi sganciavano nell'universo virtuale un profluvio di inni inesorabili e inesauribili alla ai Valori fondativi della Costituzione e ai suoi Paletti, appelli a raccolta adesioni su battagli MORALI, crowdfunding decisamente ben definiti, accurati e garantisti; persino qualche flashmob che a Piacenza (città condivisa da entrambe) trovava seguito e una ottima dose di riscontro...


Dose.
Serena alla fine dovette alzare bandiera bianca e smorzare la macchina assassina, senza
essere praticamente venuta a capo di nulla sotto il profilo organizzativo; causa la
totale imbecillità dei suoi aderenti e sodali: piccoli, inconsistenti e tecnicamente
ignoranti fratelli in cammino verso l'insulto gratuito, la violenza verbale mai articolata
con un pizzico di preparazione e cultura generalista, l'aggressione becera e facilmente
smontabile da chi, dall'altra parte della BARRICATA nei VALORI era di gran lunga più
callido ed effettivamente pugnace nelle Idee cresciute dal retroterra erudita e competente.
Dose.
Diede un pugno fortissimo allo schermo ormai morto, facendosi pure male alle nocche,
e rifletté quanto suo marito fosse avanti nello schema per la definizione dell'UOMO NUOVO: il padrone del futuro; individuo senza scrupoli, ASSOLUTAMENTE immorale, freddo, cinico, determinato, elaboratore, solido, garantito alle spalle, ben coperto a nord-sud-ovest-est; impatto frontale ma con quella sfumatura di preveggenza sottile che lo rendeva pressoché invincibile, almeno ai suoi occhi.
Dose.
Scartò la bustina e stese sul minuscolo specchio la striscia bianca, poi fiutò con la narice destra. Lo faceva solo nei momenti di estrema frustrazione; non ne era assolutamente preda o vittima, ma le occorreva ogni tanto quando toccava il limite del soffitto nella capacità di sopportazione riguardo i deficienti che componevano la sua falange... Hai voglia buttarla sull'assalto all'arma bianca contro i caproni puzzolenti dalla Libia, gli spacciatori (?) tunisini, gli abituali Rom e Sinti che occupano case incontrovertibilmente destinate agli italiani...
Hai voglia muovere i suburbi dei quartieri giù in Terronia perché facessero opposizione passiva (ma certo, anche attiva) all'installazione dei profughi nel loro schifo di stagni e

paludi periferiche... In realtà tanto squallide quanto chi avrebbe dovuto sopportarle a migliaia di miglia dalle loro tende, certo più dignitose.
Ma adesso non importava un cazzo. Dose.


Quando si levò al mattino come una molla (la notte insonne determinata dalla striscetta bianca aveva messo in moto rotelline che non pensava minimamente di avere in dotazione) un pensiero unico le attraversava il viluppo della materia cerebrale: incontrare, in qualsiasi maniera: Daniela.
Pedinarla, aspettarla, vederla e alla fine parlarle.
Perché? Qual'era la ragione?
Aveva fissato il compagno placidamente stravaccato in mezzo alle lenzuola e aveva represso a fatica un conato di disgusto. Omar Guardini (l'Übermensch) era una caricatura d'uomo, debilitante e fastidiosa, una zecca che si attaccava alla furbizia; piuttosto...
Alla CRIMINALITA, con la stessa predisposizione e fame, la stessa demoniaca caparbietà
e brutale disinteresse con cui un Einsatzgruppen nazista fa saltare il cervello alla trentina di ebrei che il preciso protocollo Schutzstaffel gli attribuisce: né uno in più, né uno in meno; sennò diventerebbe patologico, conseguenza: difficilmente riconducibile a una metodica PRASSI; il vero segreto di un meccanismo eversivo e massacratore ben oliato. A trenta: stop.
Turno di lavoro per un altro...
E così funzionava anche presso il gruppuscolo di delinquenti che con il maresciallo erano invischiati in ATTIVITA ILLECITE di ogni sorta; uniti da una serrata fiducia e fedeltà, garantiti al massimo grado dal fatto che il ritrarsi di UNO avrebbe comportato il crollo generale.
E questo eventuale UNO lo comprendeva benissimo e mai si sarebbe inclinato verso tendenze suicidarie, poiché era evidente che prima di un tradimento sarebbe scomparso nella Notte e nella Nebbia.
Lo guardò mentre la bocca minuscola si distorceva in un ghigno di soddisfazione.
Chissà cosa gli stava attraversando il R.E.M. Potere? Defecazione monetaria? Rivalsa per
le angherie subite da ragazzino causa la sua altezza di 1.58 cm? Saperlo...
Si incasinò Serena Rubini mentre increspava le sue dita nei capelli foltissimi e ricciuti del finanziere nato a Cernusco Sul Naviglio. Madre sarda (da qui il nanismo mal sopportato)

