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Una storia di Purpleone

Il Tempio dei Thugs

(dai diari militari del dott. John F. Zotzon)

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12 minuti

Pubblicato il 20 luglio 2020 in Humor

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Cari Lettori,

mi accingo a quest’ultima sfida nella stessa speranzosa titubanza che mi colse quando, spinto dal mio grande ed esimio amico Merlock Sholmes, incomparabile e irraggiungibile mente dei nostri tempi, mi cimentai nella narrazione delle Sue gesta. Ora, sempre seguendo i suoi lungimiranti consigli, sottoporrò alla Vostra infinita benevolenza qualcuna delle avventure - finora custodite nei miei diari - che ebbi occasione di vivere allorquando, in terra d’India, prestai servizio nel glorioso X° Reggimento dei Lancieri del Bengala, sotto la Corona di Sua Maestà la Regina Vittoria.

Confidando nella Vostra indulgenza prendo commiato e Vi auguro una buona lettura.




Avamposto del Surbantrapal, India Nord Orientale

Non conosco nulla, credetemi, che sia altrettanto sfiancante per l’umano organismo quanto l’umidità collosa di questa malsana regione. Come militare di carriera sono poco avvezzo alle lamentazioni, ma quando il vaso è colmo, per Giove, sbotto anch’io! L’essere di guarnigione in queste lontane terre del Surbantrapàl si sta rivelando un’esperienza che mette a dura prova la mia pur resistente tempra di ufficiale e, ancorché venerando la nostra Regina, non posso fare a meno di criticare, in cuor mio, l’opportunità di avere un avamposto in questi sperduti luoghi.

Siamo qui ormai da quasi un mese e le uniche scaramucce degne di nota le abbiamo avute con nugoli di zanzare affamate e grosse come passeri e con torme di formiche che sbranerebbero un prosciutto in meno di un quarto d’ora. Tutta la guarnigione, nonostante la ferrea disciplina, inizia a dare segni d’insofferenza e temo che i tornei di “monta la capra” non siano più sufficienti a distogliere le loro menti dall’apatia. Confido grandemente nelle capacità venatorie degli esploratori che stanno per rientrare e se il loro incarico avrà avuto successo, potremmo almeno pasteggiare con qualcosa di diverso dalla solita coriacea carne di porco salato.


Per San Giorgio e tutti i draghi, che colpo d’inattesa fortuna; e non mi riferisco tanto alle desiderate cibarie fresche, quanto al fatto che a due giorni da noi, celato dall’intrico della foresta, i miei esploratori si sono imbattuti in un tempio della temibile setta dei Thugs, adoratori della sanguinaria dea Kalì. Sono mesi che il Comando tenta inutilmente di debellare questo flagello senza giungere ad alcun risultato. I marrani sono superbi conoscitori della giungla e finora sono sfuggiti a ogni nostro tentativo di cattura; se la fortuna non disdegnerà di tenerci compagnia forse potremo assestare un colpo decisivo a questa banda di assassini strangolatori.


C’è voluto più tempo del previsto per organizzare la partenza ma adesso, incolonnati in perfette e marziali file, lasciamo alle spalle la sicura palizzata della guarnigione e ci addentriamo baldanzosi nella lussureggiante verzura della giungla.

Gli esploratori indigeni, armati di scimitarra, aprono la strada a suon di fendenti tenendo, al contempo, occhi e orecchi bene aperti. Siamo in territorio di ferocissime tigri e la cautela è d’obbligo, se non vogliamo diventare la portata principale del loro pranzo. Non pochi abitanti del luogo sono finiti tra le ingorde fauci di queste bestie che non disdegnano affatto la carne umana.


