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Una storia di Elenita

Questa storia è presente nel magazine Epifanie:l'arte di lasciarsi sorprendere

L'epifania degli innamorati

L'antidoto contro l'attutimento dell'anima sta nel modo in cui guardiamo il mondo

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3 minuti

Pubblicato il 30 gennaio 2019 in Altro

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il congedo
il congedo

Oggi la pioggia cade fitta. Ho sempre adorato la pioggia non solo perché infonde quella malinconia dolce tipica dei vecchi ma anche perché ci isola dal rumore del mondo facendoci concentrare sui dettagli. I dettagli sono la poesia della vita. Tra il tempo che scorre inarrestabile, le brutture che ci costringono ad abbassare la testa e l'amaro che siamo costretti ad ingoiare, si insediano sprazzi di colore, delle armoniche epifanie che ci fanno riconciliare con il mondo. Il sorriso di un bambino che incrociamo per strada, lo sguardo di un uomo, serbatoio della storia, il cui viso è solcato dalle rughe, un cappotto rosso fiammante che fa capolino in una giornata cupa, i capelli morbidi di una donna che oscillano al vento, spargendo il profumo viscerale e ancestrale della sensualità.

Oggi la pioggia cade fitta. Eccome se cade. Il cielo è diventato mare e le gocce sono onde possenti che si riversano con tutta la loro potenza sulla terra. A testa in giù.

Per fortuna sono arrivata alla stazione, reduce di una guerra trasparente. Il mio ombrello è impregnato d'acqua. Lo scuoto e lascio cadere le goccioline superflue. Con le mani bagnate frugo nella borsa e nelle tasche dei pantaloni.' Ma dove cazzo ho messo il biglietto', dico a voce alta. Le mie guance diventano rosse. Mi giro con circospezione per mezzo di un riflesso involontario, ho i capelli incastrati nel giubbotto. Sono un'imbranata. Lascio cadere la borsa, ma dove cazzo sta quello stramaledetto biglietto. Mentre sollevo la borsa da terra, ecco il biglietto è caduto dalla tasca posteriore, alzo lo sguardo e li vedo. Sono vicino ai tornelli. La pioggia cade fitta, eccome se cade. Il parlottare delle persone, il rumore dei passi frettolosi… tutto è ovattato dalle gocce che cadono, facendo scivolare via il frastuono del mondo. Ci sono solo loro. Due amanti solitari e i loro pensieri. Cosa pensano gli innamorati quando si congedano in stazione?

Pensano alle occhiate furtive dei passanti? Pensano al distacco imminente? Pensano al prossimo incontro? Forse non pensano, si godono l'attimo, danno consistenza al tempo imprimendolo sui capelli, sulle labbra… I due non sprecano neanche un secondo, si tengono abbracciati stretti, due guerrieri che stringono nella stessa mano l'arma dell'istante contro Cronos, che tutto fa scorrere liquido. Intrecci vorticosi di sguardi, mani e cuori. Poi il congedo. Si lasciano andare. Lui si gira e la guarda per l'ultima volta, lei gli fa un cenno con la mano e poi se ne va. Il fermo immagine evapora, l'istante si riversa nel fiume sistematico e denso del tempo, il mondo ritorna a far sentire la sua voce superflua e stonata. L'evanescente epifania degli innamorati è svanita come tutte le cose fragili. Il tempo si articola di nuovo in ore, minuti e secondi. Oblitero il biglietto e raggiungo trafelata il binario. Niente da fare. Il treno mi passa davanti, corre veloce, vuole sfidare il tempo. Pazienza. Mi siedo e penso che poi l'unico riparo che abbiamo per sopravvivere al materialismo cieco e cinico della vita sia la bellezza delle epifanie, quel varco montaliano, quello spiraglio di poesia che ci solleva dall'insensato e inconcludente quotidiano di cui sono fatti i nostri giorni. E intanto la pioggia cade, eccome se cade.


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