e padre di Vimercate (da qui la freddezza, la costanza, la dedizione al lavoro sporco, l'implacabile serialità). Ma in fondo non voleva nemmeno saperlo.
In una notte gli era divenuto un perfetto estraneo, e il magnifico attico con vista sui Giardini Margherita e Basilica di San Savino un luogo di noia infracidita da perversione.
Voleva levarsi dai piedi e lo fece con discrezione, e per nulla stanca...
Tutt'altro: concentrata sul suo obiettivo.


Daniela Ravasio, 39 anni, convivente con un impiegato a Roma presso l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati: Emanuele Carboni. Non nascondeva nulla Daniela della sua vita; chiunque poteva rintracciarla malgrado il suo impegno nel bordello delle iene da tastiera. Lei pareva avanzare sempre a testa alta e sguardo diritto aperto nel Futuro.
E Serena la amava e la odiava.
Adesso era seduta all'incrocio fra via Raffaele Fulgosio e Viale Dante Alighieri, in un barettino talmente piccolo da poterci stare solo quattro alla volta. Stava aspettando, e per la prima volta dovette reprimere uno sbadiglio nervoso.
Ci stava... Probabilmente il finanziere nano e grande copertura dei traffici di slots, usurai, strozzini e reggenti della polvere inebriante si era appena alzato e si stava facendo la barba (fittissima e dura come cemento) senza chiedersi dove fosse sparita la partner della vita...
Lui era abituato così: metteva sempre il suo carro davanti ai buoi degli altri; anche i più prossimi.
Se gli altri si fossero eclissati o fossero arrivati tardi... Beh, cazzi loro.
Cazzi tuoi, gli stava rispondendo mentalmente Serena mentre aspettava che dal portone del numero 19 uscisse Daniela per accompagnare il suo ragazzino: Mattia di dodici anni, a scuola.
Ebbene sì, sapeva tutto, perché (repetita iuvant) la signora Daniela Fabi non aveva la propensione per negare ai suoi AMICI tutto ciò che riguardava i particolari della sua giornata: a che ora si alzasse, a che ora svegliasse il bamboccio, cosa mangiasse a colazione, la nostalgia per un letto vuoto; essendo il marito più spesso nella capitale che a Piacenza, causa lavoro. Ovviamente.
Poi propinava il suo volto in mille pose; dalla più riflessiva a quella più sbarazzina o divertita.
Una volta foto della sua auto.
Foto di Ylenia, la confidente del cuore. Foto di Ylenia con Daniela, Mattia, Emanuele.
Foto del luogo di lavoro: assessorato sevizi demografici, presso il comune.
Foto della madre e del padre e della madre, Virginia e Pericle, nativi di Cavriago, Reggio Emilia.
Foto di un flashmob.
Foto di tutto e di niente.
Cominciò a spazientirsi e percepì la rabbia montarle dentro come inchiostro in un frullatore, poi dette in un gran sospiro e riprese a tranquillizzarsi davanti al cappuccino.
Guardò attraverso la vetrata. Eccola finalmente! avviarsi verso la macchina davanti al portone del gran palazzo! Mattia la seguiva facendo andare una pallina da tennis dall'alto verso il basso, dalla mano sinistra alla mano destra...
Era molto carino, tutto sua madre evidentemente.
Lei si alzò rapidamente dalla sedia e corse fuori incontro alla coppia. Con un certo affanno ma senza mostrarsi una squilibrata, fu davanti a Daniela mentre questa stava aprendo la portiera al figliolo. "Piacere, Daniela. Sono Serena Rubini... Tu non mi conosci ma sono una tua amica nel gruppo". Mentì.


