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Una storia di AlessandroCiviero

Ancora un altro film

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30 minuti

Pubblicato il 24 gennaio 2021 in Altro

Tags: #disperazione #drammatico #relazioni #solitudine #violenza

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Il telefono squillava già da qualche minuto, insistente, mentre una lama di luce accecante aveva trovato uno spiraglio tra il pesante tendaggio della camera d’albergo. Il telefono, attaccato alla presa della corrente col cavetto USB, continuava a suonare e suonare. In altri momenti si sarebbe svegliato subito tirandosi a sedere sul letto e avrebbe risposto a quel trillo con sorprendente rapidità e anche con consapevolezza, per un uomo appena destato. Da molti mesi ormai non era più così.

Il telefono squillava e lui continuava a dormire di un sonno indotto dai farmaci, dalle pillole.

Da mesi prendeva una quantità di pillole. Alla sera per dormire, al mattino per restare sveglio; quelle per poter lavorare lucidamente durante il giorno e Alka seltzer dopo mangiato, per la digestione. Non gli facevano bene, tutte quelle medicine.

Il cellulare squillava e il sole già alto allungava le sue calde particelle sul copriletto polveroso. Tutta la stanza aveva un sentore di chiuso e stantio: la moquette antirumore, la carta da parati ad effetto lucido, che voleva essere elegante ma dava un senso di antiquato, i pesanti tendaggi che ombreggiavano la finestra, dietro la quale il giorno prorompeva portando con sé nuove circostanze e vecchie ansie.

Quando il cellulare smise di squillare egli aprì gli occhi a fatica, lottando subito con l’inevitabile cerchio alla testa e l’ineluttabile desiderio di non abbandonare le coperte. Gli sembrava di aver udito un suono. Un singolo suono, ma non ne era certo. Magari il rumore di un bacio del quale aveva talmente bisogno che poteva sentirlo sulla pelle, come se non fosse mera immaginazione. Oppure era solo il telefono che aveva squillato, svegliandolo.

Il cerchio oppressivo che gli inanellava la fronte, le tempie, la nuca, gli ricordò con brutale concretezza chi fosse, ed era chiaro che avrebbe voluto essere qualcun altro. Si piegò su un fianco, puntellandosi con il gomito sinistro al materasso troppo morbido. Scacciò il copriletto fino alle gambe, solamente per capire che il raggio di sole che filtrava dalla finestra non era sufficiente a scaldare la camera d’albergo in cui viveva. Con gesti indolenti e maldestri cercò l’orologio sul ripiano del comodino, accorgendosi che l’ora era definitivamente tarda e che probabilmente quella sensazione di aver udito il telefono squillare nel sonno non era un sogno.

Nello stesso istante in cui egli faceva questa considerazione, bussarono alla porta della stanza numero 24 che lo ospitava da circa cinque mesi. Si levò dal letto a fatica, infilò la vestaglia che giaceva sulla sedia ai piedi del letto e ciabattò fino all’ingresso. Toccare la maniglia satinata e fredda gli diede un senso di repulsione, o forse era la nausea dovuta al gran mal di testa. Sulla soglia comparve la figura rigida e impalata del concierge, Franco.

«Mi perdoni, signor Vitale, ma ho ricevuto una telefonata alla reception…», esordì in tono dimesso, ma con uno sguardo indagatore e preoccupato per le condizioni di chi gli stava davanti, dentro una palandrana stazzonata, con i capelli arruffati, gli occhi ancora infossati da una patina di sonno poco ristoratore. Il concierge aveva in mano un cordless, ed era evidente che qualcuno attendeva notizie dall’altra parte dell’apparecchio.

«La ringrazio, Franco… e non si preoccupi: dica a Tony o a Susy che va tutto bene, mi sono solo preso a letto. E mi scusi.» Biascicò l’ospite dell’albergo, mentre cercava sopra il tavolino accanto l’ingresso della stanza il portafoglio. Con rapidi gesti, nonostante non fosse ancora del tutto padrone di se stesso o della situazione, estrasse una banconota e la prostese, tra l’indice e il medio, verso Franco. Il concierge fece un’espressione tra il serio e il divertito. Sorrise con un piglio fiero e ironico, ma in tono sincero abbassò lievemente la testa calva e declinò l’offerta, anzi, con fare gentile trasse a sé la porta, richiudendola e lasciando l’uomo in piedi sulla soglia, con la mano ancora tesa e la vestaglia che gli cadeva sulle spalle ricurve.

Un pesante sospiro uscì dalle narici dell’uomo, mentre si chiedeva se era meglio prendere subito un cachet per il mal di testa o gli convenisse sforzarsi di buttare giù un po’ di colazione.

Nello stanzino da bagno della sua camera d’albergo, che per il momento era l’unico luogo che egli potesse considerare come una sorta di casa, la sua immagine si riflesse nello specchio troppo illuminato dai faretti posti sopra il lavabo.

