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Una storia di LucaTamburrino

IN VIAGGIO CON L'ANGELO

Viaggio nell'aldilà

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47 minuti

Pubblicato il 10 febbraio 2021 in Avventura

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La casa di foglie di Elisabetta Tamburrino
La casa di foglie di Elisabetta Tamburrino

Erano le quattro del pomeriggio quando cominciai a sentire i primi tuoni. Dalla finestra del mio ufficio avevo visto avanzare, lentamente, una distesa di nuvole nere e ricciolute, che brontolavano in lontananza e accendevano continui lampi che parevano tanti flash fotografici. In poco meno di un'ora, gli ultimi lembi azzurri del bel cielo di maggio, che c’era poco prima, furono completamente oscurati dalle nuvole, e improvvisamente il giorno si era fatto più nero di un'anima dannata. All'improvviso scoppiò un tuono così forte che fece tremare i vetri delle finestre, e un lungo ramo di corrente elettrica guizzò tra le nuvole, rischiarando tutto il cielo per qualche secondo. Subito dopo quel rombo spaventoso, cominciarono a cadere le prime poche gocce grosse, che subito divennero cento, poi mille e iniziò una tempesta di pioggia che scrosciava sui vetri delle finestre e accresceva i rivoli nelle strade. Intanto si era fatta ora di tornare a casa, e per fortuna avevo in un cassetto della mia scrivania uno di quegli ombrellini che si chiudono e diventano piccoli piccoli. Alle 17,00 in punto, mi diressi verso l’uscita, aprii l’ombrellino e mi avviai verso la mia macchina, ma non feci in tempo ad arrivare che una folata di vento, mista a spruzzi d’acqua, ripiegò l’ombrello verso l’alto e arrivai in macchina completamente inzuppato. Salii a bordo, mi tolsi un poco d’acqua dalla faccia e dai capelli con un fazzolettino di carta, accesi il motore e mi avviai verso casa. La pioggia si abbatteva in rovesci così violenti sul parabrezza della macchina che i tergicristalli non riuscivano nemmeno a spazzolare via tutta l’acqua. La visibilità si era fatta scarsa, rallentai, mi accostai un po’ di più sulla destra, preso quasi dal desiderio di fermarmi e aspettare che spiovesse, ma non lo feci e proseguii verso casa, seppure con molta cautela. Mentre guidavo, vidi da lontano due grandi fari accesi, che parevano due occhi di gatto al buio, venire verso di me. Suonai il clacson e lampeggiai con i miei fari, per segnalare la mia presenza, ma quella macchina correva contromano veloce verso di me e non accennava a rientrare sulla sua corsia. «Maledetto idiota, cosa fai? Così ci ammazziamo!», gridai. Non riuscii a dire altro, sentii solo un gran botto e poi niente. Per un attimo ci fu un gran silenzio, riuscii ad aprire gli occhi per qualche secondo e a vedere i vetri frantumati della mia vettura, e davanti a me un SUV nero con i vetri scuri. Provai ad alzarmi, ma non vi riuscii e cascai con la testa sul volante. Mi risollevai di nuovo, facendo un maggiore sforzo di volontà, avrei voluto gridare aiuto, ma riuscii ad emettere solo un mugugno disarticolato «Aohhm…!», e ricaddi nuovamente con la testa sul volante. Non sentivo più nulla. I miei sensi, dapprima intontiti, si erano completamente spenti, ma avevo ancora coscienza di me stesso. All’improvviso cominciai a sentire un gran vociare di gente, «correte! Chiamate un’ambulanza, presto!», gridavano. Mi ritrovai in mezzo a una folla di persone e riuscii a vedere anche la mia macchina schiantata contro l’auto nera. Mi avvicinai e vidi me stesso, con la testa poggiata sul volante. Quando presi coscienza dell’accaduto, non credevo ai miei occhi, lo scoramento si impadronì della mia anima e proprio mentre i sensi mi stavano abbandonando e il mio corpo spirituale stava per venire meno, mi sentii sollevare in alto da una strana forza, verso quel cielo nero e piovigginoso, leggero come un tremulo palloncino volante. Dall’alto vedevo tanti ombrelli che si avvicinavano sul luogo dell’incidente, e macchine che si fermavano, mentre da lontano si sentiva il suono di una sirena. Forse era l’ambulanza o forse la polizia, non saprei dirlo, ma a mano a mano che salivo verso il cielo, quel suono si faceva sempre più lontano.

«Dove sto andando?», domandai alla mia anima immortale. Dall’alto vedevo le campagne circostanti piene di spighe di grano e tanti papaveri rossi tra le spighe. Era maggio, ed io stavo abbandonando il mondo nel mese più bello. Continuavo a salire in alto, quando improvvisamente mi ritrovai davanti un vortice d’aria e nuvole che girava a spirale, come l’acqua quando è risucchiata dal buco di un lavandino. Fui assorbito all’interno di quel vortice e lentamente venivo trasportato in una dimensione ignota, attraverso un tunnel d'aria calda. Mentre viaggiavo in quel tunnel, guardai le mie gambe, i miei piedi e il mio corpo e mi resi conto di essere completamente nudo. Compresi allora che la morte non è altro che lo specchio della nascita, come il tramonto lo è del sorgere del sole. Si nasce nudi da un utero di donna e si ritorna nudi in un utero cosmico verso un altro mondo. Mi sentivo leggero e cullato, come un bambino, e mi lasciai trasportare da quella forza misteriosa, anche se non sapevo dove mi avrebbe condotto. All’improvviso vidi una luce lontana che sembrava il luccicare di una stella, e più mi avvicinavo e più quel puntino luminoso diventava grande. A un tratto vidi quel puntino luminoso diventare un disco di luce ed io fui finalmente espulso da quel grembo cosmico, e come in un nuovo parto mi ritrovai in un nuovo mondo sconosciuto. Mi guardai intorno e non vidi nessuno. In realtà non c’erano case e nemmeno alberi, ma solo prati. Un’immensa prateria verde che si stendeva a perdita d’occhio, con l’erba pettinata dal vento. Provai a camminare per un po’, ma non c’erano altro che prati, così mi fermai, m’inginocchiai e cominciai a pregare. Chiedevo a Dio di liberarmi dallo sconforto di quel momento, ma soprattutto di assistere i miei bambini che avrebbero dovuto affrontare il mondo senza un padre, e mia moglie che avrebbe dovuto affrontare tutto da sola. Mentre pregavo non mi ero avveduto di una figura d’uomo proprio davanti a me. Alzai lo sguardo e vidi un uomo vestito con una tunica di lino, bianca come la neve e un manto drappeggiato di colore verde sulla spalla sinistra. Aveva i capelli neri fino al collo e un volto giovane che emanava una strana luce. Mi alzai, lo guardai e rimasi senza parole. Prima che io riuscissi a fargli qualche domanda, mi porse dei sandali e una tunica da indossare. Era una tunica bianca, con una cintura fatta di corda intrecciata. Afferrai la tunica e la indossai. Infilai i calzari ai piedi e mentre annodavo la corda al fianco, finalmente trovai il coraggio di parlare, «chi sei?», domandai deciso.

«Sono Nathaniel, uno degli angeli di Dio, accompagnatori degli spiriti dei morti», disse con voce profonda. Le mie ginocchia si piegarono e m’inginocchiai davanti a lui, ma mi rimproverò, «alzati!», mi disse, «t’inginocchierai solo davanti a Dio e a suo figlio Yeshua. Tu ed io siamo entrambi servi».

Mi chiese di seguirlo e istintivamente risposi di sì. Da quel momento cominciò il mio viaggio nell'aldilà.