Più o meno cinque ore più tardi stavano a pranzo alla Trattoria da Vittorio, non lontano dai Musei Civici di Palazzo Farnese. Daniela si era immediatamente fidata di quella trentenne
che si diceva maestra elementare, abbastanza pienotta e dai capelli cortissimi, quella traccagnotta simpatica che le stava di fronte.
Anche se per quanto la riguardava caratterialmente non potevano essere più diverse: irruente come un ruscello in piena la lìder dissimulata di FUOCO E FIAMME, cogitabonda

e piuttosto gelida (anche se assolutamente non snob o elitaria) la lìder affermata di BARRICATE E VALORI.
Diversissime ma assolutamente complementari, perché differenti.
Ad agganciare il traino era chiaramente Serena, che accavallava i termini e le espressioni,
si ficcava in mezzo alla più pacata esposizione dell'amministrativa, saltava di palo in frasca cumulando argomenti più disparati con definizioni colorite... Affermava con perfetta credibilità di essere sempre stata una seguace, e una sorta di positiva invasata delle tesi
e battaglie portate avanti da Daniela Ravasio.

Menzogna.
Al termine della prima bottiglia di chianti erano già a scambiarsi confidenze estremamente personali e disquisizioni sui rispettivi compagni e sulla voglia di maternità. Le faccende politiche erano improvvisamente evaporate.
"Sai". Fece Serena: "Credo di essere incinta, ed è anche per questo che mi sono un periodo
di malattia. Ho nausee, giramenti di testa, vertigini, a volta mi capita di vomitare anche solo dopo avere mangiucchiato due robine leggere".
Daniela l'aveva squadrata da capo a piedi, con quella sicumera che dà una leggera ebbrezza alcolica a quelle personalità un po' troppo prepotenti e sicure di sé; i liberali, insomma. "Guarda che un figlio è anche una rottura di palle, per quanto bene tu possa volergli;

comunque sarà un disturbo digestivo. Mia zia ha il reflusso gastroesofageo".
La Rubini non aveva replicato nulla ma era entrata nella nebbia del ricordo a sette anni prima. Sette anni prima, quando aveva conosciuto Mehdi ed era rimasta incinta di un figlio, che poi aveva perduto. Incisioni profonde sullo spirito, graffi sul rimpianto, cicatrici nell'anima.
Daniela aveva fatto cenno bruscamente alla sua nuova amica e si erano alzate. La democratica progressista aveva saldato generosamente tutto il conto e avevano preso
la strada... Poi si erano salutate abbracciandosi con decisione.


Da quel giorno il pensiero di Serena non aveva più abbandonato Mattia, e la sua attività digitale non aveva più incrociato quella dei camerati ossessivi e invadenti, tigri di carta, inutili appendici di una cattiveria nata dall'insoddisfazione molto più che dal serio pericolo originato da questi fantasmatici invasori della penisola che era soprattutto un'isola, anzi un atollo psichico all'interno del quale credevano di risolvere le loro spettrali incongruenze interiori.
Non poteva andare avanti così, e lei era satura di proclami, offese gratuite, pagliacciate
per istigare i bassi istinti della plebe, sollecitazioni all'aggressività tesa a implodere sempre piuttosto che esplodere creativamente. Più diventavano amiche, maggiormente sentiva l'esigenza di informare il suo compagno riguardo la nuova amicizia (vera) e la voglia di provare ad avere un figlio.
Lui le porse attenzione con apparente indifferenza, come faceva sempre. E solo quando ebbe terminato di sviscerare ogni dettaglio riguardo Daniela Ravasio, Omar ebbe un inaspettato motto di allegria e un sorriso che prese a corrergli freneticamente da un orecchio all'altro.
"Che hai?"
"Nulla... sono solo contento che hai piantato questa stronzata dei fuochi fatui o... fuoco e fiamme... Come cazzo si chiama... Mi metteva in una posizione di imbarazzo e rischio: io
un maresciallo della Guardia di Finanza con la moglie impelagata in incitamenti alla rivolta
e alla discesa in strada contro negri, spacciatori, immigrati... Mia cara, se ancora non l'hai capito è proprio quel materiale lì che porta in questo bellissimo attico non pane, ma oro puro. E tu che mi sbattevi contro... Imbarazzante quantomeno, non trovi? Adesso per fortuna questo strano inghippo è risolto, almeno per quanto ci riguarda. Attenta, però, che i tuoi adepti non l'abbiano presa troppo bene... Mi spiego? Per la storia con questa tizia, il compagno e il bambino... Va benissimo. Agganci. E agganci seri che tornano sempre
utili... Non quegli straccioni psicolabili che istigavi a retorica e cazzate. I liberal-democratici sono sempre manna dal cielo per gente come me... E sono nella stanza dei bottoni, anche fosse minuscola, pur sempre sala dei bottoni. Coltivatela... Non ho nulla in contrario. Tutt'altro: mi piacerebbe conoscere suo marito, e..."
"E per quanto riguarda il figlio? Nostro, ovviamente?"
Lui sbuffò e cambiò direzione al suo sguardo, portandolo verso una bambola orrenda che, chissà assecondando quale pensiero fisso, lei non aveva mai voluto levare dall'estremità di una lucida poltrona. Tutto a stonare con la composta eleganza dell'abitazione.