Il viso smunto e pallido era incavato da profonde rughe ai lati della bocca, la fronte attraversata da un’ombra di preoccupazione, per non parlare degli occhi, scuri e foschi, perduti tra le ciglia folte e nere. Eccolo Gianalfonso Vitale, o ciò che ne rimaneva dopo quei mesi che sembravano non trascorrere mai. Un volto estraneo, fuori da una finestra.

Si fece la barba, si strofinò il viso con l’acqua gelida, cercando così di scrostarsi di dosso la brutta cera, sapendo di non riuscirci. Si gettò poi sotto la doccia bollente e il contrasto tra l’acqua fredda e quella calda ebbe un effetto un po’ lenitivo.

Quand’era sotto la doccia il cellulare aveva squillato ancora, ma lui era riuscito a non farsi distrarre da quell’ennesimo richiamo. Aveva continuato a pensare. In tutti quei mesi di solitudine e ansia, egli aveva avuto molto tempo per pensare, per capire, per cominciare a costruire mentalmente una ragione per tutto ciò che gli era successo.

Cinque mesi, durante i quali avrebbe voluto fuggire da se stesso, dal suo lavoro, dalla sua situazione, dalla sua vita. In tanti avrebbero pensato che cinque mesi non fossero molti, per accettare ciò che gli era accaduto, infatti lui ne soffriva ogni giorno di più; ed i giorni si accumulavano uno sull’altro, sempre uguali, ma sempre diversi, sembrando un tempo lunghissimo.

Cercava di non tornare mai a quella notte, ma non ci riusciva. La sua mente correva sempre verso il ricordo di dov’era in quel momento, e a cosa stesse facendo.

Era la fine di giugno di un’estate non troppo calda, piacevole, durante la quale aveva deciso di lavorare intensamente, per poi godersi le vacanze con la sua famiglia, costruita da poco, e arricchita sempre di più dall’esperienza di veder crescere Marco, il suo bambino. Erano fortunati, lui e Sally, ad essere assieme da così tanto tempo ed aver deciso, dopo le belle e cattive esperienze che capitano ad ogni coppia, di restare uniti e di avere un figlio. Tutto molto bello, tutto troppo perfetto, in quel mondo fatto di illusioni e di contratti a chiamata.

Gianalfonso Vitale, che si era dato il nome d’arte di Vito Fonsi e faceva l’attore, per tutti era sempre stato “il Fonsi”, ma a lui non piaceva essere chiamato così, perché non aveva nulla da spartire con il personaggio di Fonzie e non assomigliava affatto al leggendario Henry Winkler. La carriera di Gianalfonso Vitale si era incuneata alla perfezione nella bolla di sapone splendente e rutilante che erano le fiction televisive. Non era mai stato il protagonista di una delle produzioni a cui aveva partecipato, ma il suo aspetto dinamico e divertente l’aiutava a rimediare ruoli di caratterista e comprimario che gli davano molte soddisfazioni e fruttavano continui ingaggi da parte di tanti registi.

Poi, una sera di fine giugno, di un’estate non troppo calda e quasi piacevole, tutto era cambiato. Il mondo del Fonsi era crollato, la terra gli era mancata sotto i piedi ed egli era precipitato con essa.

Non riusciva a scordare il contesto nel quale aveva appreso la notizia. Questo lo sconvolgeva e lo riportava continuamente a rivivere quell’istante. Si trovava in Sardegna, con la troupe, dove stavano girando alcune puntate di una certa fiction; non gli importava più quale fosse. Era sera e si trovava assieme ai colleghi, a fare l’aperitivo dopo una giornata di riprese e in attesa di andare a cenare, nel patio di un agriturismo di lusso, attorno alla piscina. C’era un sole rosso al tramonto e l’aria era calda ma piacevole. Tutti erano briosi, quella sera, chiacchierando delle solite cose futili e bevendo vino bianco frizzante.

Ricordava perfettamente il volto scuro di Susy spuntato dal nulla, ed era vivo nella sua mente come, nell’istante in cui lei gli si era avvicinata per parlargli con voce roca, gli parve di sentire in lontananza il pianto di un bambino o qualcosa di ugualmente angoscioso e allarmante. Gli occhi neri di Susy e la bocca piegata come quella di una maschera tragica: «Fonsi,» tutti lo chiamavano così, anche i colleghi e i membri della produzione: «Fonsi, è successo qualcosa… un incidente.»

Esattamente in quell’istante il mondo e le certezze di Gianalfonso Vitale avevano cominciato a declinare verso ciò che di più tragico possa esistere. In verità i ricordi si confondevano, si accavallavano e sfocavano in una spirale di eventi difficili da collocare in un ordine preciso. Egli aveva dovuto farsi accompagnare all’aeroporto più vicino, perché non aveva tempo di aspettare i tempi del traghetto. Poi era stato tutto molto veloce e crudele. L’atterraggio a Roma, la corsa in taxi verso l’ospedale; le telefonate convulse con i parenti, con i suoi genitori. La concitazione del momento, la confusione delle notizie, la rabbia, la preoccupazione che si trasformavano tutte insieme e rapidamente in angoscia.