Ci incamminammo in direzione di una grande catena montuosa che si vedeva in lontananza davanti a noi, e dopo aver camminato a lungo in quella vasta prateria, imboccammo un sentiero ampio e scorrevole che ci condusse in una vallata, dove terminava quel percorso, e le montagne si presentavano davanti a noi ostacolandoci il cammino. Quando fummo molto vicini alla montagna vidi spalancarsi sopra di noi, la bocca nera di una grande caverna, dalla quale fuoriusciva un fiume d’acqua dal forte odore di zolfo. Il fiume cadeva giù in una cascata fragorosa, e alla sua sinistra vi erano delle scale scavate nella roccia che portavano su, fino all’imboccatura della grotta. Salimmo quelle scale passando in mezzo a nuvole di spruzzi d’acqua sulfurea, e arrivammo sopra con le tuniche umide e impregnate dall’odore dello zolfo. Appena sopra la mia attenzione fu subito catturata da un grande cartello situato davanti all’ingresso della grotta. Si trattava di un cartello con una scritta in moltissime lingue: Qui sono le grotte purganti, luogo di attesa per le anime, dove si compie una pausa purificatrice.

Mentre l’angelo si apprestava ad entrare, io esitai un momento, ma sapevo di non potermi esimere da qualsiasi destinazione mi avesse assegnato quell’angelo; allora rassegnato, ma fiducioso al tempo stesso entrai con lui in quella grotta buia e umida. C’erano tante piccole barche ferme sulla riva di quel fiume dall’aspetto un po' sinistro, e noi salimmo su una di quelle. L’angelo mi chiese di sedermi e così feci. Nathaniel, invece restò in piedi, si aggrappò a un filo che si allungava sulle nostre teste, fissato sotto il soffitto della grotta e tirandolo con le mani, la barca iniziò lentamente a muoversi verso l’interno di quell’oscura gola di rocce. Dopo un po’ di navigazione chiesi all’angelo: «Nathaniel, dove stiamo andando? Perché mi stai portando in questo luogo buio?»

E lui rispose: «Il fiume negro è l’unica strada possibile per passare oltre le montagne.»

Nathaniel continuava a tirare il filo con le mani per fare avanzare la barca, e continuammo così per un bel po’, fino a quando cominciammo a sentire dei lamenti di sofferenza che si facevano sempre più forti. A un tratto vedemmo sulla nostra destra una grande stanza aperta tra le rocce e dentro una folla di spiriti sofferenti. Dal suolo di quella stanza si generavano dei fuochi fatui che avvolgevano gli spiriti in vortici di fiamme, ma solo per qualche istante, dopodiché si spegnevano. Ogni volta che quei fuochi si accendevano, gli spiriti gridavano di dolore, ma appena si spegnevano, alcuni angeli si avvicinavano e si prendevano cura di loro, confortandoli e li aiutavano ad immergersi in una grande piscina che attingeva acqua dal fiume negro e poi in esso ritornava.

Quelle immagini mi avevano scosso. «Che cosa hanno fatto questi spiriti per meritare questa punizione? Queste fiamme… è terribile tutto questo», dissi piangendo, mentre mi asciugavo le lacrime col dorso della mano. Sembrava un brutto sogno, avrei voluto svegliarmi e ritrovarmi nel letto di casa mia, ma così non era. I sogni sono fatti di vapore, d’immagini sfocate, di consapevolezza limitata, invece quelle circostanze avevano tutta la consistenza della realtà. Era tutto terribilmente vero e non si poteva tornare indietro. L’angelo vedendomi abbattuto si rivolse a me con tono amichevole e disse: «Smettila di piangere Filippo. Fatti coraggio e non avvilirti più. Hai lasciato il tuo corpo sulla terra ed ora sei in questo nuovo mondo, fattene una ragione. Stai soffrendo per aver lasciato i tuoi cari sulla Terra, ma in compenso, tra poco potrai abbracciare i tuoi cari che vivono in paradiso. Abbi pazienza e vedrai che presto saremo fuori di qui.»

Riprese tra le mani il filo guida e continuammo la navigazione sul bruno canale, andando oltre la stanza dei fuochi fatui. Le parole dell’angelo mi rassicurarono un po’ e mi ripresi da quel brutto momento di sconforto. Dopo avermi visto un po’ più sereno, l’angelo volle riprendere il discorso sospeso e disse: «Non è per punizione che quegli spiriti devono passare tra le fiamme, ma per grazia di Dio. I peccati germinano nelle anime degli spiriti come le erbe cattive germinano nella terra. L’uomo accorto, mentre è in vita sulla terra, vede sbocciare quelle radici maligne e le estirpa sul nascere; ma lo stolto tira avanti, e le lascia crescere dentro di sé senza avvedersene, finché irrobustiscono contro di lui, ottenebrandogli volontà e intelligenza. Il superbo diventa vanitoso e sprezzante, l’avaro si attacca in maniera smisurata ai beni. Ne accumula continuamente, senza mai goderne, l’invidioso guarda con occhio malevolo tutte le persone che hanno beni, qualità o vantaggi che lui non possiede. Un uomo invidioso prova astio, gioisce delle sconfitte delle persone invidiate e si rattrista per i loro successi. Il gozzovigliatore trova come unica via di piacere il cibo, e mangia continuamente, fino a deformare il suo corpo, a volte anche fino a farlo morire. Se il gozzovigliatore, per bramosia di piacere della gola deforma il suo aspetto esteriore, Il lussurioso, per bramosia di piacere della carne deforma la sua anima, abbandonandosi senza regole a desideri che spesso degenerano in lui in passioni infamanti. L’iracondo è prigioniero dei demoni e si arrabbia continuamente, a volte anche per cose futili. Bestemmia, ha desideri di distruzione e può anche arrivare ad uccidere per la sua ira incontrollabile. Come puoi capire da solo Filippo, gli uomini che hanno lasciato crescere dentro di sé questi mali, non possono entrare in paradiso se prima non vengono purificati col fuoco. Quelle radici del male possono essere eliminate solo col fuoco, che le brucia come legna secca». Ci fu un momento di silenzio, e mentre l’angelo continuava a tirare la corda e la barca avanzava, dondolando sul fiume, cominciai a chiedermi come mai non mi avesse lasciato nella stanza dei fuochi fatui. Non ero un peccatore sconsiderato, ma nemmeno un santo, e avevo anch’io i miei peccati da bruciare. Forse c’erano altre stanze delle sofferenze oppure altre difficoltà da superare, ma questo non potevo saperlo, e quindi pensai di chiederlo a lui, ma non ebbi il coraggio e preferii restarmene in silenzio ad aspettare. Sembrava non finire mai quel percorso su quel fiume fetido di zolfo, quando all’improvviso vidi Nathaniel accostarsi con la barca alla riva. Appena la barca urtò contro la proda, la ormeggiò e dopo aver preso la lanterna mi chiese di scendere e di continuare a seguirlo. Entrammo in un tunnel buio e stretto a destra del fiume che sembrava a tratti diventare obliquo, e la mia unica consolazione era la presenza di Nathaniel con la sua lanterna che camminava davanti a me. Dopo aver camminato per lungo tempo, ci ritrovammo all’interno di una stanza grandissima. Era sorprendente, sembrava che una grande montagna fosse stata completamente svuotata del suo contenuto roccioso. In
aderenza alla parete rocciosa c’era un’immensa scala a chiocciola che girava tutt’intorno alle pareti rocciose, e saliva verso l’alto, fino a raggiungere l’uscita situata in cima al monte. A guardarla bene, quell'apertura aveva la forma di un occhio con al centro una stella che sembrava un’iride luminescente. Da lassù, quell’occhio scrutatore sembrava osservare tutto ciò che stava dentro la stanza. Nathaniel mi spiegò che quel puntino luminoso si
chiamava astro della speranza ed era fisso nel cielo a indicare l’uscita dalle grotte purganti. Era un astro luminoso simile alla nostra luna, ma molto
più brillante e fermo in quel punto del cielo. La stanza era illuminata da un gran numero
di fiaccole, una ogni quattro gradini. Tutte quelle lanterne giravano intorno alla stanza, come le braccia di stelle di una galassia. Mi ero fermato a mirare quello spettacolo di fiaccole, sedendomi sul primo gradino della scalinata, «perché ti sei fermato?», domandò Nathaniel, «c’è ancora tanta strada da fare.»

