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Una storia di DomenicoDeFerraro

SLANCIO LIRICO

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3 minuti

Pubblicato il 13 aprile 2019 in Storie d’amore

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SLANCIO LIRICO



Lo slancio lirico mi ha preso la mano e la rovina mi ha trascinato in un fosso fatto di sassi di sesso di amori moribondi di chicchi e di cocchi i miei occhi vedono strade pieno di sciocchi.. Continuare a sognare prima che si risveglia il mondo è doni la verità cercata e come girovagare nel limbo con le labbra dipinte di rosa tra morte premature. Erranti fremiti come nell’ archetipo nella genuflessa esistenza noi migriamo all’improvviso , verso altre sfere trascendentali nel canto che di mattino trasale e ci trascina verso un ossesso di forme. Ed esprime la meretrice pittrice, addomesticatrice di cimice e pulci cilestri, dipinti di giallo figlie di molte glorie svanite.


Fui desto ed oltre andai immemore, di molte virtù che lugubre e crudele immemore di amori nati per caso io fui la speme, l’espressione soperchiante di accenti , come un battito di ciglia, come la vita è la morte , come il giorno e la notte. Chi mai fui , chi mai sarò , lasso in tanti enigmi ed essenze edipiche , pizzicagnoli , impazziti , mariti fregati, bellezze in mostra sulla Domiziana . Di molte vite parche , di chiara fama lassa di esperienze mai vissute di molti anni fa. Io mi ritrovai a Parigi in festa sulle boulevard che si ribellavano all’audacia del secolo . All’ignominia della classe , alla sostanza borghese in un capriccio che arriccia cerchiante l’eclettico ordine sparso , puzzone ,puozzo scolare nell’infausto gioco , tra le fiamma della libertà che esplose all’ intrasatte . Marchiando la pelle in ecchimosi sinistri poi in tragici eventi , venni fatto presidente di un associazione di maniscalchi. Ero il principe della città morente come Filiberto mi dedicai alla leggerezza dell’ essere. Mi bagnai in chiare fresche acque. Uscì incolume dalla voglia di reagire alla sorte , mi ritrovai in panne sull’ autostrada alle otto. Con un terribile dubbio , con un amore chiuso dietro il portabagagli , incapace d’intendere e volere di volare via oltre quell’indifferenza , oltre quella disgrazia.


La vita mi fu madre di molti patimenti, intesi e riscrissi in chiesa l’ ossesso lo stesso slancio lirico la stessa cosa che presuma sia di ogni uomo perbene.

Fui come san Tommaso un apostolo incompreso, molto criticato, con tanto di sermone per capello infilai il mio salame in quella bocca oscura, cosa che mi raccapriccio assai l’ atto, fatto di forma nella sostanza e nel modo. Non fui premiato ne adorato neppure criticato come un santo eremita mi mostrai al mondo, ma era tardi, quasi mezzogiorno quando divenni vittima della mia stupidità. Divenni simile all’insegnante, all’operaio schiacciato nella macchinazione nell’azione che spinge il pedale che ti porta lontano nel vento oltre quest’isola solitaria dove navigano le navi dove le belle sirene si mostrano ignude sugli scogli fioriti. E mostrai il mio corpo al tempo che trasse da me un ispirazione, uno scritto , un disegno un verbo ampolloso che spingeva il cuore oltre ogni comprensione , oltre questo muro , oltre andai immemore del male che mi rendeva gaio, felice nel credere che ci sia un giorno migliore per tutti nel vivere ed amare. Ed il tempo è un gambero grigio peloso, scorbutico che non sa come ne quando dovrà morire . Ed in riva al mare attendo la nave attendo il ritorno del figliolo prodigo. Sotto una lampada accesa in questo giorno che muore in silenzio io amai poi fui ripudiato, poi rinchiuso dentro un carcere con un ladro ed un assassino.


Il tempo ha riscritto il mio essere lo ha messo a dura prova nella passione di cristo , nella sorte che fiorisce , scema , riscrive , s’eleva immemore di molte storie. Amore che diviene per noi quello che abbiamo sempre sognato o rincorso dentro di noi .


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