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Una storia di LuigiMaiello

Le Cinque Figlie della Grammatologa - Le visionarie

Il femminismo e la fantascienza visti da una serie di scrittrici fantasy.

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8 minuti

Pubblicato il 21 gennaio 2019 in Giornalismo

Tags: #levisionarie #femminimo #fantasy

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Le visionarie - Fantascienza, fantasy e femminismo è un’antologia di 29 racconti fantasy che hanno per tema principale le donne e gli stereotipi di genere.


Oggi voglio parlarvi di Le visionarie - Fantascienza, fantasy e femminismo, una serie di racconti che ho iniziato a leggere da poco, ma che mi sta piacendo molto.

Curata da due nomi importanti della narrativa fantastica e weird, Ann & Jeff VanderMeer, per l’Italia è stata pubblicata da Nero e curata da Veronica Raimo e Claudia Durastanti.


Ho iniziato a leggere questi racconti incuriosito dal titolo della raccolta, e anche perché mi sono accorto di aver letto pochi libri e racconti scritti da donne , per cui sto provando a rimediare.

Questa non è una recensione completa de “Le visionarie”, anche perché sono solo all’inizio di questa raccolta, ma posso dirvi che le scrittrici tratteggiano scenari onirici, paesaggi grotteschi, futuristici o fantasy, ogni volta declinati a partire da una riflessione femminista.

I racconti che ho letto finora mi sono piaciuti molto, e ho notato come il linguaggio assuma sempre un ruolo centrale: parole che non si possono dire, oppure parole che attingono ad un determinato vocabolario ideologico, culturale e sociale.


Proprio per questo voglio spendere due parole per una storia verso cui ho nutrito da subito un grande debole: Le Cinque Figlie della Grammatologa di Eleanor Arnason (1999, trad. Tiziana Mancinelli).

Le Cinque Figlie della Grammatologa di Eleanor Arnason


Le Cinque Figlie della Grammatologa è una fiaba in cui c’era una famiglia povera, o meglio, c’era una madre povera che doveva accudire cinque figlie da sola, visto che il marito era

“un diligente studioso che non aveva alcun interesse economico, morì poco dopo la nascita della quinta figlia”.

Se volete leggerla integralmente, potete trovarla qui (in inglese).


Questo invece è una sorta di riassunto/recensione.


La grammatologa viveva in un posto imprecisato, che in realtà non è importante ai fini della storia; un posto che oggi non esiste più. Era una donna dotta e industriosa, che sebbene “avesse una casa piena di libri, non prosperò”.


Come in gran parte dei racconti di questa antologia, anche in questo si pone un problema che è legato a un modo di pensare, a una tradizione o uno stereotipo di genere; insomma si parla dei tipici luoghi comuni della società maschilista e in ogni storia troviamo un modo per parlare di quel problema, e in alcuni casi superarlo o aggirarlo.


In questo caso il problema delle ragazze è che, essendo povere, non avevano un’eredità (meglio definirla una dote), per cui nessun uomo le avrebbe sposate.

Sarebbero rimaste per sempre senza marito, o per dirlo in altri termini, zitelle.

Allo stesso tempo vivere tutte insieme in un’unica casa era difficile, sia per gli spazi che per i costi. Per questo motivo la prima figlia decise di andare via. E così faranno anche le altre sorelle nel corso della storia.


La madre però voleva comunque donare loro qualcosa, e visto che era una grammatologa, i doni non potevano essere che parti del discorso: sostantivi, verbi, aggettivi, avverbi e preposizioni.


E non poteva essere altrimenti per una storia che parla del potere del linguaggio.


Alla prima figlia toccarono i sostantivi:

“Qui ci sono i sostantivi, che considero la solida e preziosa base del linguaggio. Li do a te perché sei la maggiore. Prendili e usali come meglio credi”.

Dal punto di vista narrativo troviamo una struttura tipica della fiaba, quella del viaggio, che si ripete per tutte le figlie (cinque volte).


La prima figlia partì, e ad un certo punto arrivò in un posto dove c’era solo nebbia e non si vedevano che ombre. Colui o colei che sarebbe stata in grado di dare luce a questa terra avrebbe sposato il figlio (o la figlia) del re.

La prima figlia allora aprì la borsa e vennero fuori i sostantivi, arguti e precisi.


Cielo cacciò il grigiore, sole illuminò il cielo, l’erba si diffuse sul terreno.


Poi comparirono le piante e dopo anche le case e le città. Con la luce, potevano vedersi tra loro anche le persone.

Il paese che fino a quel punto non aveva un nome, da quel momento fu chiamato Cositudine.

Come ho già detto, in Le Cinque Figlie della Grammatologa tratto da Le Visionarie, lo schema del viaggio si ripete. Così anche la seconda figlia voleva partire. E anche a lei la grammatologa fece un dono.


“Questa (borsa) contiene verbi, che considero la forza del linguaggio”.


La seconda figlia partì, fino a giungere in un posto dove regnava la pigrizia e l’apatia.

“Le api, in genere le più laboriose delle creature, troppo stordite per volare alla ricerca del polline, si riposavano nei loro alveari. I contadini dormivano sui loro aratri. Anche i buoi davanti agli aratri sonnecchiavano…”


In quel posto dove dominava il torpore, la regina avrebbe dato un figlio in matrimonio a chiunque avesse dato vitalità a quel luogo.