«Sono troppe scale da salire. Abbiamo camminato tanto e ora sono molto stanco. Vorrei riposare un po’ prima di cominciare la salita», dissi lamentosamente.

«Non è consentito riposare qui!» esclamò Nathaniel in tono secco, «in questa stanza purifichiamo il peccato di accidia, e ogni volta che ti fermerai sulle scale per riposare sarai
costretto a rifarle daccapo, partendo di nuovo dal primo gradino.»

«Cosa?!… ma ci sono delle regole assurde qui!», obiettai, «Sono stanco e voglio riposarmi», dissi.

Detto fatto, mi sedetti a riposare le mie gambe stanche. A quel punto, Nathaniel non disse nulla, si voltò e cominciò a salire le scale senza di me.

«Dove vai, angelo, mi lasci solo?», dissi rizzandomi in piedi.

«Proseguo da solo», rispose secco, «tra non molto passerà un altro angelo e continuerai con lui». Quando lo vidi allontanarsi, capii che stava dicendo sul serio e corsi verso di lui raggiungendolo. Mi ero abituato a lui e con un altro angelo non sapevo come mi sarei trovato.
«Nathaniel, ora che ci penso quando mi hai parlato dei peccati, non mi hai parlato dell’accidia.
L’accidia è la pigrizia vero?»

«La si chiama così quando la si vuole simpatizzare e sminuirne il potere distruttore. L’accidia è l’anestesia del diavolo, che toglie dal cuore dell’uomo ogni interesse per la vita. Il diavolo inietta questo veleno dentro l'anima, perché uno spirito svogliato e indolente non prega più, non spera più, e non ha più forza di fare nulla. Lentamente il cuore di un accidioso diventa vuoto e senza più desideri. Non ti avevo parlato prima di questo male, perché non può essere guarito con i fuochi fatui, ma solo con la fatica del corpo e dello spirito. Ecco, questa è l’ultima stanza delle grotte purganti. Tutti gli spiriti dovranno passarvi, e saranno tenuti a salire 144.000 gradini prima di vedere la luce. Ovviamente chi nella vita terrena si è lasciato schiavizzare dall’accidia dovrà soffrire molto a oltrepassare questa stanza, e guarderà l’astro della speranza come una meta irraggiungibile», rispose Nathaniel.
Quelle scale erano molto strette e non si poteva stare in due sullo stesso gradino, quindi proseguivamo, Nathaniel avanti ed io dietro di lui. Sembrava trascorso tanto tempo da quando era cominciata la salita, ma eravamo ancora nella parte bassa della stanza.
Ero già molto stanco e quando avevamo salito un migliaio di gradini, trovammo davanti a noi un altro spirito, accompagnato dal suo angelo. Questo spirito era stremato, a tal punto che cedette alla tentazione di riposarsi. Nathaniel ed io non riuscivamo a passare in avanti perché le scale erano molto strette. Il suo angelo gli chiese di alzarsi e di proseguire, ma lui disse che aveva bisogno di riposare e non ce la faceva ad andare avanti. L’angelo lo afferrò sotto le braccia e volò con lui fino a giù, lasciandolo riposare in basso, dove comincia la salita. Così, finalmente riuscimmo a passare oltre e a proseguire verso l’uscita. Raccolsi le mie energie e seguitai a camminare, e dopo aver salito tanti gradini che le gambe mi bruciavano, fummo finalmente fuori dalle grotte purganti.

La luce di fuori era meravigliosa, e la discesa era lieve. Il terreno di fuori era ricoperto
da un'erba fresca che somigliava molto alla vegetazione della Terra. Scendemmo percorrendo un sentiero tra gli alberi, e dopo aver camminato per un lungo tratto, mi voltai e vidi alle nostre spalle la montagna delle grotte purganti, mentre il fiume negro, che nasceva da fuori per entrare nella montagna, si ripresentava di nuovo davanti a noi a sbarrarci la strada. Era lo stesso fiume delle grotte, ma in quel punto la corrente era molto forte e le sue acque, illuminate dalla luce del giorno, sembravano incredibilmente azzurre. Anche se la corrente era fortissima, il fiume era poco profondo e poteva essere oltrepassato semplicemente camminandoci dentro.
L’angelo si fermò, mi guardò negli occhi e mi disse: «Filippo, togliti la tunica e i sandali!»

Avevo capito che bisognava attraversare il fiume a nuoto e quindi mi tolsi la tunica e i sandali, così come mi aveva chiesto Nathaniel, perché credevo che non volesse farmi bagnare la tunica. Appena fui nudo come quando ero arrivato, si avvicinò a me, allungò la sua mano destra verso il mio petto e dal centro del suo palmo si generò un vortice di fuoco che mi avvolse completamente, avviluppandomi tra le fiamme. Ebbi molta paura, gridai spaventato, e in preda al dolore cominciai a rotolarmi per terra, ma le fiamme non si spegnevano. Chiedevo aiuto all’angelo che però mi guardava senza dire nulla. Il suo viso era
come di pietra e non tradiva alcuna emozione. Il mio angelo mi aveva risparmiato il soggiorno nelle grotte purganti per farmi bruciare in riva a quel fiume. Mi chiedevo quanto tempo sarebbero durati quei tormenti in quel vortice di fuoco, e non potendoli più sopportare, mi buttai nel fiume per provare a spegnere le fiamme che mi avvolgevano, ma fu peggio.
Appena mi immersi nell'acqua, il fuoco friggeva, ma non si spegneva, e l’acqua attorno a me ribolliva ed evaporava. Subito risalii a riva e m’inginocchiai implorando Nathaniel: «Aiutami, Angelo, ti prego! Abbi pietà di me!». A un tratto l’angelo raccolse i miei indumenti, si alzò in volo e andò a posarsi sull’altra riva del fiume.
«Nathaniel, dove vai? Ti prego torna qui! Per amor di Dio, aiutami, non lasciarmi bruciare!», gridai ancora. L’angelo aprì le braccia come se fossero ali, caricò il petto d’aria e dall’altra riva soffiò forte su di me, spegnendo il fuoco come avrebbe fatto un bambino soffiando su una candelina. Le fiamme erano finalmente spente, ed io mi sentivo leggero e felice. L’angelo dall’altra riva mi chiese di attraversare il fiume e di raggiungerlo. Entrai in quelle acque trasparenti e fresche e mi diressi all'altra riva dove c'era ad attendermi Nathaniel. Mi accorsi che la corrente lavava via da me cenere e impurità bruciate dal fuoco. Era molto piacevole
stare in quell’acqua che non aveva più quel forte odore di zolfo che invece aveva nelle grotte purganti. Mi abbassai con la testa sotto e riemersi come in un nuovo battesimo. Nathaniel mi tese la mano e mi tirò fuori dal fiume, mi abbracciò con la tenerezza di un fratello e mi disse:
«Filippo, questo fiume segna il confine della valle delle sofferenze. Ora possiamo andare nel regno della pace!»
Era tutto molto bello, i fiori, gli alberi, gli uccelli e il profumo dell’aria. C’erano fiori che non avevo mai visto prima sulla Terra e tante farfalle colorate. Si sentiva un festoso cinguettio
d’uccelli, ed io mi sentivo felice come quando ero bambino. Capii che il paradiso è il mondo che ci circonda insieme alla nostra capacità di sentirne dentro la bellezza. È una simbiosi tra il dentro e il fuori. Il cuore di un uomo non può essere felice se fuori vi è l’inferno, e il paradiso non dà gioia a chi ha un'anima incapace di sentirla. I miei peccati terreni erano stati bruciati dal fuoco di Nathaniel ed ora sentivo dentro di me tutta la meravigliosa bellezza del paradiso.
Dopo aver percorso ancora un po’ di strada attraverso quei prati verdi, l’angelo ruppe il silenzio e disse: «Ti piace stare qui?»

