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Una storia di GiovanniBeria

Non si può sperare e basta

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Pubblicato il 04 gennaio 2019 in Storie d’amore

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Siamo stati a Londra per una settimana, io e Silvia. Per la questione della Brexit dovevamo concludere dei contratti prima che tutto si complicasse, anche se i clienti ci avevano assicurato che in sostanza non sarebbe cambiato molto, ma che comunque sarebbe stato meglio incontrarci prima possibile.

L’albergo era carino, il Mitre House a Paddington, vicino a Hyde Park. Era la prima volta che andavo in Inghilterra, a Londra. Mi ha fatto un certo effetto. La vastità, soprattutto. I colori. La gente.

Sbrigate le formalità legate al lavoro, agli incontri con i fornitori, abbiamo avuto del tempo per noi. Quello che mi piaceva di Silvia era che non amava molto lo shopping, il girare per negozi, insomma. E a Londra credo sia un peccato non farlo. Certo, ne abbiamo visitati alcuni, quelli famosi per intenderci, Harrods, ovviamente. Ma più che altro abbiamo fatto turismo culturale. Molto spicciolo, in fondo: non è che quel tempo a disposizione fosse poi molto. Lo volevamo più per noi. Sentirci vicini. Anche solo passeggiare per le vie, nel parco. Era un bisogno che prescindeva dai luoghi in cui eravamo, famosi o meno. Erano, quei luoghi, più che altro una cornice al nostro viverli. Ne eravamo parte essenziale. Acquistavano importanza in quanto ci passavamo noi. In quei momenti mi sembrava quasi di recitare in un film in cui eravamo i protagonisti. Una storia dentro una storia. E questa storia filava via senza intralci. Davvero ci siamo quasi dimenticati che avevamo un aereo da prendere. Ce ne siamo resi conto quando alla reception l’impiegata ci ha comunicato che il conto era pronto, e ci ha chiesto se il soggiorno era stato di nostro gradimento. Ci siamo messi a ridere. Poi ci siamo scusati e le abbiamo candidamente confessato che era stato così meraviglioso da dimenticarci che era finito. Quando siamo saliti in camera ci siamo sentiti persi.


É stato una settimana dopo che siamo tornati da Londra che mi ha detto tutto. Che mi ha detto che aveva il cancro al seno. Che non avrebbe fatto nessuna terapia, che non si sarebbe fatta operare. Che non voleva perdere i capelli, la sua peluria morbida, «come la chiami tu,» aveva aggiunto sorridendo. Poi era rimasta in silenzio e mi aveva guardato e basta. Anch’io l’avevo guardata e basta, per un po’. Non è che non sapessi cosa dire. Le frasi di circostanza in questi casi sono tante. Ma è diverso quando devi dirle a chi ami. Alla persona speciale con cui sei stato bene appena una settimana prima. Con la quale hai trascorso dei giorni meravigliosi e le hai detto frasi tipo, «ecco, è così, come in questo momento, che vorrei vivere con te il resto della mia vita. Provare la stessa intensità, lo stesso abbandono che hanno questi attimi.» Ce le siamo sussurrate nelle orecchie, quelle frasi, urlate in faccia prima dell’amore, dopo l’amore, passeggiando, fermi davanti alle vetrine, aspettando il bus. In coda per entrare in un museo. Davanti a un cocktail. Sgranocchiando fish and chips seduti sulla panchina nel parco. Ce le siamo dette. E lei sapeva già. Non me la sono presa, quasi mi avesse rubato del tempo, mi avesse fatto vivere un'illusione. L’ho ammirata, piuttosto, ancora di più per la sua forza, perché semplicemente ha voluto vivere al meglio quei giorni. Lasciarmi un bel ricordo. Che potesse, insomma, contrastare il tempo brutto che sarebbe arrivato. Era questo che pensavo mentre ero lì davanti a lei che mi guardava e basta, senza pretendere per forza che dicessi qualcosa, le bastava che anch’io la guardassi e basta, perché sapeva a cosa stessi pensando, e forse era la stessa cosa che pensava lei, e ci bastava. Poi l’ho abbracciata forte, quasi volessi farla entrare dentro di me. Era questo che volevo in quel momento, farla entrare dentro di me, come se fosse il solo modo in cui potessi proteggerla, evitare che accadesse quanto mi aveva appena detto.

«Ma neanche provare a fare qualche ciclo di chemio?» Le ho chiesto.

«Mi ci vedi pelata, magra...» Si era messa a ridere. «O togliere tutto? No, assolutamente. É già scritto ormai. Inutile aggrapparsi alla roccia scivolosa. Cadi ugualmente, magari qualche secondo dopo, ma cadi.»

Le ho preso il viso tra le mani e l’ho baciata. Sì, ce ne sono tante di frasi di circostanza, ma io non sapevo dirle. Non avrei saputo dirle in nessun caso, nemmeno a un parente lontano, a uno sconosciuto. E nemmeno protestare, che era un’egoista pensare di non far nulla; che era un escludermi dalla sua vita a prescindere, e non solo me, ma tutti i suoi amici che le volevano bene, i soci dell’azienda appena costituita, che contavano su di lei. No, non sono il tipo, insomma. Che poi lo so che la circostanza può passare anche per essere indifferenza. Che le parti assegnate alla storia, qualsiasi essa sia, sono di un autore intransigente, e ci si trova a dover portarla a termine nonostante tutto. In quel momento mi sono vergognato della mia parte, di quello che ero, dei vestiti da pagliaccio che indossavo, sì, mi sono sentito un pagliaccio, inadeguato alla situazione, come se il vestito, in un momento del genere contasse qualcosa. Ma non è così, noi siamo attori di una trama reale. Lei lo sapeva. Mi aveva preso il viso tra le mani e aveva ricambiato il bacio.

«Ho tempo, comunque. Anche per pensare.» Aveva detto. «Se vuoi te lo regalo.» Si era messa a ridere, dopo aver detto questa frase.

«Non ti preoccupare, non voglio costringerti a una decisione che potrebbe far male a entrambi.» Sono riuscito a dire, finalmente.


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