Fissò intensamente e infine comprese senza alcuna incertezza, mentre tornava a inabissare le sue pupille nere in quelle azzurre di lei. "No, tesoro. Proprio no... In questo momento, penso per sempre non se ne parla proprio".


Aveva preso l'abitudine di accompagnare Mattia a scuola in bicicletta, tutti e due allegri in sella alle loro proprie, una volta ogni tanto. Alla fine aveva addirittura confidato di essere effettivamente una maestra elementare, ma di essere in malattia causa una lieve forma di depressione.
Con sua sorpresa Daniela non l'aveva presa male anzi l'aveva appoggiata e, per tirarla fuori dall'imbarazzo, non le aveva negato di frequentare e seguire pure suo figlio.

Questa dimostrazione di affidabilità aveva cavato ritrosia all'ex megafono dei sovranisti-negazionisti-paraintegristi (o chissà cazzo cosa) e aveva recato sollievo alla sua mente e personalità in ebollizione.
Per qualche settimana aveva trascorso ore felici e aveva pure trovato il coraggio di affidare alla sua nuova amica il segreto del bambino perduto dalla breve esperienza con un venticinquenne marocchino. La Ravasio, per compiere la sua buona azione liberal-democratica, aveva reso il rapporto tra il ragazzino e quella giovane donna, piuttosto
complessata e complessa, abbastanza stretto; senza porsi particolari dubbi o timori.
E infatti nulla era avvenuto.
Tranne una sola volta... Stava accompagnando in autobus il ragazzino a fare delle analisi (oramai si era trasformata in una specie di governante per sostituzione dell'impegnatissima, bella e brillante impiegata comunale).
Quella volta aveva portato nella borsetta un lungo coltello da cucina.
La sua intenzione a grandi linee era di sequestrare, portare via comunque Mattia Ravasio, caricarselo in auto con una qualche banale giustificazione, condurlo in un boschetto e farlo
a pezzi metodicamente.
Idee che ogni tanto attraversano il cervello...
Ma nel momento in cui stava per fare scendere il fanciullo a una fermata da lei allestita in base al suo piano, lo sguardo era caduto sull'ampio specchio retrovisore dell'autista e...
Insomma... Non era più lei a portare dabbasso il figlio della sua migliore amica per condurlo altrove e ammazzarlo.
Non esisteva più lei: era Daniela Ravasio.
Il suo volto per alcuni infiniti secondi non era apparso più di fronte al riflesso; aveva preso le fattezze un po' spigolose ma limpidamente pulite della nuova, migliore amica... Stessi orecchini di giada, stessa collana di coralli, stesse mani dalle dita esili e affusolate che si passavano e ripassavano la frangetta tinta di rosso carminio, stessa languida espressione dietro le lenti degli occhiali da vista che ogni tanto indossava, e che tanto le donavano.
Era stata sul punto di esplodere in un urlo incoerente e ferino quando, poco alla volta, e abbandonato il pullman si era osservata nuovamente nella vetrata di un negozio di profumi.
Tremando dalla gioia aveva ritrovato la sua faccia grassottella e buona da mela casolana, la sua comoda tuta champion, le sue scarpe nike e la sua borsa a tracolla con sopra stampigliato I LOVE NY.
Aveva tirato un sospiro di sollievo, ma comprendeva benissimo che era solo una dilazione contro quello che il Destino stava allestendo nell'ombra sfuggente delle identità giocate in ruoli diversi, e con trappole adeguate a ogni persona nell'Atto in via di allestimento.