Poi c’era stato il terribile terremoto che aveva squassato la vita di Gianalfonso Vitale. L’incidente d’auto era stato tremendo e non aveva lasciato scampo né a Sally, la donna che amava e che da poco era sua moglie, né a Marco, l’innocente ed esuberante bimbo di cinque anni che era tutta la sua vita.

Gli dissero che Sally tornava dai Castelli, dov’era andata a trovare i suoi. Gli dissero che la strada era buia e che aveva piovuto. Gli dissero che Sally aveva perso il controllo della macchina, che proprio in quel tratto c’era una scarpata più scoscesa delle altre. Gli disserro che l’automobile, un’utilitaria che Sally usava perché diceva di non essere in grado di guidare il SUV, si era ribaltata più volte. Gli dissero che era stata una tragedia. Gli dissero che i soccorsi erano arrivati subito. Gli dissero tante cose, che Gianalfonso non sentì mai.

Da quel momento il baratro si era aperto sotto i piedi dell’attore che da interprete di mille volti non riusciva a ritrovare e riconoscere il proprio, fuori e dentro si sé. Un caratterista che spesso si divideva tra un personaggio e un altro, ora si accorse che la sua vita era stata letteralmente lacerata, e che lo strappo profondo aveva aperto un varco per la parte peggiore forse da sempre nascosta in lui.

Dopo il funerale si era messo a bere, vodka o whisky più che altro, ed è noto che l’abuso di alcol diventa evidente in breve tempo. Per fortuna gli amici più vicini, tra cui Tony e Susy, l’avevano aiutato dissuadendolo e consigliandogli di vedere uno psicologo. Lui lo fece e gli giovò, almeno fino a quando non gli prescrissero gli psicofarmaci. Poi vennero le altre pillole, quelle per dormire, per mangiare, per lavorare.

Gianalfonso Vitale non si sentiva più lui, e non si sentiva nemmeno Vito Fonsi, il professionista che aveva sempre voluto essere, il personaggio delle fantasie di tanti spettatori, l’attore ammirato dalle donne, il compagno perfetto di un fiore di ragazza, il padre amorevole di un bambino che non avrebbe potuto crescere, imparare, amare e vivere. Questa era la cosa che dilaniava di più la sua anima.

Un suono, un solo suono di un telefono che squillava a vuoto nel mattino. Un bacio, un solo bacio del quale Gianalfonso aveva estremamente bisogno. Un volto, un solo volto visto allo specchio come fosse quello di uno sconosciuto fuori dalla finestra. Tutto il resto era caotico come una città affollata che gli turbinava nella testa e vago come la nebbia che avvolgeva le valli, ma con la sua ombra impediva di vedere anche a chi stava in alto, sulla cima della collina.

Il mal di testa lo attanagliava e Gianalfonso Vitale sapeva che non sarebbe riuscito a far colazione prima di prendere le pillole per calmarlo. Si spostava dal bagno alla camera, dalla camera al bagno. L’effetto ristoratore della doccia era già scomparso, il viso rasato sembrava già grigio di una nuova patina.

Troppo spesso si chiedeva se quel tragico incidente non sarebbe accaduto se lui fosse stato con la sua famiglia; se invece di essere in Sardegna a lavorare ma anche a divertirsi, egli fosse stato presente, nel loro appartamento, nei loro abbracci, nei loro occhi. Questo si chiedeva ogni giorno della sua vita a partire dal momento in cui la terra gli era mancata sotto i piedi e il sole era tramontato rosso dietro la collina, per lasciare spazio a una lunga notte senza fine.

Invece adesso era mattino, ma poco cambiava per lui. Senza ordinare il suo caffè o, ancor meglio scendere per far colazione, prese le sue medicine sperando che scacciassero almeno in parte i ricordi più penosi e l’aiutassero a trascorrere le ore.

Non aveva ancora preso in mano il telefono cellulare, almeno per rendersi conto di chi lo aveva certato con insistenza. Tutti quelli che conosceva sapevano della sua situazione ed era normale che si preoccupassero per lui.

Gianalfonso aveva molti amici, almeno di questo era certo, alle volte però un tarlo si insinuava malignamente nella sua testa: tutti quegli amici, conoscenti, prossimi… erano gli amici di Gianalfonso Vitale o di Vito Fonsi? Quando gli capitava, cercava sempre di scacciare il pensiero, di concentrarsi su altro, ma “l’altro” non poteva mai prescindere dal ricordo e l’angoscia per Marco e Sally.


Il display dello smartphone si illuminò ancora e la suoneria trillò. Comparve il nome di Susy e la mente di Gianalfonso, distratta dall’inquietudine della sua immaginazione, sovrappose il volto dell’amica a quello di sua moglie Sally. Per un attimo Susy era Sally, o Sally era Susy, però riuscì a scacciare quella sensazione, mentre rispondeva al telefono.