«Sì, e un posto meraviglioso», risposi semplicemente. «In origine, anche la Terra era un paradiso. Tutti gli angeli la chiamavano "il paradiso terrestre", e l’uomo vi abitava felice fino al grande inganno del serpente.
Guardala oggi la Terra, ti sembra che assomigli a questo mondo dove sei ora? Eppure un tempo erano uguali», disse Nathaniel con molta dolcezza.

«La Terra è ancora molto bella, ma è ferita da molti problemi. È sofferente e anche l’uomo soffre ed è infelice», risposi malinconicamente.

«Come potrebbe essere felice? L’uomo è incline al male e appena diventa adolescente, comincia ad abbandonare tutte le cose che lo rendevano felice da bambino e comincia
ad apprezzare i piaceri effimeri, scambiandoli per piccoli pezzi di paradiso, e non ha più cura di se stesso e della sua anima, né del mondo dove vive. Sporca il mare, avvelena i fiumi, i laghi e l’aria che respira, distrugge foreste ed uccide i suoi abitanti, solo per avere potere e ricchezza, nei quali spera di trovare finalmente la felicità. Forse la trova? O si tratta di
un’altra illusione del principe del male? L’uomo brancola nel buio, cercando la felicità a destra e a manca, e non trovandola si dirige in acque fetide per dissetarsi. Affamato di felicità, la cerca: nella ricchezza, nella lussuria, nelle sostanze eccitanti, nella gozzoviglia e negli eccessi di ogni tipo. Solo per brevi attimi la trova, poi quando quei mostri s’irrobustiscono contro di lui, si ritrova ad essere solo un misero vizioso che non può più fare a meno dei suoi
falsi signori della felicità. Infine, il suo cuore, appesantito dai tanti peccati perde sensibilità e non riesce più ad apprezzare nulla, mentre il gran vuoto s’impossessa di lui», disse l’angelo con tono malinconico.
Mentre ascoltavo stupito quelle parole, non mi ero avveduto che camminando eravamo arrivati davanti ad una bellissima casa. Era una casa di legno con un bel tetto fatto di foglie verdi. Era delimitata tutt’intorno da una corda bianca fissata su dei paletti di legno. Ecco, siamo arrivati. Questa è la casa dei tuoi morti», disse Nathaniel, «da questo momento saranno loro a prendersi cura di te. Quando sarai entrato io andrò via.»

«Addio, Angelo. Qualche volta passa a trovarmi.», dissi. E dopo averlo salutato, mi apprestai ad entrare nella casa di foglie.
Non riuscivo a crederci, a momenti avrei rivisto mio padre ed anche i miei nonni, dopo tanti anni. Mi avvicinai alla corda per entrare in quella casa, ma proprio mentre la stavo scavalcando, sentii un forte dolore al petto, che durò solo pochi secondi, ma mi fece cadere a terra sulle ginocchia. Mi rialzai e provai a scavalcare nuovamente la corda, ma l’angelo mi fermò. «Filippo, torna indietro!», disse decisamente.

«Sto bene, angelo, è stato solo un malore passeggero», risposi con la mano al petto, continuando ad avvicinarmi alla casa.

«Fermati Filippo!», mi ordinò secco Nathaniel, «devi tornare sulla Terra, il tuo cuore
ha ripreso a battere».

«Come ha ripreso a battere? Vuol dire che non sono morto? Lasciami entrare un attimo ti prego. Saluto mio padre e i nonni e poi torno», dissi con tono supplichevole.

«Non puoi, mi dispiace. Non sei ancora morto, e non puoi stare qui, dovrai tornare sulla Terra!», esclamò.

«Come torno? Dovrò forse ripassare nelle grotte purganti, rifare tutte le scale e rientrare in un nuovo tunnel che mi riporterà sulla Terra?», dissi disperato. L’angelo rispose: «No, non si può fare il percorso a ritroso nelle grotte purganti. Torneremo insieme sulla Terra, volando attraverso le stelle», disse alzando la sua mano al cielo e abbozzando un sorriso.
«Volando tra le stelle?», osservai perplesso.

«Dammi la mano Filippo!», disse Nathaniel.
Riguardai per un attimo la casa dal tetto di foglie, mi girai e strinsi la mano all’angelo.
Nathaniel concentrò tutta la sua energia in quel teletrasporto cosmico e all’improvviso scattammo in volo verso il cielo. In pochi secondi ci trovammo tra le stelle e altri corpi luminosi. Sfrecciavamo nello spazio con una velocità indescrivibile lasciando dietro di noi una lunga scia luminosa come se fossimo una cometa dalla lunga coda. Lo spazio era pieno di meraviglie: c’erano straordinari ammassi di stelle blu cobalto, stelle rosse e pianeti che somigliavano a biglie colorate. In lontananza si potevano osservare le nebulose che s’intrecciavano in fantasiosi ghirigori di fumi colorati, e tante altre meraviglie. Ci spostavamo nello spazio a gran velocità, tagliando in poco tempo immense distanze. A un tratto, riconobbi il nostro speciale pianeta con gli anelli e capii che eravamo arrivati nel nostro sistema solare. Saturno era ancora tanto lontano dalla terra, ma la sua visione mi faceva sentire già a casa. In pochissimo tempo, volando a quella velocità, raggiungemmo il nostro amato pianeta. Era molto bella la Terra vista dallo spazio. Così azzurra, così calda, accarezzata dalla luce del sole in quello spazio gelido. «Fermati ti prego!», dissi con un sospiro. L’angelo mi ascoltò, si fermò e si spense la coda di luce che ci eravamo portati dietro fino a quel momento. «Perché hai voluto che ci fermassimo?», domandò sorpreso Nathaniel.

«Sono incantato dalla bellezza della Terra. Lasciamela guardare un poco per favore!», chiesi supplichevole. Poi dopo aver goduto per un poco di quella straordinaria bellezza, domandai: «Angelo, c’eri anche tu quando Dio creò la Terra?».

Sorrise e disse: «In sette giorni Dio creò tutto il vostro sistema solare. C’erano miriadi di angeli a servirlo in quell’immenso cantiere planetario ed io ero con loro. In principio, in questo punto dello spazio, c’era una fantastica nebulosa, nata dalla morte di una stella precedente. Dio era al centro di quella nebulosa e tutt’intorno ad essa, gli angeli. Dio aprì le sue braccia ed iniziarono a girare delle enormi spirali di polveri di stelle, e metalli che aggregandosi diedero vita ai pianeti di questo sistema, dei quali solo la Terra fu creata per ospitare la vita.