Nonostante l’impegno e la tenacia dei miei uomini riusciamo, però, ad avanzare solo di poche miglia prima che cali la luce: aprire un varco tra liane, arbusti spinosi e radici sporgenti, ha rallentato assai il nostro passo e messo a dura prova la fibra di ciascuno. In compenso non manca mai, in queste occasioni, l’opportunità di apprendere un inusitato coacervo d’imprecazioni e male parole, patrimonio interessante e a volte miscosconosciuto, dei tanti borghi della nostra Patria natia. Spero non se ne abbiano a male gli altri idiomi della Gran Bretagna, ma trovo particolarmente argute le imprecazioni dei fanti scozzesi e le fantasiose maledizioni gaeliche degli irlandesi. In questa sorta di classifica includo anche i tamburini che, nonostante la loro giovine età, dimostrano di possedere un patrimonio di sconcezze di tutto rispetto.


Quando ci accampiamo al sopraggiungere dell’oscurità, sono così sfinito che rifiuto perfino la rituale partita a rubamazzo che, per tradizione, segue alla cena del Circolo Ufficiali. Mentre sprofondo nella branda da campo, mi giungono gli strepiti asinini del Capitano Thinkleton e l’esultanza poco signorile del Maggiore Phinfcaster (che domani dovrò ricordarmi di censurare). Ne deduco che la vincita deve essere stata sicuramente non inferiore a una sovrana d’oro: nessuno di loro si abbasserebbe a gioire per meno di così. Mi rigiro inutilmente in attesa dell’agognato ma recalcitrante Morfeo che tarda a palesarsi. Ho i piedi in fiamme e i muscoli rigidi dalla fatica ma la subdola attrazione del mefistofelico giuoco è più forte della brama di riposo. Benché dolorante lascio la branda e assicurando le braghe alle bretelle mi accingo a impartire una lezione a quei rumorosi pivelli.

Poche ore dopo sono di nuovo nel mio giaciglio, con pieno lo spirito d’orgoglio e la scarsella di una discreta quantità di denaro abilmente guadagnato alle spalle dei miei Ufficiali. Ho promesso la rivincita ma credo, in cuor mio, che servirà solo a vuotare le loro tasche una volta di più. Sono dei bravi militari ma, signori miei, nella nobile arte del rubamazzo occorrono ben altre virtù.


Ci mettiamo in marcia alle prime luci dell’alba, anche se, in mezzo a questa fitta vegetazione, è assai arduo per l’astro solare far piovere su di noi i suoi illuminanti raggi e, anche a causa di una fastidiosissima nebbia mattutina, ancora non si vede nulla a più di un palmo dal naso. C’è stato un poco di parapiglia subito dopo la sveglia, poiché qualche buontempone della truppa s’è divertito nottetempo a scambiare gli stivali all’interno delle tende. Nulla comunque che il mio sergente maggiore non abbia potuto risolvere con l’assestare qualche decina di scudisciate sui giusti deretani.

Pur in disaccordo con alcuni miei colleghi, resto del parere che esser troppo severi non giova a nulla. Anche se militari del Regio Esercito, questi ragazzi son sempre ragazzi, diamine, e un poco di sana goliardia è sempre utile a risollevare lo spirito. Salvo poi, paternamente, riportarli sulla retta via.

Durante questa giornata non ho null’altro da segnalare a parte il fatto che il caporale Pipster – giovane graduato volenteroso ma un pochino tardo - s’e fatto catturare, non so dirvi come, da un notevole esemplare di pitone striato. Fortunatamente la bestia, non essendo velenosa e forse anche non a digiuno, si è limitata a dare al malcapitato una stritolata di tutto rispetto. Il tempestivo intervento del sergente maggiore, che ha piazzato una palla di moschetto nella testa del rettile, ha evitato conseguenze ben più letali al povero caporale che se l’è cavata con le costole doloranti e una bruciacchiatura da polvere da sparo nell’orecchio destro. E’ vero che adesso quell’appendice annerita tutto sembra tranne che un apparato uditivo e che lo scherno dei commilitoni è continuo ma, Santo Cielo, sempre meglio che finire con le ossa frantumate, dico io.