«Pronto?» Il tono interrogativo che mise nella parola aveva quasi una nota d’urgenza.

«Fonsi? Sono Susy… che fine hai fatto? Perché non rispondi al telefono?» La voce dell’amica e collega aveva qualcosa di famigliare, com’era logico. Ma non era quel tipo di famigliarità che le sue sensazioni stavano elaborando.

«Ciao Susy.» La voce impastata di Gianalfonso, rimproverando la donna con vena sarcastica di non averlo neanche salutato, riuscì solo ad impensierirla ancora di più.

«Ti senti bene? Hai bisogno di qualcosa?» Quelle parole avevano un’urgenza fasulla alle orecchie di Gianalfonso, che quindi rispose:

«No, non ho bisogno di nulla… mi sono solo preso a letto, Sally.» Pronunciò quel nome senza rendersene conto, e in un primo istante neanche Susy se ne avvide, ma nell’attimo in cui replicò disse:

«Fonsi, tu hai qualcosa che non va!»

«Non ho nulla che non va… », protestò lui.

«Mi hai appena chiamata Sally!»

«Davvero?» Chissà perché Fonsi non era meravigliato.

«Hai preso le tue medicine?» Insisteva Susy.

«Non ho ancora fatto colazione…»

«Fonsi, è quasi mezzogiorno!» Ribatté la ragazza.

«Vorrà dire che farò un brunch…», lo sforzo di Fonsi per mostrarsi ironico risultò patetico.

«Ascoltami… sono qui nella hall dell’hotel,» spiegò lei, «fammi salire, così sono sicura che stai bene. Mi ha chiesto Tony di passare.» Probabilmente nominare l’agente e produttore di tutti i lavori in cui Fonsi era comparso avrebbe sciolto la tensione.

«Sei qui? Okay, la stanza sai qual è, ma ti avverto che sono impresentabile.» Disse lui, in piedi davanti allo specchio a parete appeso tra l’armadio e l’angolo con la facciata finestrata, ancora parzialmente oscurata dai tendaggi notturni.

Mentre attendeva, Gianalfonso Vitale fece entrare la luce del giorno, aprì la finestra perché il calore del sole e i rumori della città sottostante dessero una parvenza di normalità alla situazione. La leggera tenda opaca, sottostante quella notturna, si mise a ondeggiare sollecitata dall’alito di vento che c’era all’esterno. I giochi di luce sullo specchio e della polvere che aleggiava dal pavimento, non distrassero Fonsi mentre continuava a riflettersi. Un sorriso drammatico modellò il suo volto ambiguo, mentre bussarono alla porta.

Fonsi indugiò ancora in attimo, il viso incavato e sardonico, le spalle spioventi sotto la vestaglia morbida, appena chiusa sul davanti dal una molle fettuccia dello stesso tessuto e colore. Le gambe nude, sotto alle ginocchia, i piedi infilati in un paio di ciabatte che lo rendevano ridicolo, perfino a se stesso. Un uomo privo di qualità. Andò ad aprire.

Anche Susy si sorprese quanto lui dell’aspetto dimesso e poco meno di sconcio che Fonsi aveva in quel frangente. Non si vedevano da alcuni giorni, ma alla ragazza sembrò di essere al cospetto di un’altra persona, non dell’attore che conosceva.

Impressione opposta fu quella che provò Gianalfonso rivedendo la collega ed amica. Notò quanto il suo viso fosse attraente, seppur inasprito da tratti preoccupati, e quanto il suo sguardo, anche amalgamato da una specie di sorpresa o rimprovero, cercasse il suo.

Lei era leggermente sconvolta di vedere il Fonsi così, ma cercò di sorridergli ugualmente.

«Ehi, allora?» Disse col tono imbarazzato di chi non sa come esordire.

«Te l’avevo detto che sono impresentabile.» Rispose Fonsi, mimando un gesto per dire: guarda come sono conciato. Si ritrasse dalla soglia d’ingresso, come se il suo movimento fosse un implicito invito alla donna ad entrare, e lei lo fece. Susy restò in piedi appena all’interno della stanza d’albergo, Fonsi le passò oltre, continuando a guardarla dalla testa ai piedi, mentre chiudeva la porta e si soffermava ad ammirare la figura sofisticata ed allettante dell’amica. Sfiorandola nuovamente con le falde della vestaglia, quando tornò di fronte a lei, egli non si trattenne, dicendo:

«Sei molto carina…», con intonazione che lasciava sott’intesi.

«Ma che dici, Fonsi?» Si schermì lei, portando le dita della destra a sfiorare la parte esterna della mandibola, dove la curva del suo viso elegante ed attraente ripiegava verso labbra estremamente sensuali. Gli occhi, che erano ornati da ciglia curate e un leggero trucco, lanciarono uno sguardo di traverso all’uomo che continuava a scrutarla, piegando la sua testa di lato, annuendo e pronunciando quasi senza muovere le labbra:

«Sì, Sally… sei bellissima.» Ancora una volta egli aveva chiamato la sua amica e collega con il nome di sua moglie che era morta nell’incidente, mesi prima.