La seconda figlia allora aprì la borsa.

“Camminare saltò fuori, poi fu il turno di girovagare e cavalcare, correre, saltare e volare. Come le api, i verbi ronzarono in tutto il paese”.

La regina le offrì uno dei suoi figli come compagno regale, e tra i principi e le principesse, la seconda figlia scelse una principessa.

Tutti gli abitanti da quel momento si misero in moto. Il paese, senza una capitale e dei confini certi, divenne noto come Cambiamento.

Con la terza figlia accadde lo stesso:

“Tu sei la più dolce e la più elegante fra le mie bambine, perciò ti darò gli aggettivi”.

La borsa con gli aggettivi era pesante: da una parte c’erano parole allegre e delicate che svolazzavano, dall’altra parole pesanti, feroci e temibili.

Ad un certo punto lei giunse in un paese dove c’era un’alternanza improvvisa di un giorno splendente e una notte completamente nera.


Lei allora aprì la borsa e uscirono fuori “roseo e delicato come farfalle. Seguì raffinato come una falena”. Da quel momento tutto furono felici perché avrebbero avuto “l’alba e il crepuscolo di cui abbiamo sempre sentito parlare”.


Così uscirono anche ricco, fine, bello, ecc. Ad un certo punto volevano uscire dalla borsa anche gli aggettivi disgustosi come viscido, spaventoso, terribile, fino a cupo, subito dopo uscì sublime.

“La parola brillava come un diamante o un nuvolone da temporale colpito dai raggi del sole”.

Nel frattempo le condizioni di vita all’interno della casa della madre grammatologa erano migliorate: erano rimaste lei e due figlie, quindi c’erano spazio e cibo per tutti.

Ma qui notiamo un altro aspetto de Le cinque figlie della grammatologa, che rende questa fiaba ancor più visionaria e femminista: la scelta e la libertà da parte delle ragazze di poter fare le cose per il piacere di farle; ricercare il proprio posto nel mondo non per la necessità di non avere soldi o spazio, ma perché così vogliono.


E così, raggiunta la maggiore età, partirono anche la quarta e la quinta figlia.

Alla quarta la madre regalò gli avverbi, alla quinta le preposizioni.

La quarta incontrò un ragazzo che aveva comprato degli aggettivi. Insieme andarono al mercato, per venderli insieme.

Fu un successo per le vendite, mentre il ragazzo urlava:

“Come possiamo avere il cielo senza il blu? Come possiamo avere loro senza luccicante? E quanto può essere utile un verbo se può essere modificato? Ci basta camminare, senza lentamente o velocemente?”

Alla quinta figlia, che aveva diversi anni di differenza con le altre, una delle sorelle offrì una dote, ma lei non voleva rinunciare a ciò che avevano provato le sue sorelle.

La quinta figlia divenne il sindaco di un posto che chiamarono Relazione.

In modi diversi, le cinque sorelle erano a capo di cinque paesi di Cositudine, Cambiamento, Raffinatezza, Varietà e Relazione, che nel complesso davano vita a un impero chiamato Cooperazione. Il motto di questa nazione era semplicemente: CON.


L’atmosfera di questa storia è fantastica, però è bello pensare che le parole possano cambiare il mondo.


In questo caso vengono cedute dalla madre alle figlie.

E non è forse anche la lingua una sorta di madre, nel momento in cui esiste un passaggio di testimone, un movimento da una generazione all’altra?

La vera eredità è quindi la cultura, molto più indispensabile per vivere bene del lieto fine romantico (il matrimonio).

Le visionarie - Fantascienza, fantasy e femminismo: un’antologia.


Le visionarie è una serie di ventinove racconti che tratteggiano i contorni di un mondo di volta in volta futuristico, inquietante, onirico o semplicemente strano.

Sono racconti che spaziano dalla fantascienza al fantasy, dall’horror alla weird fiction, scritti da donne che hanno fatto la storia e il presente della narrativa fantastica, e che incrociano gusto per l’invenzione di mondi altri e riflessione femminista. Il risultato è un caleidoscopio di storie immaginarie che, in maniera imprevista e mai ordinaria, legano letteratura di genere e letteratura sul genere.


Man mano che ci si inoltra tra le pagine, si delineano alcuni spunti ricorrenti: la prigionia, il rapporto – conflittuale – tra la donna e il potere, la maternità, la natura, gli stereotipi di genere, l'oppressione maschile.


In Le visionarie si va oltre il canone, divenuto ormai stretto, del realismo, come se per vedere qualcosa "oltre" fosse necessaria una messa in crisi dello stato di cose.


Questa raccolta sembra dirci che siamo arrivati a un punto di saturazione, e per attuare una decostruzione di codici e modelli trasmessi dalla società, bisogna andare nel fantasy.

Bisogna spostarsi per interpretare il reale da altre angolazioni, per andare in altre direzioni, che possono essere mondi altri e fantastici, ma anche solo diversità spaziali o temporali.

Così facendo, i racconti de Le visionarie sollevano domande, presentano critiche, interrogano il nostro senso comune e mettono in discussione le certezze acquisite.


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