LA CREAZIONE DI ELISABETTA TAMBURRINO
LA CREAZIONE DI ELISABETTA TAMBURRINO

Gli altri pianeti sono i combattenti della Terra, e furono fatti per proteggerla dal caos di fuori. All’inizio la Terra era un informe ammasso di rocce incandescenti, ma mentre ruotava, le mani di Dio la plasmarono e le diedero la giusta forma e la giusta grandezza, come fa il vasaio quando plasma la morbida argilla. Poi quando divenne sferica e le rocce si solidificarono, Dio fece cadere sulla Terra una pioggia di asteroidi che schiantandosi sulla sua superficie, rilasciarono su di essa tanta acqua, creando gli oceani che la rendono così viva e azzurra. Ma sul mondo regnavano ancora le tenebre, allora Dio diede vita al cuore della nebulosa e gridò a gran voce: “Sia la luce!”, e la luce fu. Si accese la vostra stella che risplende nelle tenebre dando la luce e il caldo necessario al riprodursi della vita. Iniziarono così ad alternarsi il giorno e la notte e fu per la prima volta sera e mattina. Ma la notte era troppo scura, allora Dio decise di fare una lampada notturna più piccola del sole, così mandò i suoi angeli ai confini dell’universo, nei lontani lidi siderali e disse loro di raccogliere le preziose e rare rocce di argilla argentea. Gli angeli portarono quella preziosa materia e la sparsero nella spirale creata dal dito di Dio, proprio al fianco della Terra, così nacque la Luna. Dio volle farla con quella rara materia, affinché potesse riflettere come uno specchio la luce del sole e brillare nel cielo notturno col suo mite chiarore. A quel punto la Terra aveva tutto ciò che serviva per poterla inseminare di vita.

Il Signore comandò agli angeli di far cadere le comete sulla Terra. Si aprirono i cieli sopra il sistema solare e come tanti semi dalla lunga coda, le comete raggiunsero l’ovulo terrestre, inseminandolo con acqua viva.

Da quel momento i mari cominciarono a brulicare di pesci, la terra a germogliare erbe e graminacee, gli uccelli iniziarono a volare nel cielo e gli animali giganti, insieme a quelli più piccoli cominciarono a strepitare sulla superficie della terra. In ogni cometa c'era acqua ricolma di codici di vita programmata dalla sapienza di Dio. Ogni creatura si formava di terra e acqua, a seconda di come era stato scritto il linguaggio di programmazione del suo DNA. Solo alla fine, quando ormai tutto era pronto, Dio creò l’uomo. Lo fece a nostra immagine e somiglianza e gli diede il dominio sopra ogni essere vivente della Terra. Ogni cosa fu creata affinché facesse funzionare tutte le altre cose, e tutto il sistema solare fu fatto per servire la Terra e la vita sulla Terra. Furono fatti tutti gli altri pianeti del sistema solare, ognuno al suo posto e ognuno della giusta grandezza, ma non furono concepiti per ospitare altra vita, ma per proteggere la Terra dal caos di fuori. I pianeti del sistema solare sono i combattenti della Terra e girano continuamente per proteggerla con le loro forze gravitazionali», disse Nathaniel, raccontando quella storia in maniera così dettagliata da farmela figurare davanti agli occhi.

Avevo i brividi, mi sembrava di vederlo Dio e i suoi angeli mentre creavano ogni cosa, sulla Terra, e intorno ad essa. «Tutte queste cose furono fatte in soli sette giorni?», domandai meravigliato. Sorrise di nuovo e disse: «Per Dio, un giorno è come mille anni, e mille anni sono come un singolo giorno!».

Non ero sicuro di aver capito e allora decisi di fargli un’altra domanda e dissi: «È vero che Dio un giorno distruggerà tutto il suo operato?». Il suo viso si fece molto serio e disse: «Un giorno, Dio manderà il gigante astro della nemesi nel cielo sopra il vostro sistema solare, e quando vi farà ingresso, le comete tenute in equilibrio sopra di esso saranno scagliate nei cieli interni del sistema stesso e i pianeti giganti non potranno fermarle. Quelle stelle cadranno dal cielo sulla Terra e porteranno fuoco e distruzione. Le potenze del sistema saranno sconvolte e gli equilibri squassati e vi sarà pianto e stridore di denti. Molti moriranno e quelli che non morranno subito vedranno farsi buio su tutta la Terra, per effetto delle polveri che sollevandosi oscureranno la luce del sole. Per tutto il tempo che il mondo resterà al buio, gli uomini si batteranno il petto invocando il perdono del Signore, ma all’improvviso vedranno una luce venire da ovest, il figlio di Dio tornerà con legioni di angeli per giudicare i vivi e i morti. I giusti saranno presi e portati via, mentre i malvagi saranno lasciati nell’inferno di un pianeta abbandonato alla perdizione».

Rimasi senza parole e con l’animo turbato da quella profezia sulla fine del mondo.

«Dunque sarà una pioggia di stelle a distruggere la Terra... Ma quando avverrà tutto questo?», domandai con un sospiro.

«Non lo so! Nessuno lo sa! Nemmeno il principe Yeshua lo sa. Quel giorno riposa silenzioso e segreto nella mente del Padre El Shaddai!», esclamò Nathaniel.

Mi riprese per mano e mi accompagnò giù sulla Terra. Avevo visto il paradiso che era meraviglioso, ma ora che mi ritrovavo sulla Terra, mi sentivo finalmente a casa. Nathaniel mi portò in un grande campo che non avevo mai visto prima, e ci fermammo sotto un albero di fichi, non molto alto, ma ampio e molto frondoso. «Siediti qui!», mi disse con la sua solita calma. Lo ascoltai, mi sedetti in prossimità del tronco e aspettai sue istruzioni. A un tratto lo vidi allungare il braccio, puntando il dito indice verso terra, dal quale si sprigionò un getto di energia, col quale disegnò un cerchio attorno all’albero. «Aspetta qui, e non uscire da dentro a questo cerchio, mi raccomando, io tornerò molto presto!», disse l’angelo, e subito dopo sparì. Era sparito senza darmi alcuna spiegazione ed io fui preso da un momento d’inquietudine.

Sarei potuto tornare a casa da solo, ma poi mi ricordai di essere solo uno spirito e restai sotto quell’albero ad aspettare il ritorno dell’angelo. Cominciai a sentire l’inconfondibile odore delle grosse foglie di fico che scendevano fin sopra la mia testa. Allungai una mano per strappare una foglia, ma non vi riuscii. Le mie mani passavano attraverso le foglie, ma non riuscivo a sentirne la consistenza fisica. Fui incuriosito dalla relazione tra materia spirituale e materia atomica, e allora provai con un dito a fare dei segni a terra, ma anche quello fu un fallimento. Il terreno non veniva smosso dal mio dito. Mi alzai in piedi, feci un paio di passi per vedere se lasciavo le impronte dei miei piedi sul terreno, ma i sandali che mi aveva dato Nathaniel non lasciavano alcuna impronta sul suolo. Non riuscivo a capire: considerando che uno spirito passa attraverso la materia senza toccarla, allora i miei piedi sarebbero dovuti sprofondare nel terreno sottostante, invece riuscivo perfettamente a stare in superficie. Mi stancai di lambiccarmi il cervello in tutte quelle domande senza risposte, e dopo che mi ero avveduto di essere uscito dal cerchio, tornai indietro, mi sedetti con la schiena appoggiata al tronco, raccolsi bene le mie gambe per tenerle dentro, e attesi paziente il ritorno di Nathaniel. «Ma dov’è finito?», mi chiedevo. Iniziavo ad agitarmi per quell’attesa senza tempo, quando all’improvviso vidi arrivare da lontano uno spirito.