Susy fu sorpresa e sconcertata. Corrugò la fronte, come se ciò l’avesse aiutata a capire quel che stava succedendo, come a leggere più a fondo lo sguardo perso nel vuoto di chi le stava di fronte. Non riuscì a reagire però all’improvviso slancio, quando Fonsi avanzò verso di lei, la ghermì agli avambracci, tenendole strette le braccia ai fianchi e cercando un contatto fisico, che non si limitò a questo.

L’uomo la trasse a sé e cercò di abbracciarla, il suo volto addosso al collo di lei, ed il suo fiato caldo e umido intriso della voce pastosa: «Oh, Sally! Ti amo!»

Susy gridò di sorpresa, ma sommessamente, e tentò di divincolarsi dalla morsa. Non ci riuscì ed in un attimo, dopo il suo tentativo di ribellione, si trovò sopra il letto della camera d’albergo. Fonsi la sovrastava, lei cercava di divincolarsi, con le braccia intrappolate nella morsa delle sue mani. Egli era ovviamente più forte, e le salì sopra, impedendole di muoversi. Gli scatti violenti e repentini avevano sgualcito i vestiti di Susy, scollando la camicetta, sollevando la gonna a metà delle cosce avvolte dalle calze nere. La vestaglia di Fonsi si era aperta sul davanti, lasciandolo seminudo, con il torace villoso che si dilatava su e giù per l’affannoso respiro che accompagnava il suo delirio.

Il volto di Sally si era nuovamente sovrapposto a quello di Susy. Il desiderio incontrollato aveva sfigurato l’espressione di Gianalfonso Vitale. I suoi muscoli si contraevano, il suo respiro era più simile a quello di un animale che a quello di un essere umano. Ma finalmente aveva Sally, la poteva riabbracciare, la poteva toccare, la poteva possedere. L’eccitazione s’impadronì non solo della sua mente ma anche del suo corpo, che desiderava allo spasmo la sua amante, sua moglie, il suo amore. Questo lo trascinò a liberarsi dei pochi panni che lo coprivano, mentre con lo sguardo anelava alla bocca di Sally, al suo seno, al suo ventre. I movimenti rapidi che ne conseguirono lo costrinsero ad allentare la presa su di lei.

Susy se ne rese conto ed in preda al terrore, alla disperazione e rinvigorita da un ratto istinto di sopravvivenza e ribellione, divincolò le braccia. Con la mano sinistra graffiò il petto del violentatore, e mentre un grido stridulo e non più soffocato le zampillò dalla gola stretta per la paura, con la destra scagliata alla cieca verso l’alto lo colpì al volto.

L’effetto fu immediato. Fonsi emise un grugnito, si spostò di lato ricadendo sull’altra metà del letto matrimoniale, divenuto il campo di una breve e terribile battaglia; si portò le mani al viso, senza sentire ancora il bruciore incendiargli il petto. La scossa ricevuta però eliminò le visioni dalla sua testa, e gli occhi sbarrati sotto le palme delle mani non videro altro che buio e solitudine. Quando udì i rantoli di un pianto ansimante, di un respiro rotto dalle lacrime e dallo spavento, si rese conto di quello che aveva fatto o tentato di fare.

Susy cercava di reagire rialzandosi, ma era ancora accasciata per metà sul letto, le gambe divaricate che richiuse subito istintivamente, mentre una scarpa pendeva dal suo piede oltre la sponda del letto e l’altra era sparita da qualche parte della stanza. Piangeva, portandosi alla fronte la mano con cui aveva lacerato il petto di Fonsi, nascondendo gli occhi e non la bocca atteggiata in una smorfia di repulsione e sgomento.

Fonsi non poteva ascoltare i singhiozzi di cui era stato la causa. Le mani che aveva sopra gli occhi si spostarono tra i capelli, che strinse con le dita ad artiglio, quasi volesse strapparli. Scosse la testa e cominciò solo allora a sentire il bruciore al petto, dovuto non solo al graffio profondo che gli aveva inferto Susy. Il fuoco della colpa e il dolore della consapevolezza gli erano divampati dentro.

Saltò giù dal letto, dalla parte opposta rispetto a Susy, chiuse malamente la vestaglia che ancora gli pendeva da un fianco, raccolse repentinamente i vestiti che indossava il giorno prima riposti sopra una sedia di fronte al letto e scappò così, come un ladro colto in flagrante, lasciando la porta della camera aperta. La voce di Susy, spaccata da un altro accesso di pianto, lo inseguì nel corridoio fino al pulsante dell’ascensore: «Ba-star-do!»


Franco, il concierge dell’hotel, aveva trovato Susy in stato di shock nella stanza di Gianalfonso Vitale, avvertito dalla segnalazione di qualche ospite dello stesso piano. Dopo l’ambulanza e la polizia, era stato chiamato anche Tony, il produttore per cui Susy e Vito Fonsi lavoravano.