Era accaduto prima di maggio: Omar Guardini, per trame tutte sue, aveva insistito onde accettare l'invito a cena di Daniela; esteso a Serena e al suo consorte maresciallo. Curiosissima di conoscerlo.

E curiosissimo di conoscerla era anche il maresciallo della Guardia di Finanza; tanto più
che quella sera sarebbe stato presente anche Emanuele Carboni, compagno della Ravasio

e distaccato a Roma presso l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati.
Un ruolo che a Guardini solleticava moltissimo in vista di future prospettive...
Potevano parlare alla pari e magari ne sarebbe uscito qualcosa, chissà.
Le sue intenzioni raramente incontravano cantonate. Profughi=precarietà=fondi=mazzette=corruzione=traffico di esseri umani=ricavi.
Tutti gli uomini, anche i più onesti e integerrimi avevano un prezzo, e non era escluso
che lo avesse l'impeccabile funzionario Emanuele Carboni.
Lui e sua moglie fecero ingresso nel palazzo verso le 19.30, e in pochi minuti si mettevano subito comodi davanti a 4 ottimi coktail preparati dall'alto funzionario, che si piccava di conoscere mezzo mondo, dagli hotel 5 stelle di Sarajevo ai campi profughi ai limiti delle enclave kurde.
Era un uomo affascinante e in un attimo il maresciallo comprese che poteva ricavare non poco da un sano lavoro ai fianchi dello stesso; nel frattempo Daniela e Serena farfugliavano

a bassa voce, mentre Mattia giocava con il suo cellulare, stringendo un nodo alla gola della bizzarramente malinconica maestra elementare in aspettativa.
Fu a un dato momento della breve introduzione alla cena che Guardini sentì l'impellente bisogno di recarsi in bagno. Ne chiese la direzione e, una volta istruito vi si serrò dentro. Cavò dalla tasca dei pantaloni una bustina trasparente, stese una riga molto corposa (faccenda per lui non abituale) e fiutò la polvere del mago con la rapidità del prestigiatore...
La ragione dietro questo gesto non stava nel darsi coraggio in vista di uno scambio più corposo con il suo possibile partner in affari sporchi.
La ragione stava nella sofferenza fisica.
Infatti, prima di uscire dal loro attico aveva avvertito delle forti fitte al pancreas; qualcosa che si presentava mensilmente ma che non aveva mai pensato di risolvere con visite da medici esperti, piuttosto con righe robuste di cocaina: medicinale miracoloso.
Eppure... Da mesi pensava che Serena lo stesse avvelenando come si fa con i tiranni, goccia a goccia. Anche, a ulteriore conferma, quella sera... Quella donna, rifletté, stava partendo

per la luna.
Si era alzato dal water e aveva sollevato la tavoletta mentre dal soggiorno percepiva giungere strani rumori, come di di suppellettili infranti, alcuni colpi sordi e il tonfo di sedie
o di un divano rovesciato.


Stracciandosi le labbra per reprimere il dolore e farsi forza, si era accostato alla porta del cesso stile basso impero e aveva abbassato la maniglia nell'istante esatto in cui qualcuno l'abbassava dall'altra parte, per entrarvi senza tanti convenevoli.
Dopo qualche tira e molla si era rassegnato, travolto da una pena insopportabile vicino allo stomaco. Emanuele Carboni si era portato davanti al suo volto.
Emanuele Carboni?
Lo aveva riconosciuto unicamente dall'abito: una comoda felpa, dei pantaloni jeans slavati molto comodi e stilosi, la catenina con una rosa dei venti in argento.
Per il resto poteva benissimo essere qualcun altro, preso nota che il viso era devastato da
un taglio obliquo fra il viola chiazzato e l'amarena pallido, che iniziava dalla parte sopra l'orecchio sinistro e terminava al bordo inferiore della mascella destra.
Come se una strega schizzata avesse fatto un segno mortale da parole crociate su quello
che era stato un uomo senza dubbio affascinante e carismatico. Il naso, pronunciato ma di carattere era stato inoltre, tranciato di netto. Forse con una forbice da coltivatore di vigne, forse da un tronchese.
Il plasma segnava i confini di un'antica fisionomia.