IL CERCHIO MAGICO SOTTO AL FICO DI ELISABETTA TAMBURRINO
IL CERCHIO MAGICO SOTTO AL FICO DI ELISABETTA TAMBURRINO

Questi si dirigeva verso di me, mi alzai in piedi, ma mi ricordai del consiglio di Nathaniel di non uscire dal cerchio. Lo spirito si avvicinò e disse: «Che ci fai qui? Sei uno spirito anche tu?». Poi mi fissò per qualche secondo, mi guardò come facendo uno sforzo di memoria e mi disse: «Ma io ti conosco! Ti ho visto in quella macchina rossa. Sì, sei proprio tu che ti sei schiantato contro la mia macchina».

«La tua macchina? Vuoi dire che tu sei quel matto che guidava contromano?… ed hai il coraggio di dire che io sono venuto addosso a te!», risposi arrabbiato.

«Maledetto idiota, mi sei uscito davanti all’improvviso e ora per colpa tua sto vagando senza pace da due giorni!», disse quello spettro urlando e avvicinandosi a me con lo sguardo minaccioso. Si avvicinò, ma arrivato al cerchio non riusciva ad entrare. Allungò le mani per afferrarmi, ma le sue mani non riuscivano a entrare nel cerchio. Si arrabbiava, bestemmiava e tirava calci e pugni che urtavano contro una barriera invisibile, come una barriera di vetro duro. Avevo finalmente capito perché Nathaniel mi aveva chiesto di non muovermi dal cerchio. Aveva disegnato a terra un cerchio magico che mi avrebbe protetto in sua assenza. All’improvviso sentimmo un rumore, ci girammo entrambi e vedemmo arrivare strisciando un brutto serpente.

Sembrava una specie di serpente a sonagli, ma era molto più grande, e inquietante. Fummo entrambi spaventati. Il ragazzo provò ad avvicinarsi all’albero, ma il cerchio lo bloccava e non riusciva ad entrare. «Fammi entrare ti prego!» gridò impaurito. «Non posso fare nulla, mi dispiace!», risposi. Cercò di scappare, ma il serpente strisciò veloce verso di lui, lo afferrò alla gamba e strinse le sue mascelle, affondando i denti alle sue caviglie. Il povero ragazzo, emise un grido simile a un lungo ululato «Uuuuuuh!», gridò come in preda a una grave pena. Il serpente alzò la nuca e continuò a premere contro la sua gamba rilasciando dentro tutto il suo veleno. Appena vide la sua vittima stramazzata a terra, strisciò al lato della testa, aprì la sua grande bocca e cominciò ad ingoiarla. Con un movimento ondulatorio delle mandibole, continuava a mandare giù quel ragazzo, e lentamente lo ingoiò completamente. Quando l’ebbe completamente fagocitato, si distese e si trasformò in un uomo, alto con i capelli biondi che sembravano quasi bianchi, Il viso pallido, e su quel viso due occhi incavati e cerchiati di viola che esprimevano molta malvagità. Si avvicinò verso di me, ebbi paura, ma all’improvviso notai che si fermò, mi guardò fisso con quegli occhi tenebrosi e con una smorfia di rabbia sul volto sparì. Mi girai e vidi alle mie spalle l’angelo Nathaniel. Lo abbracciai e dissi: «Meno male che sei tornato, angelo! Hai visto quel demone? È terribile… ha completamente divorato quel ragazzo!», dissi sconvolto e con la voce interrotta dai singulti di un pianto di paura. «Appartiene a una genìa di demoni animivori che girano per il mondo in cerca di anime da divorare», rispose Nathaniel. «Animivori? Ma allora l’anima non è immortale?», domandai vivamente. «Lo spirito degli uomini è nato dal soffio di Dio e quindi è immortale!», rispose Nathaniel, ma l'anima, la parte più intima di uno spirito, quella che fa provare emozioni, no. L'anima può perire. «Quello spirito è stato ingoiato da quel demone che userà quel ragazzo dentro di sé come se fosse cibo. Quando avrà assorbito le energie vitali della sua anima, lo vomiterà, e ciò che ne uscirà sarà uno spirito oscuro senza nemmeno più un solo barbaglio di luce, e non proverà più nessuna emozione buona dentro di sé, ma solo rabbia, odio, vuoto e noia.»

«Perché non hai fatto qualcosa per aiutarlo? Perché hai permesso che quel demone lo divorasse?».

«Perché non possiamo salvare chi è andato troppo oltre nel male», rispose Nathaniel, «dove l’avremmo portato? Dimmi! Il regno che hai visto, sarebbe presto ridotto a un nuovo inferno, com’è accaduto alla Terra, se portassimo là persone come lui. Quel ragazzo in vita è stato un bestemmiatore, un fornicatore e un violento assassino senza scrupoli. Aveva scelto il male in tutte le sue forme e il suo cuore si era indurito come la pietra. Un cuore così contiene dentro un'anima intorbidita e finisce all'inferno, proprio come un frutto marcio finisce nella spazzatura».

«Che ne sarà degli spiriti che finiscono all’inferno?», dissi con l'anima piena di tristezza. «L’inferno è un luogo di disperazione, di pianto e di sofferenza. È un carcere buio, dove il fuoco che non si spegne mai, tormenta gli spiriti maligni.

«È terribile!... Ma dove si trova? È un mondo oscuro tra le stelle?» domandai spaventato. Nathaniel, sorrise e disse: «No, non è tanto lontano. L’inferno è proprio qui, sotto i nostri piedi!».

«Vuoi dire che l’inferno è veramente sotto terra?».

«L’inferno è nel ventre della Terra, nel fuoco che non si estingue mai», rispose Nathaniel. Lo guardai per un attimo, non riuscivo a crederci, ma Nathaniel non poteva aver mentito, e quello che diceva era sicuramente la verità.

«Gli spiriti non possono toccare la materia terrestre, dunque com’è possibile che il fuoco terrestre possa interagire con gli spiriti e farli soffrire?», domandai all’angelo. Ed egli a me: «il fuoco nasce dalla materia, ma non è materia. Hai mai provato a passare una mano nel fuoco? Se non fosse per la sua alta temperatura, non riusciresti a sentirlo. Hai potuto vedere nelle grotte dei fuochi fatui come soffrono gli spiriti, e tu stesso hai assaggiato il potere del fuoco sul tuo spirito.»

«Oh, ma non è possibile! Non posso crederci, Dio non può mandare gli uomini laggiù! Come può essere tanto spietato? Ci hanno detto che ci ama, ma allora come può sentire le urla e le sofferenze degli spiriti nel fuoco e non muoversi a pietà?», esclamai alzandomi in piedi.

«Taci Filippo! Non dire altro!», rispose risoluto Nathaniel. «Perdonami, angelo. Non volevo. È che non capisco perché Dio abbia creato l’inferno? Ha creato l’uomo debole e incline al male per poi destinarlo a soffrire all’inferno? Non ha senso! Avrebbe potuto far passare tutti gli spiriti nelle grotte purganti, e curare lì i loro peccati, non ti pare?», dissi moderando un po' il mio tono.

Il problema è lo stesso delle malattie del corpo: prese in tempo sono curabili, mentre se vanno troppo avanti uccidono. Hai mai visto un frutto quando marcisce? Se tagli la parte marcia in tempo, il resto del frutto è salvo, ma se lo lasci marcire completamente non potrai fare più nulla per riportarlo al suo stato di sanità originale. E poi Dio non creò l’inferno per l’uomo, ma per il diavolo e i suoi angeli ribelli», disse Nathaniel.

«Ma allora perché ci vanno anche gli uomini?», replicai.

«Fu il principe degli inferi a far precipitare gli uomini nel suo stesso abisso. Per rabbia e per invidia lo fece, ma siediti che ti racconto come e perché fu creato quel terribile penitenziario», disse Nathaniel, invitandomi a sedermi vicino a lui.

Ci fu un attimo di silenzio, ma poi cominciò a spiegarmi ogni cosa.