La giovane donna era stata portata in ospedale e immediatamente era scattata la ricerca del presunto violentatore, che si protraeva sin dal primo pomeriggio, quando fu chiaro ciò che era accaduto, dal racconto di Susy e dei testimoni indiretti.

Tony era sconcertato. Poteva ammettere che Vito Fonsi fosse un tipo strano, alle volte un po’ pedante ed eccentrico, ma certamente non era un violento. Non si sarebbe mai aspettato una cosa del genere da uno come lui. Aveva affrontato quel grave lutto, certamente, che gli aveva causato problemi di alcolismo e dipendenza dai farmaci, ma niente aveva mai presagito una svolta del genere. Tutti erano allibiti e costernati; tutti dimostravano i sentimenti di ovvia contrarietà, di condanna che declinava verso la rassegnazione per un mondo fatto così, privo di valori e moralità, o verso sentimenti d’odio e proclami di vendetta, coniati da benpensanti lungi dai quali ogni azione di quel genere si sarebbe mai concretizzata.

Mentre la notizia si espandeva a macchia d’olio, come la marea nera fuoriuscita da un relitto, che inquina le acque cristalline di un mare da sogno, la polizia stava cercando di rintracciare Gianalfonso Vitale, e lui era sparito.

Televisione e tabloid erano già sul pezzo. I falchi delle trasmissioni pomeridiane non lasciarono scampo a Tony e all’entourage di Vito Fonsi. Lo scandalo era allettante come miele colato dal vasetto chiuso male sul quale si avventavano le mosche.

Le mosche arrivarono, a frotte. Tony non riusciva a tenere a bada i giornalisti delle agenzie di stampa, ma poi vennero anche i tabloid e alla fine gli autorevoli inviati del telegiornale della sera. Tony era un veterano del mondo dello spettacolo e si districava agilmente in quel tipo di ambiente, ma com’era prevedibile, quel particolare frangente costituiva un’eccezione.

Tony dapprima si dimostrò disponibile e cercò di minimizzare, utilizzando incautamente anche una sorta di ironia che non piacque né all’opinione pubblica né ai suoi collaboratori. Disse che forse la sua attrice Susy aveva fatto intendere qualcosa; disse che Vito Fonsi era sempre stato un professionista serio, ma anche un giovane esuberante, al quale ovviamente piacevano le donne.

Sì, l’approccio di Tony alla brutta faccenda era stato disastroso. Quando, verso sera, la macchia d’olio nera e venefica aveva inquinato interamente l’isolotto su di cui Tony cercava riparo e le critiche dagli assistenti e dei colleghi piovevano dall’alto senza lasciargli scampo, facendogli capire che non poteva permettersi altri passi falsi, cominciò a scaricare sul pupillo tutta la sua riprovazione. Tony si scagliò contro Vito Fonsi, definendolo un abietto e sconsiderato violentatore; un ingrato che aveva approfittato della compassione dei suoi amici per soddisfare le sue più grette pulsioni. Tale cambio di rotta fece in modo di alleviare la pressione su Tony, che schierandosi dalla parte del sentimento comune, rendeva le sue dichiarazioni meno appetibili per i palati dei reporter che cercavano lo scandalo e il pepato.

Persino Susy, che nel frattempo si era ripresa e stava per lasciare l’ospedale, chiamò Tony a causa della sua repentina presa di posizione.

«Tony, sono io…»

«Susy… come stai?»

«Come vuoi che stia?» La voce della donna sembrava impastata dal disgusto e dall’afflizione: «Ti ho sentito alla TV…», ora c’era anche un tono di biasimo che non sfuggì a Tony:

«Dovresti riguardarti, non seguire la televisione… tutti quei maledetti avvoltoi!» Esclamò piccato, non aspettandosi la reazione di Susy:

«E tu dovresti pensare a quello che dici, prima di parlare!»

«Susy… ti prego!» La supplicò Tony, accorgendosi della piega che stava prendendo il discorso.

«No Tony, non ti giustifico! Hai tentato di dire che io avrei provocato Fonsi… ti rendi conto? L’hai difeso… e poi…»

«Non avresti dovuto guardare quei programmi del cazzo!»

«Vaffanculo, Tony…», sbottò la ragazza: «Poi hai detto che Fonsi è un profittatore, un depravato, un mostro, per salvare le apparenze…», la voce di Susy cominciò ad incrinarsi: «No. È solo un bastardo… un piccolo, abietto bastardo!»

«Smettila! Sei sconvolta, Susy. Spegni quel televisore, spegni il telefono, stai con i tuoi…», l’ammonì il produttore amareggiato. Provava rammarico, ma non poteva sopportare di essere accusato di qualcosa rispetto ad una situazione che certamente non aveva cercato e di cui sentiva comunque il peso. Tony tentò ugualmente di blandire la comprensibile rabbia ed il rancore dell’attrice, ma non si rese conto che lei aveva riattaccato.


