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Una storia di utente_cancellato

UNA STORIA PUNK

Racconto incompleto

545 visualizzazioni

3 minuti

Pubblicato il 20 febbraio 2019 in Thriller/Noir

Tags: #Palahniuk #Punk #Torino

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Torino non piangeva da qualche notte, il cielo era terso e l'aria frizzava come una lattina di Fanta appena aperta. Erano pochi i rumori che si permettevano di squarciare il silenzio bianco della città nera, paradossalmente di un grigiore industriale: qualche motore, qualche coppia d'amanti, qualche animale. E tra questi ultimi, accompagnato dal gracchiare degli anfibi slacciati e dal tintinnare delle catene che indossava, anche Seba. Il chiodo ricoperto di toppe e disegni in bianco sul nero si confondeva nell'accoppiata cromatica di una Torino addormentata, le suole battevano ritmicamente l'asfalto spaccato qua e là. Le mani affondate nelle tasche si stringevano spasmodicamente sulle loro vittime, una sui pochi spicci in suo possesso e l'altra sull'ultimo francobollino impregnato di LSD che gli era rimasto, e i pantaloni squarciati un po' ovunque sembravano sbrindellati con cura per un look che sembrasse il più disperato possibile. La realtà è che Seba era davvero disperato, e quei jeans erano un dipinto astratto di quel che gli si agitava nelle viscere. Mentre passava a fianco di un muro di periferia, pittato in granata in onore di qualcosa che non capiva più da tempo, una pugnalata di nostalgia gli colpì la nuca. Si fermò a guardarlo a lungo, solo come il cane che si sentiva di essere, i capelli unti di stanchezza e lo sguardo velato di fantasmi che sgomitavano per farsi spazio nella sua angoscia. Spostò il peso da un piede all'altro nervosamente, e gli occhi neri come pece inseguirono le linee di colore che qualche artista sconosciuto si era concesso di tracciare senza permesso alcuno. La condensa del fiato era un blando sollievo umido per la pelle screpolata della bocca, ma nulla avrebbe potuto togliergli da dentro l'energia malata che la mancanza di nicotina gli appiccicava addosso. D'improvviso, senza un vero motivo, estrasse dalla tasca quell'ultimo triste cartone e lo guardò intensamente, con la vena passionale e malinconica assieme che si dedica solo ad un'amante appena scaricata. Poi lo appoggiò sulla lingua ed aspettò che il gusto acido gli esplodesse in bocca come un fungo atomico prima di inghiottirlo, socchiudendo gli occhi e tendendo un ghigno obliquo, insalubre. Il sorriso da Joker che gli compariva in faccia ogni qual volta sentiva il bisogno di scavarsi dentro. Seba era solo. Nei graffiti scrostati della sua città vedeva la propria vita andare in pezzi, l’intonaco della propria anima rompersi ed esporre la parte più fragile di sé, così fragile da non averla mai toccata per paura potesse farsi polvere. Indagò quel muro ancora un po’, poi mosse il passo verso una panchina poco distante e si impossessò dello schienale, sfruttando la seduta come poggiapiedi per il fango e la miseria interiore che si sentiva cucita addosso come una condanna. L’acido filtrava da cellula a cellula, ed insieme a lui una consapevolezza nuova sgomitava per prendersi spazio, svendendo come inedite verità che erano già vecchie prima di essere comprese, schiacciate dal peso di sé. Il trip sembrò infinito. Lo svegliò un barbone alle cinque del mattino, infastidito dall’uso improprio della sua panchina e da un nuovo possibile concorrente sulla piazza: Seba gli diede quasi tutti gli spicci che aveva in tasca e se ne andò, infreddolito come fosse coperto di brina ed assalito da quel genere di gelo che viene da dentro, e nessun sole può scaldare. La strada per casa era lunga, e Torino gli studiava occhiaie e sogni con lo sguardo di pietoso biasimo che il capofamiglia dedica alla pecora nera, indorando la pillola con qualche sporadico negozietto indiano aperto 24/7, sempre pronto a fornirgli birre pessime a prezzi ridicoli. Entrò nel primo, ed è lì che la vide.


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