Sono ormai le cinque del pomeriggio e la visibilità, sotto questa coltre verde e gocciolante, diminuisce rapidamente. Tutto il Reparto è a corto di energie e ci fermiamo per la notte. Dopo aver predisposto le vedette e consumato un frugale pasto coi miei ufficiali, mi accingo a mantenere la promessa fatta: la rivincita a rubamazzo.

Naturalmente, anche questa sera non c’è stata storia e ho somministrato, ai poveri tapini, una lezione di alta strategia nell’uso delle carte. Non voglio dare l’impressione di esagerata vanagloria ma a questo giuoco ho pochi rivali, e fortunatamente stanno tutti in un’altra guarnigione. Con loro al tavolo mi sarei trovato a dover pelare ben altre gatte. Abbandono i loro musi lunghi e mugugnanti e mi ritiro nella mia tenda con la scarsella tintinnante e il passo del vincitore.


Rinfrancato da un’ottima nottata di meritato sonno, mi concedo qualche minuto per assaporare con calma il mio tè mattutino. Ho mandato in avanscoperta gli esploratori e stiamo aspettando il loro ritorno. Spero portino buone nuove. Riuscire a sorprendere gli spregevoli Thugs durante l’ora di pranzo ci concederebbe un vantaggio non da poco: qualsiasi guerriero sorpreso con la bocca piena e il cucchiaio a mezz’aria tende a essere sconclusionato e tardivo nell’organizzare un’adeguata difesa.

Lo sa bene il mio vecchio compagno d’accademia, il generale Orpenthorper che, sorpreso durante il suo spuntino pomeridiano, nulla poté per sottrarsi all’assalto nostro, finito poi col rituale bagno dei cadetti nella fontana dei pesci rossi. Fu una lezione quella che imparammo tutti: mai farti sorprendere col pollo in bocca e la forchetta in mano.

Guardo l’orologio e penso che gli esploratori stiano tardando un pochino. Spero non siano stati scoperti. I Thugs possiedono un udito e un olfatto sopraffini e temo che il fetore dei piedi dei miei uomini possa essere recepito senza troppa difficoltà dalle loro allenatissime papille. Orsù, ordinerò di rafforzare la vigilanza del perimetro. Meglio eccedere in prudenza che nel suo contrario.


Ottime nuove: gli esploratori riferiscono che i Thugs sono a qualche ora di marcia, ancora accampati presso il tempio, e che le loro fila non contano più di venti o venticinque elementi. Sono così sicuri, in questo territorio, che non si sono preoccupati di predisporre l’essenziale rete di vedette e quindi, per il momento, sono assolutamente ignari della nostra presenza. Dovrò fare in modo che così sia fino al nostro arrivo.

Impartisco rapidamente gli ordini necessari e in men che non si dica siamo in marcia.


Con perfetta e silenziosa manovra a tenaglia abbiamo chiuso ai Thugs ogni possibile via di fuga e, accovacciato al riparo di un’imponente radice di mango, scruto col cannocchiale l’accampamento nemico. Come previsto li abbiamo colti nel bel mezzo del desinare e, senza frapporre altro indugio, mi coordino con i miei ufficiali per impartire gli ordini d’attacco. Sto tracciando nel terriccio lo schema del mio piano di battaglia quando il nostro conciliabolo è interrotto dal mio trafelato sergente maggiore il quale, porgendomi di nuovo lo strumento ottico, m’invita a dare un’altra occhiata nel campo avverso. Prendo nuovamente posizione dietro la radice e...,per Giove! I Thugs hanno abbandonato le cibarie e sono in fermento: come in preda a una sorta di frenesia dionisiaca si agitano scompostamente al ritmo dei tamburi che ora, cambiando cadenza, percuotono selvaggiamente, e tutti sono rivolti in direzione dell’ingresso del Tempio come in attesa dell’oggetto delle loro incomprensibili invocazioni. Non devo attendere molto per scoprirlo: tra le colonne, in cima alla scalinata di pietra, è apparso ora una sorta di sacerdote cosparso di terra bianca e dallo sguardo spiritato. Alle sue spalle, due guerrieri lo seguono tenendo nel mezzo e per le braccia, una giovine bendata che inutilmente cerca di divincolarsi.