Vito Fonsi non poteva essere andato lontano, e questo i funzionari della pubblica sicurezza lo sapevano. Avevano a che fare con una persona agitata, forse in preda a turbe psichiche o a sensi di colpa, perché comunque il ricercato non era un recidivo e pertanto poteva aver agito sulla base di un impulso incontrollato. Era probabile che fosse in preda al rimorso per quello che aveva fatto e, tenuto conto del profilo critico e dello sfondo psicologico che l’aveva indotto a commettere quel crimine, era possibile che fosse propenso a reiterare atti sconsiderati, anche contro se stesso. Questo era il profilo della situazione ed il quadro investigativo, dal punto di vista tecnico scientifico.

Poi c’era il vecchio sistema, pragmatico ma funzionale, fatto d’intuito e dell’unica cosa utile da fare, per ogni buon poliziotto: alzare le chiappe dalla sedia e bussare alle porte. Gli agenti fecero un sacco di domande sulle abitudini, sulle persone frequentate, sui luoghi preferiti da Gianalfonso Vitale, alias Vito Fonsi. Su quello che gli piaceva fare di solito, sui posti appartati che conosceva, sulle abitudini di spostamento. Per allontanarsi aveva usato la sua macchina, un SUV chiaro del quale era stata diramata la descrizione.

La stradale aveva messo a disposizione i filmati di alcune telecamere di sorveglianza dal centro città, dove si trovava l’albergo dal quale Fonsi era fuggito, verso la periferia. In capo a qualche ora, la vettura del ricercato era stata individuata sulla strada verso la costa. Infine, in base ad ulteriori avvistamenti tramite le videoregistrazioni, era stata circoscritta una zona relativamente limitata che comprendeva il litorale tra Ostia e Torvaianica. Una lunga striscia di spiaggia sabbiosa, con un intricato retroterra di pinete e boschi grande quanto una riserva naturale. La questura, a questo punto, aveva disposto che la zona venisse setacciata anche con l’aiuto di squadre di ricerca composte da unità cinofile della polizia, carabinieri e protezione civile. Del resto, il soggetto era un attore famoso, e questo sembrava ancora un altro film.


Vito Fonsi aveva abbandonato il SUV a lato di una polverosa carreggiata secondaria, poco distante dalla spiaggia. S’era addentrato nella macchia mediterranea, tra arbusti e cespugli che sembravano secchi ma rilasciavano fragranze oleose, a volte pungenti. Il terreno era ricoperto da aghi bruni come un tappeto che attutiva le impronte e frusciava ad ogni passo strascicato, incerto, e rispecchiava l’indole disorientata che si era impadronita dell’uomo. Non si sentiva in fuga. Lui piuttosto credeva di essere alla ricerca di qualcosa che aveva perduto. La mente dell’attore era popolata di immagini confuse, di un mormorio incessante fatto di voci del passato e del presente, di volti conosciuti ed estranei, ma in un certo senso famigliari. Inevitabilmente, il suo errore, ciò che aveva commesso, era una roccia pesante che contriva il suo cuore, stritolava i suoi pensieri, sempre alla ricerca di quello che non ritrovava. Il volto di Sally non era più veicolo di desiderio, ma rifletteva solo una lontana nostalgia e la voglia di cancellare un presente che non gli apparteneva più. Sentiva che la sua ambiguità non aveva senso; che essere Vito Fonsi, l’attore stimato per la versatilità e la simpatia, combatteva aspramente con il grido di sofferenza di Gianalfonso Vitale, l’uomo che aveva provato ad essere da sempre, senza mai riuscirci. Poi c’era il sorriso dell’innocenza. La pura vitalità di Marco, il suo bambino, tentava di riemergere dalla tragedia, cercando di prenderlo per mano e ricondurlo fuori, oltre le quinte di quella facciata apprezzata da tutti. Coloro i quali che, però, non l’amavano per quello che era, ma per quello che fingeva di essere. La cosa più straziante, per Gianalfonso, era questa. Non aver potuto conoscere suo figlio, il suo piccolo bambino, e fargli sapere quanto l’avesse voluto, ammirato, ed amato.

Quel mormorio incessante non abbandonava la mente di Gianalfonso. Il balbettio di una vita fatta di volti, occasioni e situazioni effimere, girate davanti ad una macchina da presa, troppo spesso a scapito delle cose importanti e vere. Ora rimaneva solo il suo sguardo vacuo perso in una vasta pineta profumata di mare, ed un cielo profondo e vuoto come uno schermo di un cinema chiuso, che si stava rapidamente popolando di nuvole svelte, scure e basse.

Continuando a camminare, egli si sentiva contemporaneamente ridere e piangere; si sentiva un uomo che aveva combattuto e perso; un uomo che non era né migliore né peggiore di tanti altri e proprio per questo soffriva.

