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Una storia di Leonardoalfatti

Dalla piazza al deserto

Rivoluzioni e donne del Venezuela

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5 minuti

Pubblicato il 16 febbraio 2021 in Avventura

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La sete del deserto può spezzare a metà gli uomini come i falegnami spezzano la legna nella foresta. È tutta colpa dei sogni, delle idee, di internet e delle leggende su Simon Bolivar. Caracas in festa, come se fosse davvero una piccola Venezia, è durata poco quanto un bel gioco. Alzavo al cielo un cartellone con su scritto “no queremos maduros, nosotros somos duros” in stile arcobaleno. Affianco a me c’era Luca, il mio blanquito preferito, anche lui di origine italiana come me. Aveva una paura maledetta che gliela leggevi negli occhi. Lui non era mai stato ad una manifestazione prima di quella volta e si sentiva come se avesse costantemente un pallino rosso sulla fronte. C’era un casino infernale in piazza Bolivar, il popolo chiedeva libertà e urlava canzoni e cori che neanche allo stadio ti scoppiavano così tanto le orecchie. "No somos de izquierda ni de derecha, somos venezuela y queremos libertad". Mi voltai verso Luca e gli dissi “Hai deciso quindi? Rimani qua o vai in Italia?” Lui non mi rispose, così glielo richiesi avvicinandomi a lui, ma non mi rispose lo stesso. Neanche mi guardava, aveva la testa rivolta a sinistra. Mi sporsi un poco per capire cosa stesse osservando. Era la fine dei giochi, nonna mi diceva sempre “cuando el gato no está los ratones bailan”. Noi eravamo i topi ovviamente, e il gatto non era neanche uno solo.
Tre furgoni della polizia parcheggiarono a ridosso della Piazza e partorironno decine di agenti in tenuta antisommossa. Alcuni manifestanti riuscirono a scappare, tra questi ci fu anche Luca credo. Io non ci riuscii, per la troppa foga scivolai su un vecchio giornale da quattro soldi e sbattei la testa per terra proprio davanti il monumento di Bolivar a cavallo. Adesso ho tanta sete. Mi sono svegliato in questo deserto di oro giallo, ho il sangue tra i capelli e nelle tasche avevo questo foglio di carta su cui scrivo e la mia penna. Sono un giornalista di “El Mundo”, il giornale su cui sono scivolato prima in piazza Bolivar, per questo ho sempre con me della carta e una penna. Non so precisamente da quanto tempo mi abbiano portato qui. A giudicare dalla scotture che ho su tutto il corpo blanquito, direi che sono nella merda da almeno 4-5 ore. Ho tanta sete. Il giorno è agli sgoccioli e tra poco calerà la notte ed il deserto diventerà più freddo della Siberia. Non so cosa ne sarà di me. Sto per impazzire dal caldo e dalla disperazione, o forse sono già impazzito. Prima ho avuto un miraggio dolcissimo come i milhojas di nonna o forse è successo veramente. Mi sono spogliato ed ho girato in lungo e in largo alla ricerca di aiuto, un po’ di acqua, una faccia amica, un segno di civiltà, magari una bella colata di asfalto, ma niente. Sudavo come in un forno e mi veniva da vomitare. Ho perso anche gli occhiali in piazza Bolivar e sono praticamente cieco oltre i 2 metri di distanza. Ma vidi una specie di luce accecante sopra ad una duna lontana. Decisi di raggiungerla. Usai tutte le poche energie che mi erano rimaste per scalare la gigante duna ma ne valse la pena. Sulla cima c’era una negrita bellissima come un goal di Cristiano Ronaldo in Champions League, sdraiata su di un lettino. Aveva una mano scheletrica con cui reggeva una Piña Colada, ed una mano normale con cui reggeva un foglio di alluminio per riflettere meglio la luce ed abbronzarsi. Era quella la sorgente luminosa che vidi da sotto la duna. “Stai scherzando? Nel deserto si muore di caldo e tu riesci a stare al Sole così?”... “Dove hai preso quella Piña Colada, dammene un po’, sono un povero Cristo senza speranze, abbi pietà di me”. La misteriosa donna non si era accorta della mia presenza finché non mi sentì parlare. Mi guardò e scoppiò a ridere. “Che cosa c’è da ridere, sto morendo! Tu sei qui in gita, a me hanno lasciato a morire qui”... “e dove sta la tua macchina? Non la vedo, portami nella città più vicina a questo maledetto posto”. La donna rimase in silenzio per qualche istante poi finalemnte mi rivolse parola “Hai detto che hai sete, giusto?” “Certo cazzo che ho sete” risposi io. Lei sorrise, gettò il foglio di alluminio nella sabbia e si versò la piña colada sul petto, che colò fino a bagnare le sue mutande e che riempì il suo ombelico. Mi sorrise di nuovo e mi disse “Se hai sete, puoi bere. Sei stato molto forte, hai bisogno di rilassarti”. Mi si riempì il cuore di gioia. Ero salvo, era al sicuro. La morte mi stava finalmente lasciando in pace, potevo tornare alla vita. Ad una bella vita, alla mia vita. L’incubo era finito. Mi buttai contro la donna del deserto e tirai fuori la mia lingua senza salive per leccarla. COFF COFF COFF CHE SCHIFO, “ma è sabbia?” oh buon Dio, ho leccato della sabbia. “Chi sei tu?” La negrita scoppiò a ridere come quando mi vide all’inizio e mi mostrò la mano scheletrica “Il tuo destino è nell’aldilà, non fuggire dalla sete” e sparì via in un colpo di vento nell’orizzonte dorato del deserto.

Questa è stata la mia giornata. Per certi versi, mi sono divertito. Ho finito lo spazio su questo pezzo di carta ed anche la penna non è proprio in forma, come me. Lascio questo piccolo diario tra la sabbia, nella speranza che qualche turista, sbandato o nemico di Maduro lo troverà. Io forse morirò ma non è ancora detta l’ultima. Grazie per aver prestato attenzione.


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