Aveva borbottato qualcosa di indistinguibile tranne le parole TUA MOGLIE poi aveva sollevato la pistola d'ordinanza dello stesso maresciallo puntandogliela in qualche modo
al petto. Omar lo aveva scostato con una freddezza che mai avrebbe supposto radicata in sé stesso; poi lo aveva colpito con la mano di piatto sul collo, lasciandolo franare a terra, con uno strano rumore di budella in fermento e denti rotti.
Aveva sollevato la sua Beretta ed era uscito fuori, cercando di non farsi travolgere dall'orrore
di tutta quell'insensata e imprevedibile faccenda. Aveva passato il breve corridoio che collegava al salotto e lì si era trovato davanti alle pupille, ridotte a microscopiche falci dalla cocaina, la scena che poteva avere unicamente le caratteristiche dell'assurdo macello.


Daniela era appoggiata con un braccio alla spalliera del divano; il resto del cadavere goffamente appigliato fra pavimento e aria. Il foro del proiettile si notava unicamente grazie al contrasto con i capelli corti rosso carminio... Era piazzato poco sopra l'attaccatura dei capelli, mentre Mattia era disteso come la caricatura di un piccolo santo del 500 con le braccia incrociate sul petto, il foro in mezzo alla fronte e il sangue sgorgato dalla carotide tagliata, come a fornire da tovagliolo di messa rossa per chierichetti martiri e serafini innocenti. Le piccole gambe erano appoggiate sopra una sedia impagliata da qualche artigiano della Val di Chiana, e i piedini erano nudi.
Il maresciallo sentì una rabbia atroce montargli dentro insieme all'impotenza per fare qualcosa e uscire da quel ginepraio, nonché dallo scoppio di follia che sentiva imminente. Guardò la Beretta che teneva saldamente in mano con le sue impronte, a coprire, celare quelle delle dell'assassina precedente.

Insomma, lei aveva pesato proprio a tutto e lui era inculato.
Si girò di scatto: il funzionario dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati gli
Stava di fronte con una katana sopra la testa (certamente un souvenir dei suoi giri intorno
al mondo) e un equilibrio estremamente precario.
Il viso (ciò che ne rimaneva) aveva un solo scopo: vendicarsi, e nemmeno si curava degli intestini che iniziavano debordare da un'altra immensa ferita sulla pancia liscia come una tavola. Uno strappo che nel bagno stile Basso Impero Omar Guardini non aveva neppure notato, su quel puzzle di straziato massacro che era il corpo del possibile compagno di affari.
Lui sollevò quasi stancamente la Beretta e fece fuoco contro la guancia dell'uomo mentre
il proiettile fuoriusciva dall'occipite.
Quando Carboni crollò per l'ultima e definitiva volta sul pavimento lucidato come acqua

di un lavacro il maresciallo si sedette stravolto sul divano, ormai piegato. Notò il cellulare che aveva lasciato sul tavolino di fronte e lampeggiava un sms ricevuto e non aperto.

Osservò incuriosito mentre udiva le sirene avvicinarsi a folle velocità, sicuramente fatte affluire da vicini messi in allarme causa il casino infernale che lui, annebbiato dalla cocaina, aveva completamente ignorato.
Tolse il lucchetto al messaggio da parte di Serena: dava solo un emoticon con l'omino che strizzava l'occhio. Divertita e divertente.
E sotto la foto di un bambino, un bambino del cazzo qualsiasi scaricato chissà dove.
Quello che lei aveva in fondo sempre voluto e lui non le aveva mai dato; e che aveva invidiato, sin dall'iniziale affetto fino all'odio disperato a Daniela Ravasio e al suo uomo.
Pazza furiosa. Paranoica. Psicolabile, maniaco depressa.
Lui sorrise e rispose con il pollice alzato; poi cominciò ad urlare coprendo persino i segnali da guerra dei carabinieri che stavano piazzandosi armati e pericolosi nella via.
Almeno quattro pattuglie.
Poi appoggiò la Beretta contro la tempia. Aveva sempre pensato che quel maledetto social poteva solo ulteriormente peggiorare quella squilibrata ma soprattutto, cazzo, i suoi affari.
Sentì un cane ululare mentre il maresciallo lisciava il suo, di cane, e poi premeva con l'indice.


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