Gli stivaletti che indossava gli facevano male: non erano adatti a camminare su quel terreno. Il suo incedere casuale e disperato l’aveva portato in un groviglio di arbusti. La camicia si era strappata, i jeans chiazzati di resina. Il terreno, a quel punto, inclinava verso una collinetta e gli aghi, fuori dalla pineta, diradavano lasciando gradualmente riaffiorare la sabbia. Era una sabbia fine, che le punte degli stivaletti alzavano ad ogni passo. Egli si sedette sulla sommità della duna, frastagliata da cespugli bassi e mentre si toglieva le scarpe, sentì alle sue spalle lo sciacquio placido e regolare del mare. Quando si volse, senza alzarsi, verso ciò cui dava le spalle, Fonsi vide la spiaggia, gentile e liscia, che digradava sul mare. A destra e a sinistra la visione si faceva ampia e libera, piatta e regolare, con colori tenui ocra e verde pallido di acqua marina, che però cominciava ad ingrigire mentre il sole basso era velato dalle nuvole accorrenti.

Alzandosi in piedi, Gianalfonso si lasciò andare verso la spiaggia, con i piedi nudi che affondavano nella rena sottile, umida, intrisa di salso. La brezza gli passò tra i capelli, penetrando nelle narici, forse anche nella pelle. Il rumore di onde pigre e rade sostituì per qualche istante le voci inquisitorie ed impietose che gli albergavano dentro. Cercò di respirare a fondo, di riempiere i polmoni e la testa di quella vasta libertà che non provava da tempo, che probabilmente agognava dal momento in cui si era rinchiuso in quella camera d’albergo e ancor più in se stesso. Sentiva qualcosa rifluire dentro di sé, il sangue scorrergli nuovamente nelle vene, ed il ronzio che aveva sempre nelle orecchie trasformarsi in qualcosa di diverso, qualcosa di comprensibile. Strappò i bottoni della camicia, tirò su i calzoni sui polpacci, ed aprendo le braccia al vento, si avvicinava al mare con passi lenti, affondando i piedi nella sabbia. La brezza, carica di elettricità portata dalle nubi, gli diede uno strano effetto. La salsedine penetrava nelle narici e improvvisamente solleticò la rossa ferita che striava il suo petto.

Fonsi scosse la testa, come ridestato. Le mani che volevano abbracciare il mare si strinsero attorno al suo corpo, le dita sfiorarono quella ferita che gli lacerava la pelle, ma soprattutto l’anima. La risacca del mare sembrò allontanarsi da lui, e ancora una volta, la terra non lo sorresse come avrebbe voluto. Piegando la testa in avanti, si lasciò cadere contrito sulle ginocchia, che scavarono due solchi profondi nella sabbia. La sua espressione si inasprì, assieme agli occhi che si strinsero cogliendo il sale nell’aria salubre, rifiutata anche dalle sue narici.

Voleva scappare, non sentendosi degno di tutta la bellezza e la libertà che gli si parava di fronte. Gianalfonso aveva bisogno dei suoi fantasmi, scoprendosi schiavo delle sue scelte, come lo era sempre stato, e nulla contava oltre a ciò che l’aveva portato fino a quell’istante che sembrava senza via d’uscita. Fu colto di sorpresa da singhiozzi incondizionati, quando il dolore sgorgò con lacrime salate come le gocce del mare, che cerchiavano i suoi occhi arrossati, amalgamandosi ai sottili granelli di sabbia, cadendo tra le sue gambe piegate.

Non seppe mai quanto tempo rimase così, rannicchiato su se stesso sopra la spiaggia battuta dal vento, mentre pensava a suo figlio Marco che gli diceva spesso quanto gli piacessero i cavalli, e s’immaginò ancora libero su quella rena, mentre correva assieme a lui inseguendo la visione di uno stallone con la criniera svolazzante che spruzzava l’acqua bassa e azzurra sulla battigia del mare. L’ultima immagine che ricordò per lungo tempo a venire era quella di un cavaliere che si stagliava sulla cresta della duna, tra gli arbusti e la sabbia, in contrasto con il cielo alle sue spalle, carico di nuvole grigie e con il sole che ormai svaniva in un tramonto malinconico.


Il carabiniere a cavallo, con la sua uniforme scura e il casco allacciato sotto il mento, dalla fiamma argentata che brillava sopra la fronte, restò fermo a lungo osservando la strana figura in mezzo alla spiaggia deserta, sferzata da un vento che avrebbe ingrossato le onde e accumulato le nuvole cariche di pioggia in poco tempo. Guardava silenzioso, da lontano, e gli parve che l’uomo solitario si fosse probabilmente accorto di lui, ma non si muoveva, non reagiva. Solo i repentini sussulti della schiena ricurva gli fecero capire che era vivo. Scrutando meglio, il militare si accorse che la sagoma accovacciata nel nulla del litorale spoglio e fuori stagione corrispondeva alla descrizione della persona che stavano cercando, ma non intervenne subito, distratto dal sole che svaniva in un tramonto malinconico.


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