Senz’altro indugio mi rivolgo ai miei ufficiali esortandoli a prender tosto posizione fra le truppe. Non dobbiamo perdere altro tempo se non vogliamo assistere a un orribile sacrificio alla ripugnante dea venerata da questi esagitati. Concedo ai miei ufficiali ancora qualche secondo poi, con gli strepiti disperati della ragazza negli orecchi, impartisco l’atteso ordine.

Subito dopo l’inconfondibile suono dei fischietti di plotone dà il via all’attacco e i miei prodi uomini si slanciano all’unisono terrorizzando il nemico con le loro agghiaccianti urla belluine. La manovra è un successo da manuale: i Thugs, vedendosi così repentinamente circondati da siffatta disciplinata compagine, quasi non oppongono resistenza e i pochi malcapitati che ci provano, ahiloro, finiscono stesi da una ben assestata mazzata col calcio del moschetto. Li abbiamo presi senza sparare un sol colpo e ora li teniamo in mezzo, tremebondi e sorpresi, a un palmo dalla punta delle nostre baionette. Mi avvicino con la giusta baldanza allo stregone e, dopo aver spintonato di lato lui e minacciato i due alle sue spalle con il mio revolver, libero la fanciulla dai suoi lacci. Il mio sergente maggiore, subito sopraggiunto, la prende amorevolmente in consegna rassicurandola col suo pur rude accento di York.

Nel restante tempo leghiamo i nostri prigionieri e, dopo esserci rapidamente e frugalmente rifocillati, ci mettiamo sulla strada del ritorno. Gli uomini sono orgogliosamente su di giri e per tutta la durata della nostra marcia intonano canzoni tipiche di caserma. Ai loro raglianti gorgheggi rispondono, per tutto il tempo, gli strepiti degli uccelli della giungla. Non capisco se lo fanno per esprimere gradimento o per chiedere un poco di silenzio. Essi, al mio contrario, non possono turarsi le orecchie con la cera d’api che, con navigata esperienza, mi perito sempre di avere a portata di mano.


Al nostro rientro in guarnigione siamo salutati dalle sentinelle con una salva di colpi di moschetto a celebrare la nostra impresa e, nella piazza d’armi, troviamo ad attenderci i festanti parenti della ragazza appena giunti dal loro villaggio e che, in segno di gratitudine, hanno portato semplici doni e offerte di cibo che i miei ufficiali si affrettano ad accogliere. Io, benché gratificato da quelle manifestazioni di sincera riconoscenza, saluto e stringo mani nel più breve tempo possibile per fiondarmi lestamente alla volta dei miei alloggi, canticchiando a denti stretti un’aria del Barbiere di Siviglia. E’ questo, purtroppo, l’unico modo che ho per costringere la mia vescica, dopo ore di ritenzione, a trattenersi ancora qualche istante.

Grazie all’immortale Rossini, anche stavolta riesco nell’intento e occupo, con le braghe ancora asciutte, la mia personale e confortevole latrina.

Potreste suggerire che mi sarei risparmiato fior di staffilate inguinali se mi fossi liberato durante la marcia di ritorno ma, ne converrete, che orinare all’aria aperta come un qualsiasi carrettiere e al cospetto delle truppe non è certo costume di un Ufficiale di Sua Maestà.


Questa sera a cena, per festeggiare, ho concesso agli uomini una doppia e meritata razione di brandy i cui effetti, quando ci accingiamo alla nostra partita a rubamazzo, ci arrivano schiamazzanti dalle finestre del Circolo Ufficiali.

Mentre distribuisco le carte, penso, con paterno affetto, che dopotutto son ragazzi.


Provincia del Surbantrapàl, 10 maggio 1867


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