«Il diavolo inizialmente si chiamava Lucifero ed era un angelo di luce, un modello di perfezione e di sapienza. Era uno dei cherubini più belli, ed era perfetto nella sua condotta; finché fu trovata in lui iniquità. Il suo cuore si era inorgoglito a causa della sua bellezza, e la sua saggezza di un tempo si era corrotta. Dio aveva ascoltato nel fondo del suo cuore crescere il suo orgoglio e la sua illusione di voler essere lui stesso Dio ed essere adorato dagli angeli che Dio gli aveva dato al comando. Quando Dio creò l'uomo e lo fece entrare in Eden, disse agli angeli presenti nel giardino di salutare la creatura chiamata Adamo, fatta a sua immagine e abbracciarlo come loro fratello. Tutti gli angeli lo fecero, tranne Lucifero. Dio volle sapere cosa gli impedisse di rendere un saluto fraterno alla sua nuova creatura fatta a sua immagine, ed egli rispose: «Io sono superiore a lui. Sono un cherubino creato dal fuoco, mentre lui è fatto di fango!»

Dio si adirò con lui e gli disse: «Lucifero, qui non c'è posto per i superbi. Non potrai più accedere al regno celeste e anche il giardino dell'Eden ti sarà precluso!» Dio, nella sua immensa sapienza, aveva letto tutto l'orgoglio e la superbia crescere nel cuore di Lucifero.

Deluso e profondamente amareggiato per la scelta di Dio di esiliarlo sulla Terra e fuori dal giardino, Lucifero rabbuiò il suo volto, come a voler reprimere una rabbia incontenibile, strinse i pugni ed emise un forte grido, eruttando dalla sua bocca una fiammata d’odio contro l’onnipotente che lo aveva esiliato. Avvolto da un’aura di luce dorata, Dio alzò la sua mano destra e improvvisamente la fiammata emessa dalla bocca di Lucifero tornò indietro, come un serpente che si rivolta a mordere colui che lo teneva per la coda. Ferito e atterrato dal suo stesso sbuffo di fuoco, Lucifero si rialzò più infuriato di prima, emettendo strilli bestiali di vendetta, e lanciando contro Dio un secondo attacco, ma questa volta i sette angeli che sono sempre vicini a Dio, non glielo permisero e si strinsero a difesa del loro Signore. A quel punto, uno dei sette angeli e per la precisione Mikhael il cui nome significa “chi è come Dio”, si oppose a lui combattendo con grande forza. I due grandi angeli iniziarono a lottare in maniera spaventosa e tutto il cosmo fu scosso da quella terribile lotta tra potenze. Lucifero ordinò ai suoi angeli di intervenire in suo favore e molti di essi lo fecero, ma furono tutti sconfitti e fermati dagli angeli di Dio comandati di Mikhael. Lucifero non si arrese e volò fin sopra la Luna dove scese con un balzo e cominciò a battere i piedi in maniera spaventosa sul suolo lunare, scatenando terremoti e il conseguente innalzamento delle maree sulla Terra. Lucifero aveva intenzione di creare caos e distruzione col suo passo del diavolo sulla luna, ma Mikhael lo attaccò con con veemenza, e dopo averlo colpito con lampi di energia cosmica che sprigionò dalle sue stesse mani, lo afferrò alle spalle bloccandolo con le braccia e volò con lui fin sopra la stratosfera terrestre; da lassù lo scaraventò con forza sulla Terra, facendolo precipitare giù dal cielo come una folgore, sotto gli occhi di tutti. Mikhael lo raggiunse fin sopra la Terra, piombando su di lui con un salto a volo d’uccello, e dopo averlo colpito e bloccato sotto i suoi piedi, sfoderò la sua spada sacra di rame e gliela puntò alla testa, intimandogli definitivamente la resa. La spada di rame di Mikhael ha il potere di uccidere anche uno spirito immortale ed è per questo che alla fine Lucifero si arrese e non osò fare altro. Da quel giorno lo splendido cherubino, da tutti conosciuto come il figlio dell’aurora, diventò un demone e fu incatenato con i suoi angeli ribelli all'inferno. Ma Lucifero chiese una dilazione, ed El Shaddai volle essere clemente, e lo lasciò vivere ramingo sulla Terra, insieme ai suoi angeli ribelli. Gli diede la signoria sul mondo, ma non sull’uomo che aveva posto al sicuro nel giardino dell’Eden insieme alla sua compagna. Lucifero che aveva lo spirito traboccante di rancore verso l’uomo e la sua donna, ai quali attribuiva tutta la colpa della sua caduta, non riusciva ad accettare che Dio li amasse così tanto da volerli rendere immortali come gli dèi e dotarli della loro stessa intelligenza. Ma la cosa che mal sopportava di più era che una creatura fatta di fango dovesse vivere nel giardino a lui precluso. Allora si presentò al cospetto di Dio e disse: «Prima di lasciarli accedere agli alberi della conoscenza e dell’immortalità, ti chiedo di lasciarli nelle mie mani e vedrai che ciò che tu vuoi donare loro gratis, lo ruberanno, e disubbidiranno al tuo comando. Li tenterò ad essere come te e vedrai che lo desidereranno. Se così sarà, dovrai condannarli a vivere sulla Terra da mortali e fuori dal tuo giardino. Io sarò il principe di questo mondo.»

Dio acconsentì, e lo lasciò entrare nel giardino per mettere alla prova l’uomo e la sua donna. Entrò nel corpo di un serpente e strisciò fin dentro l'Eden, attorcigliandosi al ramo di un albero e col suo sibilo ingannevole convinse la donna a mangiare del frutto della conoscenza, «Sarete come Dio», disse. La donna, dopo averne mangiato, convinse anche l’uomo a mangiarne, ed insieme peccarono di disubbidienza verso Dio rubando ciò che il Signore voleva donare loro con amore. Lucifero li fece peccare di superbia verso Dio e li condannò a morire. Fu omicida dall'inizio e lo è ancora oggi. Dio per giustizia, la stessa giustizia che aveva usato con Lucifero, dovette cacciarli dal giardino dell’Eden, affinché non accedessero anche all’albero della vita eterna che era ed è custodito dagli angeli dalle spade di fuoco. La morte colpì l'uomo per invidia del diavolo, ma Dio amava l’uomo, e dopo molti anni decise di dargli un’altra possibilità e di redimerlo dal peccato originale per dargli la possibilità di vivere in eterno come gli angeli. Aveva fatto l’uomo per destinarlo alla vita eterna, così mandò suo figlio Yeshua in missione sulla Terra, lo fece incarnare nel grembo di una donna e lo fece diventare uno di voi: un figlio d'uomo a tutti gli effetti.

Yeshua vinse, dove Adamo fallì. La vittoria di Yeshua avrebbe tolto il principato a Lucifero e riscattato l’uomo dal suo errore originale. Se per l’errore del primo uomo venne la morte, l’infallibilità di un altro uomo avrebbe restituito la vita che persero nel giardino. Le forze del male scaricarono tutta la loro rabbia contro il figlio di Dio. Lo fecero tradire, picchiare e uccidere su di una croce da uomini privi di luce. Ma Yeshua, dopo tre giorni dalla sua morte, resuscitò, ed avendo vinto la morte, diede all’uomo, anche la possibilità di risuscitare dai morti e vivere con lui in paradiso. Non hai nemmeno idea di quello che ha dovuto subire il figlio di Dio. C’erano tante legioni di angeli, pronti a intervenire se solo lui avesse detto "basta non voglio proseguire" o se solo avesse fatto un solo cenno di non voler continuare. Invece, pur di portare a termine quella missione, andò avanti e mentre gli inchiodavano le mani e i piedi, il nostro Dio guardava tutto dall’alto. Il viso del nostro Signore era turbato come non mai, ad ogni suo respiro, i tuoni urlavano sulla Terra e squarciavano le montagne, ma lasciò suo figlio nelle mani del potere oscuro, perché quello era l’unico modo per salvare gli uomini dalla loro condanna. E tu dici che Dio non ama gli uomini?», disse con calma ponderata.

Quel racconto così dettagliato, mi aveva turbato, ma le idee non mi erano ancora chiare, allora domandai: «Ma se il figlio di Dio ha vinto la lotta contro Satana, perché fu fatto l’inferno? E perché ci vanno anche gli uomini?». «Quando Yeshua fu risorto dai morti, Dio lo pose alla sua destra e gli diede in potere il vostro mondo. Lucifero e i suoi angeli si scatenarono in una nuova lotta contro Dio, ma Fu preparato per loro uno stagno di fuoco e zolfo al centro della Terra, e un giorno sarà riempito di tutti loro, ma mentre sono liberi cercano di far finire all'inferno il maggior numero di uomini possibile.

«Ma cosa ci guadagnano?», domandai.

«Niente! Assolutamente niente! È il moto degli spiriti malvagi che sono arrabbiati, per puntiglio, invidia e odio. Odio contro Dio e contro l’uomo. La soddisfazione perversa di rendere vano il sacrificio di Yeshua. Queste sono le cose che muovono i figli dell’oscurità», rispose Nathaniel.

Ci fu un attimo di silenzio, ma poi, preso da una strana ansia chiesi con voce impaziente: «Quando mi risveglierò nel mio corpo?». «Manca poco, poco davvero!», rispose Nathaniel, «se vuoi, hai tutto il tempo…», e si fermò senza continuare la frase. «Il tempo di cosa?», domandai perplesso. «Filippo, per tutto il tempo che sei stato con me hai visto molte cose, te ne manca una. Vuoi vedere da vicino l’inferno?», disse Nathaniel con calma sinistra. «Cosa? Non avrai intenzione di farmi intraprendere un viaggio laggiù spero?», Risposi scuotendo il capo. «Non preoccuparti, non dovrai fare nessun viaggio! Connetterò la tua mente con quel luogo, e vedrai tutto dall’alto», disse Nathaniel. Ci pensai un attimo e dopo aver valutato quella proposta, accettai curioso e fiducioso, seppure un po’ tentennante.

Nathaniel, si alzò in piedi, poggiò la sua mano sulla mia testa e scese col suo pollice al centro della mia fronte, lo girò quattro volte in senso orario e quattro in senso antiorario, poi pronunciò delle parole che non riuscii a comprendere, e come in un sogno fui scaraventato laggiù negli inferi. C’erano grotte e lava infuocata e spiriti trasparenti che correvano, gridavano, si urtavano, piangevano e si facevano del male. Bestemmiavano Dio urlando, per provare ad alleggerire il peso di quella rabbia che si portavano dentro, ma ad ogni bestemmia era sempre peggio. Le sofferenze li facevano arrabbiare, la rabbia li faceva bestemmiare e le bestemmie li facevano ulteriormente dannare; e il fuoco si attaccava ai peccati senza smettere mai di bruciare. Insieme agli spiriti umani dannati, c’erano demoni spaventosi che con le loro mani unghiate li graffiavano e non davano loro un attimo di tregua. E questi già avvinti dalle bruciature del fuoco senza fine, urlavano di dolore, quando le unghie demoniache entravano dentro i loro corpi spirituali trasparenti, lasciando ferite profonde ancora più suscettibili alle bruciature del fuoco. Sentii una voce che diceva lamentosamente: «Sto male qui, Dio ti prego aiutami, tirami fuori, non ce la faccio più. Ti prego… ti prego!», e subito dopo incalzava con maledizioni e bestemmie. Ne sentii un altro piangere e disperarsi: «Non finisce mai qui… perché non finisce mai… come farò? Non passa mai… è tutta colpa di Dio, di quel Dio…», e qui cominciò a spurgare le peggiori bestemmie dal profondo della sua anima dannata. Linguaggi orribili risuonavano in quel luogo buio ed io cominciai ad avere paura. Molti imprecavano contro Dio, altri invocavano la caduta del paradiso, altri ancora usavano appellativi di spregio verso Yeshua e sua madre, altri maledicevano i loro genitori, ed altri ancora se stessi, picchiandosi da soli e lanciandosi nella lava incandescente, ma non riuscivano a mettere fine a se stessi.

Ebbi molta paura e gridai dallo spavento: «Basta, voglio uscire!», e fui subito fuori. Ero di nuovo sotto l’albero di fichi, e con me c’era Nathaniel. Mi alzai scosso e mi girai verso l’albero. Sentivo quelle voci ancora nelle mie orecchie e mi venne da piangere mentre le mani e i denti ancora mi tremavano. Nathaniel si avvicinò a me, mi poggiò la sua mano sulla spalla e disse: «Filippo, tra poco riprenderai a vivere un nuovo tempo della tua vita terrena e la tua coscienza ricorderà tutte le cose che hai visto e sentito. Fa’ tesoro di quanto hai appreso in questo viaggio. Non temere l’inferno, Dio non lo ha preparato per gli uomini, ma per gli angeli ribelli e il loro signore. Non ci vanno gli uomini che commettono peccati per debolezza, ma gli uomini che volontariamente hanno voluto seguire le vie perverse del male. Per i peccatori di buona volontà, Dio ha ordinato agli angeli di seguirli passo passo, affinché manco un loro capello vada perduto, ma non possiamo far nulla per chi non vuole salvarsi. Opera il bene e non ti coglierà il male. Fai l’elemosina e ti salverai dalle tribolazioni. Pratica il digiuno e diventerai forte contro le tentazioni del principato del male. Ama il tuo Dio ed insegna ai tuoi figli a fare altrettanto, e un giorno vedrai Dio e ci rivedremo!».

Appena finì di dire quelle parole, lo guardai, ebbi di nuovo quel forte dolore al petto e caddi a terra col peso di un corpo morto. Persi la coscienza per qualche secondo e dopo un po’ iniziai a sentire la gola secca e dolori ovunque nel corpo. Aprii gli occhi e mi ritrovai nel letto di un ospedale. Dietro ai vetri che proteggevano quella stanza, riuscii a vedere mia moglie ed i miei due figli. C’erano anche mia madre e mia zia. Fui molto felice di rivederli tutti e di essere tornato in vita. La convalescenza durò una settimana dopodiché fui dimesso dall’ospedale per tornare finalmente a casa. Ero in macchina con mia moglie, ma questa volta guidava lei. Mentre lei guidava, avevo la testa girata verso il finestrino aperto della macchina e guardando le campagne circostanti pensavo a tutto quello che la mia mente ricordava del mio viaggio con l’angelo. Dopo aver percorso un po’ di strada, vidi da lontano un campo che mi sembrava di riconoscere, «Fermati!», chiesi a mia moglie. «Accosta ti prego!», continuai. Si accostò con la macchina, scesi e mi diressi in quel campo. «Quello laggiù è l’albero di fichi!», gridai girandomi verso mia moglie che mi guardava perplessa alzando le spalle. Non le avevo ancora parlato dell’angelo e del mio viaggio con lui. Mi avvicinai all’albero… non era possibile, c’era ancora il cerchio disegnato a terra dall’angelo. Entrai dentro, m’inginocchiai e cominciai a piangere: «Angelo, non mi hai nemmeno salutato. Grazie di tutto amico e addio!», dissi col cuore commosso. Mi alzai, guardai verso il cielo e vidi una cometa sfrecciare con la sua lunga coda di luce.



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